Grattacieli

Luigi Prestinenza Puglisi 29 Marzo 2014 Cronache e commenti Nessun commento su Grattacieli

 

L’obiettivo del concorso di idee lanciato dalla eVolo è: ” esplorare, ripensare, speculare e sperimentare nuove idee che potrebbero cambiare il modo di concepire il grattacielo, ridefinendolo. Un viaggio nell’ignoto che mette in crisi le logiche presenti, formula nuovi interrogativi e forse regala alla società un nuovo tipo di edificio”.
La sfida non è irrilevante se consideriamo che la eVolo in passato ha organizzato altri concorsi sullo stesso tema ( quella dello scorso anno è stato recensito da L’Arca nel numero 215 con un articolo di Mario Arnaboldi) e che sono passati quasi sei anni dall’11 settembre del 2001, quando l’abbattimento delle Twin Towers di New York fu visto da molti come la fine di un sogno fondato sui miti dello sviluppo tecnologico a tutti i costi, caratterizzato da segni urbani volutamente fuori scala e dalla diffusione di modelli abitativi, come appunto i grattacieli,- considerati – e non solo dai terroristi- arroganti e acontestuali.

Del resto, che un episodio anche fortemente drammatico e carico di implicazioni simboliche, non potesse fermare il corso della globalizzazione, di cui il grattacielo è il simbolo per eccellenza, lo si è visto nel gran fiorire di nuovi skyscraper.

A New York, al concorso per la ricostruzione di Ground Zero ha vinto il progetto di Libeskind, anche perchè la Freedom Tower da lui disegnata sarebbe stata la più alta del mondo ricordando, con i suoi 1776 feet, la data dell’indipendenza americana ( come hanno spiegato i poststrutturalisti francesi, riprendendo le teorie di Marcel Mauss sul potlàc, ad un evento simbolico si può rispondere solo con una altro e più eclatante dello stesso ordine), mentre a Shanghai, Hong Kong, Singapore, Kuala Lumpur, Dubai e nelle altre capitali dei paesi emergenti del medio e dell’estremo oriente, nelle quali i valori in gioco sono ben altri, i grattacieli continuano a proliferare, proponendosi come testimonianza tangibile di uno stato di benessere dato oramai come acquisito.

In Europa, dove, infine, l’universo di riferimento è altro ancora, i protagonisti della scena architettonica quali Norman Foster, Jean Nouuvel o Renzo Piano sono impegnati a dimostrare che il grattacielo, modernamente considerato, può essere eco-friendly o, addirittura, come afferma Renzo Piano – il quale a Londra, in accordo con il sindaco Livingstone, ne sta realizzando uno in cui sono aboliti i parcheggi delle auto private- uno strumento per risolvere, piuttosto che complicare, i problemi di traffico e di congestione urbana.

Esattamente come e’ facile comprendere il perchè un edificio oltremodo alto attragga gli investitori, altrettanto facile è trovare le ragioni dell’ irresistibile fascino che genera sui progettisti. Negli Stati Uniti si afferma che uno studio di architettura ha fatto il salto di scala solo nel momento in cui ne realizza uno. E- i giovani architetti, come dimostra questo stesso concorso della eVolo, sono disposti a investire sul tema tempo e energie, anche sapendo che difficilmente i loro sogni potranno essere realizzati, coscienti che i developer che investono milioni di dollari in questi giocattoloni da centinaia di migliaia di metri cubi difficilmente darebbero carta bianca a un talento dalle indubbie doti artistiche ma professionalmente poco inquadrabile, preferendogli invece studi del calibro di SOM, HOK, Pelli, Foster (lo dimostra la penosa vicenda di Ground Zero e della Freedom Tower dove il più affidabile Davild Childs di SOM ha di fatto esautorato dalla progettazione il più bravo David Libeskind).

L’attrazione irresistibile che da sempre il grattacielo esercita sull’architetto, credo derivi dal fatto che firmarlo è realizzare un landmark, un’opera che tutti sono costretti a guardare e ad ammirare. Un luogo dal quale dominare il resto della città. E si tratta di un desiderio talmente intenso che anche un architetto il quale disprezzava gli edifici alti, come Frank Lloyd Wright, decise di disegnarne uno, alto un miglio, cioè quattro volte di più di quelli già giganteschi che negli stessi anni si costruivano.

A questa spiegazione canonica, che giustifica il perchè dell’interesse della categoria dei progettisti al tipo edilizio, oggi se ne aggiunge un’altra. Il grattacielo attrae irresistibilmente i designer che hanno più propensione verso la teoria perchè, in un periodo in cui nessuno se la sente più di confrontarsi con il tema della città o della metropoli, è l’unico pretesto attraverso il quale continuare a ragionare alla grande scala. Le Corbusier, Wright hanno disegnato degli edifici alti ma poi li hanno inquadrati all’interno della Ville Verte o di Brodoacre.

Gli architetti d’oggi, se gli si chiedesse di disegnare una città – intendo una ideale, non quelle che disegnano un tanto a metro per i paesi in via di sviluppo– risponderebbero che non saprebbero neanche da dove cominciare.- E aggiungerebbero che il grattacielo- – come ci ha insegnato a guardarlo Koolhaas a partire da Delirious New York- è una città in miniatura, un microcosmo abbastanza complesso da garantire una pluralità di funzioni e di eventi e tuttavia ancora abbastanza semplice da poter essere controllato, anche se attraverso strumenti progettuali che non sono quelli della composizione architettonica tradizionale.

E veniamo al concorso eVolo. I tre primi premi ci lasciano estasiati, stupiti ed atterriti. Il primo classificato trasforma il prisma in un organismo ectoplasmatico che si evolve e cresce autonomamente, seguendo una intuizione di John Johansen, secondo il quale nel tempo, grazie alle nanotecnologie, l’inanimato si trasformerà in animato, il sordo in intelligente. Il secondo propone volumi le cui cavità mi ricordano- – non so se a ragione o a torto- le arcologie di Paolo Soleri. Il terzo, con un’operazione che avrebbe interessato Freud, trasforma il fallo in serpente, e attraverso questo processo – che ha un precedente in un celebre progetto di Peter Eisenman- capovolge una spazialità verticale in una avvolgente e topologicamente spiazzante.

E’ interessante notare che tutti e tre i progettisti si confrontano e a più livelli con la natura e il paesaggio. Se fossimo degli studiosi di tassonomia non esiteremmo a classificarli all’interno della scuola dei landscapisti metropolitani cioè di quel comune sentire neo-organico che, a partire dal 1993 con un celebre fascicolo di Architectural Design dal titolo Folding in Architecture, si è sviluppato lungo tre direzioni: quella prammatica olandese , quella neoelettronica statunitense, quella concettuale inglese.
E difatti, leggendo il curriculum dei tre vincitori, ci accorgiamo che due hanno studiato presso la Columbia University di New York e uno presso la Architectural Association di Londra.

Quale è la ragione, almeno per gli architetti più giovani, di questo approccio? E’ la possibilità di poter dare risposte a quattro problemi: uno architettonico, uno urbanistico, uno culturale e uno tecnologico. A quello architettonico perchè permette di disegnare edifici che continuano ad avere un forte valore scultoreo, oggettuale. A quello urbanistico perchè consente di fare i conti con la grande scala del paesaggio. A quello culturale perchè coinvolge l’ecologia e quindi consente di essere politically correct. A quello tecnologico perchè obbliga a confrontarsi con le più avanzate acquisizioni nel campo delle scienze applicate, nonchè con i più evoluti programmi CAD. Che poi tutto corra il rischio di tramutarsi solo in elaborati grafici affascinanti e in una nuova accademia del disegno, non più metafisica come era quella della Tendenza Italiana ma futuristica come è più consono ai tempi, è un altro argomento di discussione.

Apparso su L’Arca giugno 2007

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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