Albini in mostra

Luigi Prestinenza Puglisi 29 Marzo 2014 Storia Nessun commento su Albini in mostra

 

La mostra su Franco Albini, che si e’ inaugurata alla Triennale di Milano il 28 settembre e durerà sino al 26 dicembre, e’ uno dei tre eventi importanti che segnano il calendario di quest’anno. Gli altri due sono le retrospettive di Genova dedicata a Ignazio Gardella e di Torino sull’opera di Carlo Mollino. Anche se in ritardo, tutte celebrano il centenario dei tre architetti nati nel 1905, l’anno magico del nuovo secolo in cui Einstein pubblicava la sua teoria della relatività. Dei tre personaggi Albini e’ sicuramente il più importante. Rispetto a Gardella, un progettista sopravvalutato dalla critica accademica per la sua maestria nel civettare con il passato come avviene nella sin troppo pittoresca casa alle Zattere a Venezia (1958) o- nelle neo-liberty case di abitazione per gli impiegati della Borsalino ad Alessandria (1952), Albini e’ formalmente più dotato. Rispetto a Mollino, un creatore di forme più geniale ma la cui creatività a volte si riduce a brillanti trovate, più solido e continuo.

Allestita con consumata intelligenza e calibrata raffinatezza, anche se -come ci ha abituati da tempo- senza particolari scatti inventivi da Renzo Piano, la mostra di Milano colpisce in positivo per la copiosa mole dei documenti esposti e per il catalogo curato da Federico Bucci e Fulvio Irace e, in negativo,- per la reticenza con la quale affronta, anzi evita di affrontare, il problema Franca Helg. Della Helg, infatti, si parla pochissimo e sempre evitando di analizzare in modo sistematico il problema della paternità , o sarebbe meglio dire: maternità, di alcune opere nelle quali quella che e’ stata definita “la gran dama dell’architettura italiana” ebbe, a partire dal 1951, più di un ruolo e certo non secondario.

Con la stessa disinvoltura si trascura anche il contributo di Antonio Piva, che collaborò allo studio dal 1961 e ne divenne uno degli associati dal 1975. Certo, si dirà, quello di dimenticarsi dei partner, soprattutto se donne, e’ un destino comune a molte storie dell’ architettura. Ci sono voluti decenni per accorgersi che Charlotte Perriand aveva avuto un ruolo di primo piano nella progettazione degli arredi di Le Corbusier, per riconoscere che Lilly Reich non era solo l’algida amante di Mies van der Rohe e che la Ray Eames aveva un talento non inferiore a quello di Charles. Similmente ancora oggi si fa molta fatica mettere nella giusta luce il contributo positivo o negativo dei giovani progettisti all’opera di architetti più anziani, come e’ avvenuto per il caso di Krier con Stirling o di Purini con Gregotti. Tuttavia, se ancora le grandi retrospettive come quella di Albini alla Triennale hanno un senso, e’ proprio perchè, grazie ai mezzi finanziari di cui dispongono, possono servire a chiarire anche questi nodi critici e aspetti problematici che in altre occasioni si farebbe più fatica a sciogliere.

E veniamo al titolo della mostra: Zero gravity. Ad aiutarci a comprenderne il senso provvede una felice intuizione di Renzo Piano- che, tra l’altro, la prende come motivo di ispirazione- per realizzare un allestimento che quasi flotta nell’aria: ” ho capito che con Franco Albini avevo per la prima volta avvicinato un’architettura fatta di pezzi e frammenti che volano senza mai toccare terra. Per questo le scale non toccano il pavimento, per questo i suoi cavi disegnano lo spazio, per questo tutto, nella sua opera, e’ in equilibrio più o meno stabile”. La chiave di lettura e’ non poco interessante soprattutto per quel che riguarda gli arredi, anche se poi poco si adatta alle opere- edilizie maggiori quali l’albergo rifugio Piovano (1952), pesantemente ancorato al terreno, la Rinascente a Piazza Fiume- a Roma (1961)- una struttura a blocco chiuso,- l’edificio per l’INA a Parma (1954) , tutto giocato sul rapporto con il contesto storico, o, infine, il Museo del tesoro di San Lorenzo (1956)- dove sonda la dimensione, non priva di effetti magici e di valori metafisici, del sottosuolo.

Poco male. Dell’opera di Albini, come di molti altri protagonisti della sua generazione, si possono dare più interpretazioni, spesso tra loro contrastanti. E’ interessante, in proposito, leggere nel catalogo- il ricordo scritto da Gregotti il quale mette in evidenza, in chiave rigorista,- il valore metodologico dell’intervento per l’INA a Parma e, viceversa, l’intervento di Italo Rota, che lavorò nello studio,- e che, invece, di Albini ne esalta l’irrequietezza, l’ansia quasi duchampiana e, infine, la scarsa propensione a un certo modo tradizionale di intendere la composizione: ” d’altra parte la sua – aggiunge- e’ un’architettura che non ha quasi bisogno di essere disegnata”.

Apparso su Edilizia e territorio n.41 ott.- 2006

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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