Ecologie contemporanee: le energie italiane

Ecologie Contemporanee

Ecco il testo di accompagno alla mostra nel padiglione italiano alla biennale di Brasile. Si intitola Contemporary Ecologies. Energies for Italian Architecture e cerca di individuare un nuovo filone di ricerca verso il quale si sta orientando un crescente numero di studi d’architettura.

 

Ecologie contemporanee: le energie italiane

Come coniugare la salvaguardia dell’ambiente con le nuove tecnologie producendo un habitat contemporaneo, quindi nè nostalgico nè punitivo? Ecco una domanda alla quale oggi progettisti di tutto il mondo stanno cercando di dare una risposta. Che si preannuncia complessa perchè mentre e’ abbastanza semplice proporre di ritornare alla vita di un tempo, ridimensionando quei dispositivi meccanici ed elettrici che a partire dai primi del novecento ( i primi brevetti dell’aria condizionata risalgono al 1906 e l’aspirapolvere al 1902) l’anno resa più confortevole, e’ molto più difficile prefigurare un modello di sviluppo sostenibile in cui le abitazioni godano i benefici che questa società delle telecomunicazioni, dell’informatica, del digitale promette senza subirne, o subendone al minimo, gli inevitabili portati negativi.

A lavorare sul problema sono anche un- crescente numero di progettisti italiani. I progetti di alcuni dei quali abbiamo pensato di proporre nel padiglione italiano di questa biennale brasiliana di architettura. Con il desiderio di contribuire all’affermazione di un sempre più responsabile modo di vedere e sentire l’architettura ma anche di far venire alla luce quelle energie, alcune delle quali ancora sommerse, che con maggiore incisività stanno oggi sperimentando ecologie innovative cioè interrelazioni alternative tra l’uomo, l’architettura e l’ambiente.

La scelta compiuta ovviamente non e’ esaustiva. Tra i numerosi gruppi meritevoli ne abbiamo selezionati ventuno con quindici progetti che propongono punti di vista originali. Li abbiamo scelti in base a due criteri:
-che la loro ricerca si orientasse verso un approccio innovativo e sperimentale;
-che i loro lavori declinassero forme nuove in grado di competere- con le esperienze europee e internazionali che si muovono nella medesima direzione.

Esaminati in una prospettiva storica, i progetti che presentiamo in mostra si ricollegano idealmente ad altri realizzati nella metà degli anni ottanta quando nasce un nuovo sentire. Grazie all’opera di alcuni precursori che operano a livello internazionale, emerge una concezione del rapporto tra architettura e natura che scavalca le precedenti correnti neobrutaliste, razionaliste, postmoderne e anche organiche. Natura e architettura non sono più intese come due entità separate, anche se interagenti e complementari, ma come afferenti a un medesimo paradigma concettuale e quindi in larga misura fungibili l’una con l’altra. Ciò vuol dire che il verde diventa uno dei tanti materiali da costruzione, come avevano insegnato i Site e Emilio Ambasz, mentre la massa muraria, acquisendo intelligenza e diventando una membrana permeabile, si trasforma in un dispositivo interattivo in grado di dialogare all’interno con gli abitanti e all’esterno con la natura circostante, con una radicale ridefinizione dello statuto dell’architettura che, a questo punto, non può più essere intesa come un che di artificiale che si contrappone al naturale dello spazio circostante. Realizzazioni come- l’ Institute du Monde Arabe di Parigi (1987) di Jean Nouvel o la Torre dei Venti di Yokohama (1986) di Toyo Ito che, tra le prime, danno forma ai nuovi concetti, diventano modelli ampiamente pubblicizzati, riferimenti sui quali orientare una produzione in cui i confini tra animato e inanimato, materia e energia, organico e inorganico diventano labili.

Lungo questa direzione, anche se non in modo esclusivo, si muove la corrente decostruttivista che ha con la mostra Deconstructivist Architecture al MoMA di New York il suo momento di maggiore notorietà. Architetti quali Peter Eisenman o Zaha Hadid, che appartengono a questa tendenza, si orientano lungo una direzione trans-ecologica e morfogenetica mentre gli altri lavorano alla creazione di nuovi paesaggi metropolitani. Vi e’ poi l’High Tech che, in questi anni, si trasforma in Eco Tech con edifici di Norman Foster, Richard Rogers, Nicholas Grimshaw e William Alsop in cui la complessità tecnologica si apre all’ambiente e al paesaggio, anche al fine di conseguire consistenti risparmi energetici. A sintetizzarne le ricerche, cercando di tradurle in termini linguistici, provvede il libro di Charles Jencks, The Architecture of the Jumping Universe uscito nel 1995.

La seconda metà degli anni novanta e’ particolarmente importante per la cultura architettonica italiana. Si registra un fiorire di energie – come sempre soprattutto di giovani: la cosiddetta generazione Erasmus- che si affacciano alla ribalta producendo lavori innovativi. Sulla scia di quanto accadeva nella cultura architettonica mondiale, si riscoprono, coniugandole al nuovo modo di sentire la natura, le ricerche di avanguardia degli anni dieci e, soprattutto, degli anni sessanta quali la body art , la land art e il concettuale. Si usano materiali inusuali: tra questi il verde e gli oggetti poveri e poverissimi ripresi dal cheapscape metropolitano. Si sperimentano le valenze estetiche del caos, del complesso e dell’informe contro i precetti dell’ordine e della composizione equilibrata. Si- abbandonano definitivamente le nostalgie storiciste della precedente stagione post modern per sperimentare inaspettate libertà formali.

L’effervescenza italiana riflette una euforia diffusa. E’ in questi anni che con la telematica e internet, si mette in discussione lo spazio concepito semplicemente in termini di hic et nunc e, grazie all’intelligenza artificiale, la concezione di involucro inanimato. Il Guggenheim di Bilbao, inaugurato nel 1997, evidenzia che e’ finita l’epoca della catena di montaggio fatta di elementi standardizzati e che si può cominciare a pensare in termini di unicum perchè, come e’ stato ben sintetizzato, i nuovi metodi di produzione stanno ai vecchi come la stampante a getto d’inchiostro sta alla macchina da scrivere. Comincia ad operare una generazione di architetti “nati con il computer” , da Greg Lynn a Nox, attenta alle ricadute ecologiche della propria ricerche.
A fare il punto provvedono sul finire del ventesimo secolo i libri della serie La rivoluzione informatica nella serie l’Universale d’architettura (il primo esce nel 1998), riviste quali Domus che dedicano alle nuove frontiere pagine entusiaste e la biennale di Venezia del 2000 diretta da Fuksas che, pur con tutti i suoi limiti, lancia il messaggio che in architettura -e, finalmente, anche in Italia- si respira un nuovo sentire.

Come spesso e’ avvenuto in passato, ad un ciclo propulsivo e ottimista ne subentra uno riflessivo e tradizionalista. La critica conservatrice accusa sperimentatori e innovatori di cadere preda del mito tecnologico e della cosiddetta società delle immagini ( il più importante di questi saggi, anche perchè ne e’ il precursore: The Anaesthetics of Architecture di Neil Leach e’ del 1999) E, in Italia, ai giovani che si abbeverano all’estero della nuova cultura architettonica si rimprovera di dimenticare le proprie radici. La bandiera dell’italianità dell’architettura italiana viene sventolata contro di loro, cosi’ come contro le numerose Star straniere che, approfittando del mutato clima culturale, acquisiscono in Italia incarichi sempre più numerosi e importanti.
Da parte degli stessi giovani si registra, contemporaneamente, una caduta di tensione dovuta sia a un prevedibile, anche se temporaneo, esaurimento delle energie creative sia al cattivo esempio di alcune Star straniere che, acquisito il successo commerciale, non esitano a ripetersi stancamente trasformando in clichè quelli che, in origine, erano stati input innovativi e vitali.

L’undici settembre del 2001 l’abbattimento delle Twin Towers segna un punto di non ritorno. Si scopre che l’ottimismo degli anni precedenti riposto nei magnifici destini e progressivi della tecnologia era sicuramente eccessivo e che e’ giunto il momento per una architettura più responsabile fatta meno di simboli e più di relazioni con gli uomini e la natura.
I fatti che seguono l’undici settembre rafforzano queste ipotesi. Si acquista la consapevolezza che l’architettura deve riflettere su tre questioni: come acquistare una maggiore autenticità contrapponendola allo stereotipo linguistico della cosiddetta architettura firmata, come conciliare la standardizzazione- imposta dalla globalizzazione con la pluralità delle culture locali evitando di cadere nell’appiattimento dell’omologazione, come aprirsi ad una prospettiva ecologica non punitiva, estranea all’ambientalismo dei divieti e delle privazioni.

Dei tre temi il terzo appare più urgente e sollecita le migliori intelligenze anche perchè, come aveva già intuito Bruno Zevi nel convegno del 1997 Paesaggistica e grado zero, ha forti valenze spaziali oltre che concettuali: implica infatti una sminuita importanza dell’oggetto in sè e per sè ed e’ correlato all’imperativo di un azzeramento linguistico. Se il paesaggio è ciò che ci circonda, materializza spazializzandolo il nostro rapporto con il mondo e quindi non ha senso riempirlo di retorica, caricarlo di turbe grammaticali e sintattiche, trasformarlo nell’apoteosi dello stile.

Se in Italia si parla di paesaggio, negli altri paesi, e in particolare in Olanda, si parla sempre più diffusamente di landscape, una parola che presto diventa quasi una formula magica, che ognuno adopera secondo una propria e particolare accezione. Il termine ha, infatti, in sè un forte potere evocativo: allude contemporaneamente all’edificio, all’urbanistica, alla natura. Fa pensare al primo ma all’interno di un contesto ambientalmente responsabile, alla gestione del territorio ma senza monotematismi zonizzanti e a astrazioni economiche e, infine, al verde ma in quanto risultato di un complesso progetto di costruzione dello spazio antropizzato.
In ogni caso, nonostante la pluralità di significati proiettati sui termini, non e’ difficile da parte di tutti concordare che per creare un nuovo paesaggio o landscape occorre una rinnovata consapevolezza ecologica che alla luce delle nuove tecnologie, ma senza ottimismi tecnicistici, riorganizzi, anche a partire dalle piccole cose, dai progetti a scala minuta, il rapporto con l’ambiente che ci circonda, con il pianeta nel quale abitiamo.

Verso questa la direzione di ricerca, come si diceva in apertura, si stanno muovendo negli ultimi anni un crescente numero di architetti che operano nel panorama internazionale. Aiutati in ciò anche dal valido supporto di alcuni studi ingegneria che stanno sempre più orientandosi verso la progettazione di sistemi impiantistici che permettono di ottenere edifici a consumo zero, cioè energicamente autosufficienti. Gli architetti, come sostiene uno dei partner di una di queste società, la Arup, in una recente intervista sulla rivista A10 ” non possono più- curarsi di disegnare oggetti firmati ma devono realizzare edifici e quartieri densi di significato e di qualità che siano totalmente sostenibili e cosi’ possano contribuire al benessere delle persone, della società e dell’intera umanità”

Più che mai il prossimo futuro richiederà creatività ed attenzione. Creatività per mettere a punto un progetto tecnologicamente avanzato e formalmente innovativo. Attenzione perchè gli elementi con i quali ci si deve confrontare sono quelli di sempre. In estrema sintesi: l’acqua, il sole, la terra.

E’ per questo motivo che abbiamo pensato di suddividere i lavori selezionati in tre gruppi, corrispondenti ciascuno a uno dei tre elementi. Naturalmente, come succede con tutte le classificazioni, si e’ dovuta operare qualche forzatura, se non altro perchè la gran parte dei lavori presentati, anche se punta su uno in particolare, in un modo o nell’altro dialoga con gli altri due elementi. Ciò nondimeno ci e’ sembrato che evidenziare tre direzioni di ricerca, una più solare, una più terranea e una più liquida, aiutasse la lettura dei progetti rendendola più chiara ed agevole. I visitatori del padiglione italiano, il cui allestimento e’ stato ottimamente ideato da Stalkagency, e i lettori di questo catalogo giudicheranno se l’obiettivo e’ stato raggiunto.

Luigi Prestinenza Puglisi, curatore.

La mostra è stata organizzata dalla DARC e dal Ministero degli Affari Esteri. Il catalogo è gratuitamente scaricabile, a partire dal 7 novembre 2006, dal sito-www.darc.beniculturali.it/

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

1 Comment

  1. Sara Dini 18 Settembre 2014 at 11:56

    Analisi ineccepibile che approfondirò ma che nelle linee generali condivido appieno. Il merito di questo articolo e di essere diretto alla categoria degli architetti ma non solo, e questa è forse la prerogativa di questo pezzo che apprezzo di più. Da architetto dico che la questione aperta è: come far conoscere il contenuto di ques’articolo ai politici di professione?

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