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Piegature

Piegature

Autore: Luigi Prestinenza Puglisi
pubblicato il 3 Aprile 2014
nella categoria Cronache e commenti

Le piegature vanno di moda. Cosi' come va di moda Deleuze che le ha teorizzate, introducendole nel panorama filosofico. Negli ambienti radical chic oggi si parla di folding con la stessa disinvoltura con la quale ieri si parlava di blurring, di decostruzionismo, di nichilismo, di crisi dei valori. La bella e super brava Winka Dubbeldam mi racconta che fu avvicinata da Eisenman per una ricerca, credo di dottorato, che aveva condotto sull'argomento. Potremmo quindi liquidare il tema con poche parole. Sicuri che tra qualche anno abbandoneremo le piegature con la stessa facilità con la quale stiamo dimenticandoci dei blob.

Se cosi' facessimo, saremmo però miopi. Le mode sono sintomi di problemi. E dietro le piegature si nascondono alcune questioni forse irrisolte dell'architettura contemporanea. Innanzitutto il bisogno di spazio e di continuum. Già, lo spazio: questo tema trascurato dalle teorie postmoderne degli anni settanta e ottanta in nome del linguaggio, del significato, della citazione. Piegare è un modo di mettere in crisi la scatola, ma senza frammentarla. Senza ridurla a sguscianti piani, cosi' come ci avevano insegnato negli anni Venti i neoplastici e, prima, Frank Lloyd Wright. La piegatura consente di conservare la capacità avvolgente del volume e, nello stesso tempo, la fluidità del diaframma, trasformatosi, grazie alla tensione della deformazione, in un accumulatore di energia. Prendete per esempio la stazione dei pompieri del campus Vitra di Zaha Hadid e vedrete quanta forza hanno questi piani che girano su se stessi, quanta forza che si direziona nell'ambiente e, insieme, racchiude spazio.

La piegatura, inoltre, mette in crisi un'icona - quasi un articolo di fede - della nostra cultura: l'immagine della gabbia di cemento armato costituita da alcuni piani orizzontali sostenuti da pilastrini di cemento armato. Non c'è testo, credo, di storia dell'architettura che non faccia cominciare la trattazione del Movimento Moderno con questa immagine, schizzata da le Corbusier, per dimostrare i vantaggi della nuova tecnica del cemento armato su quella tradizionale fondata sulla costruzione in muri portanti. Ma la gabbia, se permette di dare una certa vita alle sezioni orizzontali e verticali ( il piano libero o il piano della facciata) è maledettamente statica nelle tre dimensioni . Le Corbusier cerca di risolvere il problema legando le giaciture orizzontali tramite una promenade architecturale garantita da scale elicoidali e piani inclinati, ma ,alla fine, i livelli rimangono pur sempre separati. Le piegature permettono, invece, di organizzare il volume in completa libertà: tutto diventa percorso. Basta vedere alcuni lavori di Koolhaas per capire che il piano inclinato, sghembo, deformato può essere il generatore di una nuova architettura. O come vuole van Berkel di un sistema di relazioni più libero tra le attività.

Si dirà che non c'è niente di nuovo: a rompere gli orizzontamenti ci aveva già pensato Wright con il Guggenheim e, tra gli altri, Bloc, Parent e Kiesler. Ma la piegatura rispetto alle esperienze di questi ultimi introduce un ingrediente: è il pathos di ciò che è stridente, inquietante, disequilibrante. Anche quando, come in Shuhei Endo, il gioco sembra limitarsi a un brillante manierismo neobarocco. Insomma: dobbiamo riconoscere alla piega la capacità di mettere in questione il rapporto tra il nostro corpo e l'architettura. Ditemi se è poco.

 

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