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L’architettura è un Martini?

Luigi Prestinenza Puglisi 18 Giugno 2012 Storia Nessun commento su L’architettura è un Martini?

Leonardo Ricci era bravo. Anzi a mio giudizio, con Luigi Pellegrin, il più bravo della sua generazione. Eppure i due nomi tra gli addetti ai lavori si sentono poco: tenuti in secondaria considerazione dalla critica, dimenticati dalle accademie, ignorati dai sempre più ignoranti, e non per colpa loro,- studenti di architettura.

La colpa è probabilmente di un Martini. Quel Martini che Ricci dichiarava si potesse bere con piacere sul ponte di un progetto per un concorso a cui aveva partecipato. E che gli valse la stroncatura di Manfredo Tafuri il quale aveva trasformato in un canone di fede l’ipotesi di Mies van der Rohe che l’architettura non avesse nulla a che fare con i Martini. Insomma: a Ricci cosi’ come a Pellegrin ( altro stroncato da Tafuri) non fu mai perdonata la commistione, sempre presente, intensamente caotica, poeticamente sentita tra arte e vita. Motivo per il quale alle loro opere, prodotte da un talento straordinario, vennero preferite quelle di altri che questo talento non lo avevano affatto e alla fertile affabulazione contrapponevano tipologie, morfologie e classificazioni servite in salsa triste.

Che poi Ricci e Pellegrin fossero sostenuti da Bruno Zevi o dai critici che si riconoscevano nella tendenza organica peggiorò le cose. E a peggiorarla ulteriormente furono gli stessi Ricci e Pellegrin che abusarono della loro stessa facilità creativa avventurandosi nel terreno minato delle utopie metropolitane.

La loro grandezza risiede nel fatto che loro stessi erano un grumo di contraddizioni. Predicavano l’antiformalismo, eppure si proponevano come demiurghi della forma. Proclamavano la morte del soggetto eppure volevano essere i titani di un nuovo mondo.- Erano a loro modo calvinisti eppure, nello stesso tempo, si caratterizzavano per un appetito onnivoro per tutto ciò che li circondava; praticavano, per la disperazione anche delle loro compagne, il piacere di vivere; avevano una cultura ampia ma caotica e disordinata.

Esattamente il contrario di quello che voleva l’accademia. Con la quale i due ebbero rapporti inorganici. Come testimonia lo stesso fatto che Ricci, dopo essere fatto preside, dichiarò il proprio fallimento in quanto educatore. Anche se poi, carismatici come erano, credo che ci siano stati pochi architetti venerati dai propri allievi tanto quanto loro due.

Ricci e Pellegrin esponenti quindi della grande architettura organica e postorganica denegata in Italia. Quella che all’estero ha prodotto Frederik Kiesler, Andre Bloc, John Johansen, Yona Friedman, Bill Katavolos, Jean Renaudi, il primo Moshe Safdie. Di quella disciplina, o sarebbe meglio dire indisciplina, che ha messo al centro del proprio operare il corpo, il sentire, i gesti umani. Una spazialità estremamente ricca eppure austera. A cui poco e nulla interessava il bel dettaglio, il discorso infarcito di citazioni linguistiche, i materiali raffinati. Che puntava a quello che Zevi, riprendendo Barthes, definiva il Grado zero, cioè una lingua priva di orpelli, aggettivazioni, riferimenti colti e intellettualistici.

Il complimento più bello che si può fare a Ricci è che il suo villaggio a Riesi resiste ai marmettoni in cemento e agli infissi in allumino anodizzato. Pochi altri progettisti, che io conosca, hanno questa capacità. Una capacità, appunto, che hanno solo i più bravi.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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