Giovani architetti romani

Luigi Prestinenza Puglisi 30 Marzo 2014 Cronache e commenti 2 commenti su Giovani architetti romani

Esiste una nuova scuola romana? Io direi di no, almeno per due ragioni. La prima è che i gruppi che qui presentiamo pur appartenendo a un medesimo ambiente geografico, e pur condividendo alcune ipotesi operative, sono estremamente diversi tra di loro. E anche se è vero che ciò che sta accadendo a Roma ha una sua specificità rispetto a ciò che avviene in altre città, per esempio a Milano o a Venezia, sarebbe credo criticamente sbagliato raggrupparli in una sigla come, per esempio, è avvenuto in altri tempi, quando il termine scuola romana ha contraddistinto gruppi che si muovevano lungo una più condivisa linea culturale. La seconda ragione è che la maggior parte di questi architetti ha poco e nulla a che fare con Roma, nel senso che pur lavorando nella Capitale si orientano verso una prospettiva europea piuttosto che locale. Cosi’ mentre la passata scuola romana elogiava il genius loci, il culto della tradizione artigianale (si pensi alla venerazione per Mario Ridolfi) e si confrontava con il Barocco e con il razionalismo cosi’ come declinato da Adalberto Libera, Mario De Renzi, Luigi Moretti, Marcello Piacentini cioè con opere che fortemente caratterizzano il panorama architettonico della città, questi giovani dialogano con architetti stranieri, con MVRDV, con Rem Koolhaas, con Zaha Hadid, con Frank Gehry, con Steven Holl, con Jean Nouvel, con Dominique Perrault.

Per amor di classificazione, e coscienti di tutti i limiti insiti in ogni operazione tassonomica, potremmo dividere in quattro diverse categorie la quindicina di gruppi che sono stati ospiti dei tè del TAC.

Alla prima appartengono coloro, quali Stalker e Sciatto Produzie, che cercano di realizzare architetture con il minimo dei mezzi materiali e espressivi. Sino a evitare di costruire per operare su eventi, situazioni, stati mentali, punti di vista degli utenti. Si rifanno al situazionismo di Debord e alle ricerche delle più battagliere avanguardie artistiche europee. Sanno che l’architettura non è solo la forma dell’involucro murario ma è soprattutto il rapporto tra l’uomo e lo spazio. Per operare, prediligono le interazioni e le relazioni, proponendo passeggiate, happening, operazioni che alterano il senso dello spazio o che impongono punti di vista inaspettati. Non disdegnano di progettare: ma in questo caso si muovono su temi di forte impatto sociale o culturale. Come negli ultimi lavori di Sciatto Produzie tesi a realizzare case flessibili per extracomunitari o per i cosiddetti nuovi nomadi.

Alla seconda appartengono coloro che si pongono il problema di sperimentare in modo originale le nuove tecnologie. Sono gruppi quali Ian+, Centola, 2A+P che non esitano a indagare le possibilità offerte dalla tecnica arrivando, a volte, sino ai limiti della costruibilità. Si muovono negli orizzonti della ricerca digitale per concretizzare, con forme dinamiche, i flussi che ci circondano. Quindi: abitazioni mutevoli, grandi schermi, spazi della comunicazione. Ian+ annovera tra i suoi progetti una poetica casa per Goethe. I progettisti di 2a+P hanno voluto ipotizzare un ambiente abitativo interattivo legato alle emozioni.

Tutti lavorano sul concetto di landscape, intendendolo come un punto di contatto tra la trasparenza della tecnologia e la materialità dello spazio, tra l’artificialità della città e la naturalità della campagna. Le forme che producono oscillano tra minimalismo e barocco ipertech, non sono mai consuete e molto mediato è rapporto con la storia che questi progettisti ben conoscono ma non citano mai direttamente. Affiancano alla progettazione un’intensa attività pubblicistica e in rete. Luca Garofalo di Ian+ è autore di numerosi scritti teorici. I progettisti di 2a+p hanno prodotto tre volumi dell’omonima rivista: un piccolo capolavoro di grafica e di invenzione; e sono coautori con Marco Brizzi e il sottoscritto di un libro sulla cosiddetta generazione della rete. Centola, oltre a scrivere saggi teorici sul digitale per L’Arca, è l’organizzatore di Newitalianblood, un sito internet molto frequentato nel quale ognuno può mettere in rete i propri lavori: di scrittura o di progettazione.

Al terzo gruppo appartengono coloro che io chiamo gli architetti dello High Touch. Sono progettisti, quali Nemesi, n! studio, De Logu, Stipa, T studio, Giammetta&Giammetta che si muovono tra la ricerca avanzata e le possibilità di realizzazione che si offrono in Italia. Dialogano con il moderno e il contemporaneo e cercano mediazioni tra le costrizioni materiali – una committenza tradizionalista e spesso di orizzonti ristretti, una industria edilizia arretrata- e le ragioni della ricerca artistica. Lo fanno giocando con i materiali e la luce e senza evitare incontri e scontri con la storia, non solo antica ma anche contemporanea che spesso citano con gusto affabulatorio. è questa sensibilità per i materiali, per la forma che li caratterizza e, in un certo senso, determina la loro identità italiana. Ma il contesto al quale si riferiscono è sicuramente europeo, come testimonia anche il successo che la loro opera incontra all’estero.

Nella quarta categoria porrei coloro, quali Terre, Campo, APST, GAP, che il problema della storia e della tradizione se lo pongono con più forza o che si muovono in direzione di un più prammatico realismo o del recupero del cosi’ detto mestiere. Più vicini degli altri tre raggruppamenti a ciò che potrebbe definirsi una nuova scuola romana, se ne distaccano tuttavia per una disincantata apertura alla ricerca internazionale e per fresco spirito sperimentale che li porta a tentare commistioni o approcci inconsueti e sicuramente felici dal punto di vista creativo.

Dicevamo che tutte le classificazioni valgono per quello che valgono. Cioè solo a fissare delle idee, mai a imbrigliarle e ingessarle in forme che poco corrisponderebbero alla effettiva plasticità e fluidità della realtà. In effetti progettisti di un gruppo non esitano produrre opere che li potrebbero far appartenere a un altro. I neo-situazionisti sondano, a volte, temi degli sperimentatori digitali. Gli sperimentatori digitali non disdegnano di effettuare operazioni che li potrebbero far classificare come High Touch. I confini, infine, tra questi ultimi e la categoria di coloro che si pongono con più forza il problema della storia e della tradizione sono cosi’ labili che si fa non poca fatica a collocarli in una piuttosto che in un’altra casella: GAP, T studio, per esempio, si muovono e sempre con esiti interessanti su diverse prospettive di ricerca.

Un’ultima considerazione. Se credo che non esista una nuova scuola romana, non credo però che si possa dire che non esista un fenomeno degli architetti romani. La Capitale è da qualche anno uno dei centri più interessanti della ricerca architettonica nel Paese. E anche se in questo preciso momento viviamo forse una pausa di stasi, di riflessione, di assestamento, dopo l’orgia delle forme e delle speranze che aveva caratterizzato gli ultimi anni del millennio, i giovani architetti romani continuano a produrre opere notevoli e pertanto non è lecito sottovalutare la loro attività. Le iniziative dei Tè del TAC sia pure in piccola parte hanno contribuito a portarla alla luce. Adesso è il momento delle Istituzioni preposte alla valorizzazione e alla diffusione della cultura, prenderne atto, attivando le opportune iniziative per evitare che si ripeta il dramma solito del nostro Paese: lo spreco di intelligenze e energie creative.

 

tratto da Giovani architetti romani, Gangemi Editore, Roma 2004 (a cura di Paola Veronica Dell’Aira, Giuseppe Rebecchini e Chiara Naseddu)

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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