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La frontiera in architettura

 

Cosa e’ la frontiera in architettura? Ecco una bella domanda alla quale e’ difficile dare una risposta. Si potrebbe tentarne una dicendo: e’ ciò che separa due identità. La risposta e’ però, per troppi aspetti, generica. Ogni architetto ha una sua identità e oltretutto, il concetto stesso e’, nel campo estetico, particolarmente scivoloso. L’artista e’ infatti colui che mette continuamente in discussione la propria identità e quella del pubblico al quale si rivolge. Se l’arte contemporanea – e io credo fermamente che l’architettura sia una forma d’arte- non si avventurasse in questa opera di continuo slittamento di senso e di assimilazione dell’altro, dell’estraneo, dell’indefinibile non solo sarebbe poco utile, ma forse non avrebbe ragione d’esistere.

Tuttavia, nonostante queste difficoltà concettuali, oggi sono sempre di più, soprattutto negli ambienti più tradizionalisti e conservatori, coloro che parlano di identità e, attraverso una sua presunta tutela, pensano di costruire- barricate, cioè frontiere, contro l’innovazione e più in generale contro ciò che proviene dall’esterno e turba equilibri consolidati.

Occorre quindi, se vogliamo smontare questi discorsi, capire a quale concetto di identità fanno riferimento.
E cosi’ arriviamo alla domanda: che cosa e’ l’identità? Potremmo provare a rispondere dicendo che ognuno di noi e’ segnato da due tensioni opposte: da un lato un mutamento continuo che gli fa cambiare fisionomia, pensieri, abitudini, dall’altro un processo conservativo che fa permanere nel tempo certe caratteristiche e che ci fa dire che noi, per quanto diversi, continuiamo ad essere noi stessi. O, meglio, siamo lo sviluppo di noi stessi.

Nel senso che se disponessimo lungo un asse cronologico un certo numero di istantanee che ci ritraggono ( nel fisico, nel carattere, nelle idee) potremmo trovare delle sicure somiglianze tra due scatti contigui, ma per legare quelli tra loro più distanti dovremmo ricorrere alla metafora della scatola degli attrezzi, che il filosofo Wittgenstein utilizzava per descrivere le cosi’ dette arie di famiglia. A- rassomiglia a B per certe cose, B a C per altre, mentre A a C si somigliano poco, esattamente come il martello con i chiodi e con la colla.
Anche in architettura credo che più o meno il discorso sull’identità proceda sullo stesso binario: la possiamo afferrare solo- in una prospettiva dinamica ponendo l’accento più sull’evoluzione che sulla permanenza dei caratteri.

E veniamo quindi alle frontiere o meglio a coloro che vogliono erigerle per salvaguardare l’integrità dell’architettura italica, per esorcizzare l’invasione dei progettisti stranieri e il successo dei loro linguaggi.

Non ci vuole molto a capire che- l’operazione- e’ estremamente pericolosa. In primo luogo perchè se e’ già difficile definire ciò che identifica nel tempo la ricerca di un progettista, e’ sommamente pericoloso farlo con il lavoro di personalità diverse disperse nel tempo e nello spazio. E quando alcuni critici ci provano – si ascolti per tutti il testo, ben scritto ma sciaguratamente retorico, che accompagnava il video proiettato al padiglione italiano della ultima biennale di Venezia- corrono il rischio di dire banalità simili a quelle che escono dalla bocca degli sprovveduti che sostengono che i siciliani sono generosi, i genovesi tirchi e gli italiani brava gente. In secondo luogo perchè , come dicevamo prima, ciò che rende interessanti le persone non sono tanto le caratteristiche identitarie, ma proprio quelle opposte che fanno in modo da far loro elaborare , con sintesi originali, nuovi- concetti, incamerando nuovi punti di vista.

In architettura il fenomeno, proprio in questi anni caratterizzati- dai viaggi a basso costo, dagli scambi che avvengono già a livello universitario, dalla rottura delle barriere e dei confini geografici, dalla conoscenza delle lingue sta portando a risultati felici. Tanto che non e’ azzardato affermare che e’ nata una nuova generazione- la generazione Erasmus- che, nel campo delle arti, sta producendo interessanti sperimentazioni, proprio a partire dalla commistione dei linguaggi. A cosa porterà? Direi ad almeno tre fenomeni:

Innanzitutto alla delocalizzazione. Da tempo i grandi studi l’hanno capito aprendo filiali dappertutto. Ma anche i giovani stanno provvedendo, attivando forme di partnership con studi locali di omologa grandezza. Nei casi più felici stanno nascendo studi transnazionali che, su base paritetica, lavorano insieme attivando una strategia che li vuole uniti quando serve e separati quando il lavoro può essere gestito localmente.
In secondo luogo ad una nuova koinè linguistica. Un po’ come successe durante la cultura ellenistica. Il fenomeno, diversamente da quanto paventano gli apocalittici, non porterà necessariamente all’omologazione globalizzata ma a linguaggi sfaccettati e ibridati. Se tutti parleremo l’inglese ( cioè una lingua standard) questa sarà aperta a mille sfumature e varianti, che saranno i nuovi dialetti.

Infine ad un maggiore nomadismo che, alla cultura italiana farà un gran bene: si nascerà in un posto, si studierà in un altro, ci si specializzerà in un altro ancora e si lavorerà un po’ dappertutto. E anche le persone pigre e tendenzialmente stanziali viaggeranno molto di più. Forse, come già succede, vivranno in più case. Come si riconoscerà, allora, quella a cui saranno più radicati, cioè quella che costituisce la frontiera della propria privacy? Una risposta me l’ha data una giovane e brillante progettista che già vive questa condizione: quella dove c’e’ il tuo gatto che ti aspetta.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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