Dieci anni di architettura: 1996-2006

Ecco l’introduzione al libro Dieci anni di architettura:1996-2006 edito da Prospettive.

Il libro racconta delle ultime vicende dell’architettura contemporanea in Italia, in un periodo segnato da forti tensioni, ma oggi segnato da un momento di crisi e di riflusso.

Intorno al 1996 si- consuma una repentina ma significativa rivoluzione nell’architettura italiana. Protagonista una generazione di progettisti trentenni e quarantenni
insofferenti del tradizionalismo delle università e della gran parte delle riviste nostrane. A infiammare gli animi provvede una stagione di capolavori che si progettano e si costruiscono dappertutto, tranne che in Italia. Solo per citare alcune delle opere più importanti: nel 1996 Koolhaas lavora ad Euralille, nel 1997 Gehry inaugura il Museo Guggenheim di Bilbao, nel 1998 e’ il turno del centro culturale di Jean Nouvel a Lucerna, nel 1999 si inaugura il museo ebraico di Libeskind a Berlino. Messi in crisi nel loro provincialismo, i giovani architetti italiani capiscono che, se non vogliono essere definitivamente emarginati all’interno di un buco nero senza uscite, devono respirare aria nuova. Con la conseguenza che diventano sempre più numerosi i neolaureati che, dopo essersi recati all’estero grazie ai programmi Erasmus, frequentano i master dell’Architectural Association di Londra, del Berlage a Rotterdam o della Columbia di New York. E invece della sempre più asfittica Casabella ( che, in crisi di vendite, nel 1996 cambierà direttore ma senza grande rinnovamento: da Vittorio Gregotti a Francesco Dal Co) leggono El Croquis o altre riviste straniere che, insieme a internet, li aggiornano in tempo reale dei mutamenti in corso. Allo strappo, l’accademia italiana reagisce all’inizio con una quasi totale chiusura che e’ tanto più sorda e fastidiosa quanto più il movimento di fronda e di protesta cresce: ancora ricordo un incontro all’InArch di Roma sul Guggenheim di Bilbao in cui- i tradizionalisti, che accusano l’edificio di essere senza forma e un prodotto della società delle immagini, vengono accolti da bordate di fischi e impertinenti coretti di “scemo, scemo” provenienti dal giovane pubblico giustamente indignato. E, per contro, ricordo ancora il successo – con vendite prossime alle 10.000 copie- delle monografie sulla Hadid, Koolhaas, Gehry, Eisenman, Libeskind della agile ed economica collana della Universale di architettura, rilanciata con grande tempismo Bruno Zevi, il quale capisce che attraverso il decostruttivismo può riaffermare la propria leadership culturale e uscire da un sordo ostracismo che, almeno dal 1978, lo ha relegato ai margini del dibattito culturale a favore di figure di ben più modesta levatura quali Gregotti o Portoghesi.
Nel luglio del 1997 esce il primo numero della rivista, Il Progetto, con una redazione composta, tra gli altri, da Maurizio Bradaschia, Livio Sacchi, Maurizio Unali e il sottoscritto. In copertina la redazione decide di mettere Peter Eisenman che, pur con le sue ambiguità, da sempre e’ uno dei portavoce della sperimentazione in architettura e che, in proprio in quegli anni, sta vivendo una nuova stagione creativa. Il numero sarà distribuito anche nel convegno, Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura, organizzato nel settembre del 1997 da Bruno Zevi a Modena, un evento che si deve leggere come il rilancio delle ragioni della sperimentazione in Italia. Nel secondo numero della rivista, uscito nel gennaio del 1998, la redazione stabilisce, dopo non poche discussioni,- di dare la copertina a Massimiliano Fuksas, un personaggio ancora poco apprezzato perchè ostracizzato dalla cultura accademica ma che di li’ a poco diventerà uno dei maggiori protagonisti dell’architettura italiana.
E’ proprio in questi anni, aiutata sicuramente dalla funzione catalizzatrice dei libri della Universale di architettura nonchè dai siti di architettura, tra i quali il frequentatissimo Arch’it, nato nel marzo del 1995- e diretto da Marco Brizzi, che nasce una nuova critica che anche generazionalmente si differenzia da quella che sinora aveva dominato il panorama nazionale, orientandolo in senso tradizionalista.
Nel 1998 esce il libro HyperArchitettura in una nuova sezione della Universale, dal titolo emblematico di La rivoluzione informatica, coordinata da Antonino Saggio ( la collana, che oggi vanta una quarantina di titoli tradotti in più lingue, e’ tuttora operativa).
Si delinea un nuovo atteggiamento che cerca nella rivoluzione digitale in atto nuovi strumenti per confrontarsi con una realtà in continua trasformazione: anche a costo di perdersi nei blob e in complesse geometrie dominabili solo attraverso l’aiuto del computer e dell’algebra booleiana ( a fare il punto sullo stato dell’arte provvederà nel 2003 il libro Architettura e cultura digitale curato da Livio Sacchi e Maurizio Unali, edito da Skira) Il taglio con il passato deve essere netto. Ad una presunta continuità della tradizione italiana – rilanciata, più tardi,- dai reazionari con inquietanti convegni sull’identità della nostra storia- occorre contrapporre la discontinuità. All’autonomia di un linguaggio autoreferenziale sostituire l’eteronomia, lo sporcarsi le mani con la realtà circostante e con i suoi portati tecnologici.
E se c’e’ da recuperare una tradizione non e’ certamente il Postmoderno, la cosiddetta Tendenza o l’architettura disegnata, ma quella degli allora disconosciuti movimenti radicali degli anni Sessanta e Settanta e degli architetti creativi che la precedente storiografia tafuriana aveva di fatto cancellato, da Leonardo Ricci a Vittorio Giorgini, da Luigi Pellegrin a Maurizio Sacripanti, senza dimenticare alcuni protagonisti, meno ostracizzati dalle accademie, ma ora letti in una luce completamente diversa: Franco Albini, Luigi Moretti, Carlo Mollino.
Vi e’ poi, da segnalare, la funzione innovatrice di Domus, dal febbraio 1996 guidata da Francois Burkhardt, un direttore come pochi attento all’innovazione, che sul finire del secolo lancia alcuni numeri memorabili dedicati al rapporto tra nuove tecnologie e forme architettoniche.
A segnare la definitiva vittoria del fronte innovatore e sperimentale e’ la settima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, del 2000, diretta da Massimiliano Fuksas che inventa l’accattivante ma ambiguo titolo Less Aestethics, More Ethics.
Pur con tutti i pasticci, anche concettuali, che derivano da un approccio genialmente intuitivo ma culturalmente poco mediato, oltre che dal prorompente ego del curatore- il quale, per ragioni altrimenti incomprensibili, non esita a mettere in secondo piano ricerche e temi anche importanti e gran parte degli architetti innovativi italiani- l’evento del 2000 segna un momento di non ritorno, come testimoniano i commenti disturbati dei numerosi detrattori di matrice tradizionalista.
Come succede con tutte le piccole rivoluzioni, sia pure sovrastrutturali, a un certo punto l’ondata si arresta. Lo annuncia il cambiamento di direzione di Domus che nel settembre del 2000 passa a Deyan Sudjic, che trasformerà la testata in un bellissimo ma patinato magazine.- La data che, tuttavia, simbolicamente segna un momento di stallo nella sperimentazione coincide con l’abbattimento delle Twin Towers, il 9 settembre del 2001. Lo Star System, consolidatosi durante gli anni Novanta, sembra ogni giorno di- più girare a vuoto rincorrendo un modello globalizzante sui quali i più cominciano a nutrirsi seri dubbi ( un modello che, sia detto per inciso, emerge con tutta la sua debolezza negli stessi progetti di ricostruzione di Ground Zero). Anche i giovani architetti italiani sentono che qualcosa e’ cambiato, che un ciclo si e’ chiuso. Fin qui non ci sarebbe nulla di male: da sempre ad una fase espansiva della ricerca architettonica ne subentra una di riflessione e riassestamento; e la crisi dello Star System può diventare l’occasione per passare ad altre sperimentazioni, per esempio sul delicato tema del landscape, della consapevolezza ambientale ed energetica, del low tech. Ed invece, ecco che l’Accademia sembra riprendere il sopravvento. Lo fa con una strategia a tenaglia: da un lato recupera il linguaggio e lo stile -ma non le istanze rinnovatrici- degli architetti dello Star System sdoganando i vari Koolhaas, Hadid, Gehry; dall’altro ripropone una versione continuista dell’architettura italiana. Ne viene fuori una pasticciata maionese eclettica in cui tutto e’ lecito: ispirarsi a- Morphosis e insieme a Gregotti, copiare Coop Himmelb(l)au e fare il verso a Portoghesi, ammirare- Libeskind e poi fare il postmodern alla Derossi. In questa operazione vediamo impegnate la rivista Casabella e la Darc, la Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee, istituita nel maggio del 2001 e diretta dalla debole figura di Pio Baldi, che non esita a proporre iniziative dove compaiono, senza sviscerarli criticamente, personaggi cosi’ diversi come Giancarlo De Carlo, Aldo Rossi, Sandro Anselmi. E, infine, vediamo coinvolti in prima persona- Marco Casamonti e Franco Purini, sia pure da posizioni intellettuali diverse. Il primo, attraverso le riviste Area e D’A e la propria produzione architettonica si sta facendo promotore di un eclettismo stilistico, sperimentalmente disimpegnato, dove in nome della buona qualità dell’immagine ogni formula e’ buona ( da qui progetti che oscillano tra Koolhaas e gli anni Sessanta, da Siza a Gigon & Guyer). Il secondo, anche con elaborate riflessione su temi generazionali – suo e’ per esempio un recente scritto su Generazioni e progetti culturali che ha suscitato una vasta eco di interventi- cerca di trovare un filo comune che unisca vecchia e nuova guardia. I risultati sono, tuttavia, fallimentari come dimostra la recente mostra del 2003 Dal Futurismo al futuro possibile dove sono messi insieme architetti tra loro molto diversi, alcuni – e mi riferisco soprattutto al versante tradizionalista e reazionario- anche di qualità molto modesta.
Cosa succederà all’architettura italiana nel prossimo futuro? Vincerà la linea continuista ed eclettica della DARC, di Casamonti e di Purini oppure ci sarà ancora spazio per la ricerca, la creatività, la sperimentazione? A questa domanda francamente non saprei rispondere perchè il futuro e’ sempre imprevedibile e non e’ dato ai critici conoscerlo. Certo, dopo dieci anni di rivolgimenti, anche radicali, l’architettura italiana mostra una maggiore vitalità e anche un minore provincialismo che fanno ben sperare. Prova ne sia che sta ricominciando a captare l’interesse della stampa straniera. Per esempio sono stati pubblicati nel 2005 un numero monografico della rivista giapponese A+U a cura di Luca Molinari e due della rivista cinese World Architecture a cura di Alberto Alessi, e se ne prevede nel 2007 uno della rivista inglese AD. Insomma, le energie e i talenti ci sono e non e’ detto che, terminato questo ciclo di involuzione e di assestamento ma anche di riflessione e di metabolizzazione, non possa- iniziare una nuova stagione intensa e brillante come quella degli anni a cavallo tra il 1996 e il 2001.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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