A proposito di RE-CYCLE

Luigi Prestinenza Puglisi 15 Gennaio 2012 Cronache e commenti Nessun commento su A proposito di RE-CYCLE

Il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (MAXXI) di Roma ha avuto una nascita tormentata: il bellissimo progetto di Zaha Hadid è stato, infatti, realizzato in dodici anni, mutilato di un’ala ed è costato 150 milioni di euro con un prezzo a metro quadrato esoso per gli standard italiani ( 7500 Ôé¼/mq per alcuni, 10.000Ôé¼/mq secondo altri, mentre, per fare un paragone, il MACRO di Odile Decq, sempre a Roma, è costato circa 3.000 Ôé¼/mq ). Sacrifici questi che erano resi accettabili dal fatto che, finalmente, in un’Italia devastata dal culto del passato e dalla nostalgia storicista, nasceva un museo dedicato alla contemporaneità. Da qui il crescente imbarazzo della critica di fronte alle mostre che si sono svolte nel museo a partire dalla sua apertura avvenuta nel 2010: una dedicata a Luigi Moretti, una a Pierluigi Nervi, una a Gerrit Rietveld. Mostre che avrebbe potuto benissimo ospitare la Galleria di Arte Moderna di Villa Giulia, il museo nazionale dedicato al novecento. A rendere il quadro ancora più deprimente contribuiva l’osservazione che questi eventi non erano prodotti dal MAXXI bensi’ altrove: dei rici-cloni, come si dice in gergo (un gioco di parole tra clone e riciclare).

RE-CYCLE, al MAXXI sino al 29 aprile, è paradossalmente la prima mostra importante di architettura non riciclata, è cioè ideata e prodotta dai curatori del museo stesso.- La prima dalla quale ci si aspettava uno statement critico rispetto all’architettura contemporanea.

Coerentemente con i tempi e con la prudenza italica (che consiglia di non prendere partito per un personaggio o una poetica piuttosto che per un’altra), la scelta non è caduta sulle archistar o sugli architetti operanti in Italia ma su un tema politically correct. Chi potrebbe, infatti, obiettare qualcosa contro il bisogno di un mondo più sostenibile?

La mostra è ben allestita. Offre progetti, disegni, manufatti tra i più disparati. Vi sono anche due installazioni site specific. Una dei sudamericani fratelli Campana, nuovi astri del design povero: un portale escrescente e peloso in legno e rafia sintetica che indica l’ingresso del museo. Una del collettivo raumlaborberlin: una baracca realizzata con materiali di recupero.

La mostra RE-CYCLE convince poco dal punto di vista scientifico. Il termine riciclare è usato indifferentemente e confusamente per indicare cinque diverse attività: rifunzionalizzare i manufatti, bonificare il territorio, riusare gli edifici, capovolgere il senso di un oggetto, recuperare i materiali.

La rifunzionalizzazione avviene quando si trasforma un prodotto con una specifica destinazione in uno radicalmente diverso: per esempio i container delle navi in spazi di un centro commerciale, come propongono a Pechino i LOT-EK. Ma, se si eccettuano pochi esempi tra cui questo citato, i risultati sono bislacchi, kitsch ed esteticamente deprimenti.

La bonifica del territorio si muove su un altro versante concettuale. Come mostra James Corner a Staten Island il quale adopera la natura per recuperare una discarica. Ma si fatica a parlare di riciclo in senso stretto.

Ancora diversa è la terza accezione: il riuso degli edifici. Volerlo vedere come un’operazione di riciclo è forzare la mano: a questo punto dovremmo pensare che l’Italia, dove non si abbatte nulla neanche le case abusive e tutto si trasforma, è la nazione più virtuosa. E se la differenza è che si possa parlare di riciclo solo quando si adoperano materiali grezzi o poveri, si corre il rischio che la confusione diventi peggiore. Crediamo, per esempio, fuorviante mostrare l’intervento di Lacaton & Vassal al Palais de Tokyo perchè più che muoversi sul tema del riciclo si muove su quello, differente, dell’estetica del non finito e del provvisorio.

La quarta accezione ha a che fare con l’arte: ma se in un certo senso la Gioconda con i baffi di Duchamp è un’operazione di riciclo, non si può proporla come esemplare in una mostra in cui il sottotitolo è “strategie per l’architettura, la città e il pianeta”.

E finalmente la quinta accezione: il riutilizzo dei materiali e delle materie prime. Ma qui si vedono poche cose. Spiccano gli edifici realizzati con materiali di risulta dopo un terremoto in Cina col progetto Rebirth Brick di Jiakun Architects. Peccato perchè sull’argomento ci saremmo aspettati più esempi.

La sensazione è che il curatore Pippo Ciorra abbia puntato ad estetizzare il tema della mostra piuttosto che ad affrontare il problema del ciclo di vita dei materiali sulla base di criteri razionali.- E sia stato l’ennesima vittima dell’ossessione italiana: conservare tutto senza abbattere nulla, magari aggiungendo un tocco di nuovo.

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

Scrivi un commento