Autore: Luigi Prestinenza Puglisi
pubblicato il 24 Marzo 2012
nella categoria Cronache e commenti
Nel numero di marzo di Domus si parla di rappresentazione. Che lo si faccia non è un male. Negli ultimi anni l'argomento, ad eccezione delle università dove tuttavia lo si risolve spesso nell'elogio della matita e nella demonizzazione del computer, era stato trascurato. Ciò che però preoccupa è che oggi anche in ambienti non istituzionali si ricerchi la separatezza disciplinare e si guardano-con sospetto creatività, innovazione, sperimentazione. La prossima biennale veneziana, per esempio, insisterà sul tema del "common ground" e nello stesso numero di marzo di Domus compare un articolo -peraltro interessante- sui memi, cioè i caratteri biologici che spingono a copiarci l'uno con l'altro. Segno forse che nei prossimi anni vivremo un revival degli anni ottanta quando si parlava di architettura disegnata, di autonomia, di tipologia, di tendenze. Un guaio perchè se il disegno spinge a guardare meglio alle relazioni tra linee, piani, volumi, morfemi e via dicendo, impedisce di concepire lo spazio nei suoi effettivi rapporti con le persone che lo fruiscono e con l'ambiente che lo circonda. Con il risultato di produrre schemi astratti e senza vita, alla Eisenman o peggio alla Grassi. Insomma: architettura cervellotica. Non a caso Wright, che sapeva disegnare benissimo, per evitare il rischio, metteva su carta il suo progetto solo dopo averlo completamente ideato e articolato.