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Umberto Eco – Interpretazione e sovrainterpretazione

UMBERTO ECO; Interpretazione e sovrainterpretazione. Un dibattito con Richard Rorty, Jonathan Culler e Christine Brooke-Rose. Bompiani. MIlano 1995. Pagg. n. 208. Lire 13.000.

Di cosa parla un testo? Non lo potremo mai sapere, afferma il filosofo americano Richard Rorty: ” è sbagliato pensare che vi sia qualcosa di cui un testo tratta veramente, qualcosa che verrà rivelato dall’applicazione rigorosa di un metodo”. Il critico tradisce l’opera che pensa di interpretare. L’opera in sè , indipendentemente dal soggetto che la percepisce, è una semplice chimera.

Ma un testo, ribatte Eco, non è un picnic dove l’autore porta le parole e i lettori il senso: ” assumere che l’unica decisione spetti all’interprete ha, nella storia del pensiero, un nome: idealismo magico”. Il critico non è un artista che reinterpreta liberamente quanto analizza. Le teorie reader oriented che spostano l’attenzione dall’opera all’ interprete, uccidono il testo, trasformano l’attività critica in una pratica eccedentaria di riscrittura pseudocreativa.

Al pragmatismo scettico di Rorty, Eco contrappone il criticismo kantiano. Già il titolo di una importante raccolta di saggi critici, apparsa nel 1990 ” i Limiti dell’ Interpretazione”, ne rammenta l’ approccio : costruire un metodo a partire dal concetto di limite, una pratica scientifica che sia tale senza varcare i propri confini.

Per ottenere tale risultato Eco introduce il concetto di Autore Modello, cioè colui che organizza il testo al fine di sollecitare certe interpretazioni e non altre. Chi scrive, in altre parole, si immagina il proprio lettore e lo conduce per mano attraverso il racconto.

Come rendersi conto, allora, che l’interpretazione del testo è quella corretta? Semplice. Mettendosi nei panni del Lettore Modello cioè di colui che l’ autore voleva come il proprio lettore ideale. Il Lettore Modello, sapendo che l’ Autore gli ha lasciato un messaggio cercherà di decifrarlo. A tal fine accumulerà, con la precisione di un detective, gli indizi testuali e li confronterà per vedere se alla fine quadrano tra di loro, dando dell’insieme un’ immagine coerente e unitaria. Solo allora sarà certo di essere stato un buon lettore.

“Il testo – suggerisce Eco- è un oggetto costruito dall’interpretazione nello sforzo circolare di convalidare se stesso sulla base di ciò che costituisce come proprio risultato”. Esattamente come in un racconto poliziesco: dove l’autore fa che l’ omicida dissemini indizi che permettano al detective di scoprirlo. O forse come nella storia di Pollicino che lascia le molliche per farsi trovare.

Obiezione: ma se l’ autore che ha scritto il testo non voleva per nulla essere un Autore Modello, se non voleva lasciare indizi? Impossibile, risponde Eco. In realtà l’ Autore Modello è una finzione. Dietro questo personaggio inesistente si nasconde l’ organizzazione attraverso la quale un testo si deve dare per essere trasmissibile e di questa organizzazione nessun testo può fare a meno. Anche se non voglio dire nulla, l’organizzazione del testo deve essere tale da dare almeno questo contro-messaggio. Nessuno, insomma, può sottrarsi all’obbligo della comunicazione.

Ma se un testo indirizza il proprio lettore, non sono possibili infinite interpretazioni. Il picnic interpretativo è scongiurato. Conclude Eco: ” è la coerenza testuale interna che controlla gli altrimenti incontrollabili impulsi del lettore”.

Sul concetto di interpretazione, che già aveva trattato nei precedenti libri “Lector in Fabula” e “Sei Passeggiate nei Boschi Narrativi” , Eco torna in ” Interpretazione e Sovrainterpretazione”, un volume che raccoglie i testi di tre conferenze da lui tenute negli Stati Uniti, la registrazione degli interventi al dibattito successivo avvenuto sotto forma di seminario e le conclusioni di Eco.

Nella terza conferenza, sicuramente la più attesa, l’ autore analizza le proprie opere letterarie.

Con risultati interessanti. Per esempio, Eco suggerisce che certe interpretazioni, avanzate dai lettori e dagli innumerevoli critici che hanno analizzato e sezionato i suoi libri, possono ritenersi accettabili in base alla teoria del Lettore Modello, anche se alla possibilità di tali letture egli stesso ( e cioè l’ Autore Empirico, lo scrittore Umberto Eco) non aveva mai pensato. E viceversa, che certe allusioni da lui costruite si sono rivelate poco interessanti per il Lettore Modello e quindi inessenziali nel processo di interpretazione critica.

Assistiamo cosi’ a un paradosso. Per salvare il testo dalla deriva interpretativa , dove ogni senso è possibile, Eco deve affermare che l’ opera indirizza la lettura ma, poi, lungo l’analisi deve lasciare spazio all’interpretazione, anche in alternativa all’intenzionalità dell’ Autore. Da dove deriva questo paradosso? Probabilmente da un concetto di struttura, sotteso da tutto il discorso critico. L’opera , per Eco, è infatti un insieme organizzato. Se non lo fosse tutti gli indizi non farebbero sistema e, per dirla con l’esempio che abbiamo già utilizzato, il detective non potrebbe mai farsi un quadro d’insieme e risalire al colpevole.

Da qui, però, nasce la difficoltà: una struttura, come una legge matematica, è in qualche modo indipendente dalle intenzioni che ne hanno determinato la formulazione e quindi dal creatore, dall’ Autore Empirico.

Per una struttura è infatti rilevante solo la sua coerenza interna.

Ne segue che tutto ciò che le è coerente deve essere considerato pertinente. Paradosso conseguente: l’ Autore Empirico deve riconoscere al testo la possibilità di significati ai quali lui stesso non ha mai pensato, basta che questi si inseriscano perfettamente all’interno dell’ insieme. Ma vi è di più: di ricostruzioni che legano coerentemente un certo numero di dati possono darsene molte, anche tra di loro incompatibili. Interpretare, dunque, non vuole dire ricostruire un’ unica immagine, nè tantomeno la verità dell’opera. L’interprete può avere al massimo solo una certezza negativa: saprà quali ricostruzioni sono inattendibili, ma non saprà mai quale è quella esatta. In sintonia con quanto affermato da Popper in relazione alla logica della scoperta scientifica, si può infatti affermare che esistono criteri per falsificare le teorie, ma non ne esiste alcuno per verificarle.

Sintetizza Eco: ” se non ci sono regole per accertare quali interpretazioni sono le migliori, c’è almeno una regola per accertare quali sono le peggiori”.

Interviene Rorty: ” la coerenza del testo non è qualcosa che esso possiede prima di essere stato descritto, più di quanto non abbia coerenza un insieme di punti prima che essi vengano tra di loro collegati”. Leggere i testi significa leggerli alla luce di altri testi, non sapremo mai ricostruire un autore se non alla luce della nostra cultura e quindi delle nostre idiosincrasie. Al Popper di Eco, Rorty contrappone l’ immagine di una scienza senza regole certe, quella di Kuhn da lui continuamente citato nei suoi saggi filosofici (per es. in “La filosofia e lo specchio della natura”), ma anche dell’ anarchico Feyerabend.

E veniamo alla critica del decostruzionista Jonathan Culler: molta di quella che Eco chiama sovrainterpretazione, dice, è in effetti sottointerpretazione; banalità messe assieme da menti critiche non attrezzate. La sovrainterpretazione è altra cosa: è porre al testo domande che il testo non pone al suo Lettore Modello. E’ insomma decostruire il testo per capirlo intimamente: ” molte delle forme più interessanti della critica moderna non chiedono ciò che l’ opera ha in mente ma ciò che dimentica, non ciò che dice ma ciò che da per scontato”. La decostruzione accetta, infatti, che il significato è delimitato dal contesto ma nello stesso tempo postula che il contesto è in se stesso illimitato.

Nelle conclusioni Eco, ribadisce il suo punto di vista, sia pur con qualche concessione al decostruzionismo (“anche la sovrainterpretazione è feconda, sono d’accordo anche con l’idea del sospetto ermeneutico…”) ma pur senza derogare alla fedeltà al testo ( ” … sono convinto del fatto che i tre porcellini siano tre e non due o quattro sia di qualche sostanza”).

Le 200 pagine di ” Interpretazione e Sovrainterpretazione” si leggono tutte di un fiato anche grazie alla prosa limpida degli autori. Il testo è rivolto a chi si interessa di critica letteraria ma affascina e interessa anche chi si occupa di arti figurative e di architettura. La teoria dell’ Autore e del Lettore Modello, la sovrainterpretazione decostruttivista, la critica reader oriented, possono, infatti, contribuire a sbloccare alcune problematiche della nostra disciplina attualmente in stato di stallo.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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