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Il doppio vincolo: Heidegger e Tafuri

All’origine del pensiero di Martin Heidegger- c’è un equivoco in buona parte ereditato dalla cultura tedesca ottocentesca. Consiste in una triplice credenza: che il pensiero logico scientifico nasca con la filosofia greca; che prima del logos greco c’era- un vivere più originario e più vicino all’essere del mondo perchè intratteneva con le cose un rapporto non meramente logico strumentale; che a partire dal pensiero greco si sia affermata una cultura scientifica – la cosi’ detta cultura occidentale- la quale incessantemente produce una tecnica sempre più sofisticata ma a prezzo di un crescente allontanamento dalla verità.

Le tre credenze, messe insieme, costituiscono quello che Bateson chiamerebbe un doppio vincolo e cioè un nodo scorsoio concettuale che produce una antinomia dalla quale è impossibile liberarsi, se non denunciandone i presupposti.

Se vogliamo avvicinarci all’essere dobbiamo, infatti, rinunciare alla nostra cultura logico scientifica e ciò è impossibile perchè noi non possiamo ragionare che per mezzo di questa. Viceversa: più approfondiamo la nostra conoscenza scientifica più siamo costretti ad allontanarci dalla realtà. Risultato: viviamo in una continua situazione di crisi dalla quale solo un dio potrebbe salvarci.

Proiettata sul versante temporale, la filosofia heideggeriana, produce una interpretazione tragica della storia: perchè nel tempo il pensiero progredisce, ma solo come crescente consapevolezza di una mancanza, di uno scacco. Semplificando, possiamo dire che avremo tre periodi. Il primo caratterizzato dalla pienezza dell’essere, prevalentemente istintivo e a-razionale. Il secondo, nato con i greci, in cui si forma un linguaggio logico e più razionale. Il terzo in cui ci si accorge che, se il- linguaggio determina consapevolezza, allo stesso tempo condanna a una distanza che invece che diminuire, cresce progressivamente con il tempo.

Proviamo adesso a proiettare questi stessi concetti in architettura. Anche in questo caso avremo una cesura che si determina con la cultura greca. Sono i greci, infatti, che inventano il linguaggio architettonico, con l’introduzione degli ordini. Avremo poi, con il rinascimento, la ripresa e la- messa a punto di questo linguaggio- che però, ad ogni prova, si mostra inadeguato mentre, infine, con i tempi moderni arriveremo alla piena consapevolezza della crisi. Continuando il nostro parallelismo, potremmo aggiungere che questo sviluppo, se da un lato rappresenta un’evoluzione, dall’altro è un percorso di crisi in cui il linguaggio, attraverso lo scacco continuo subito dalla ragione, si accorge di non poter rappresentare la pienezza dell’essere.

Da qui due conseguenze. La prima è che coloro che- ci apparivano come eroi, come grandi scopritori, sono in realtà dei personaggi tragici: sconfitti continuamente e costretti a scoprire l’inadeguatezza dei propri strumenti. La seconda è che, a mano a mano che ci si avvicina al tempo presente, gli architetti più consapevoli ripiegano, per cosi’ dire, il linguaggio su se stesso e, cosi’ facendo, elevano al quadrato la loro sconfitta.

A delineare un quadro interpretativo di questo genere – con alcune varianti ma tali da non intaccare sostanzialmente il quadro di riferimento- in Italia è stata la scuola di Venezia: in particolare attraverso l’opera di Manfredo Tafuri e Massimo Cacciari, i quali, però, di questa grande narrazione metafisica sono stati ben attenti a mascherarne i presupposti mistici e reazionari.

Presupposti che però, come è facile vedere, hanno portato a numerosi errori interpretativi di cui cinque appaiono come i più gravi.

Il capovolgimento di giudizio: la storia invece che essere valutata per i progressi che bene o male segna, se non altro in direzione di una crescente consapevolezza dell’uomo su se stesso e sui propri mezzi, appare come il teatro di una tragedia il cui protagonista è il nostro senso crescente di impotenza. Per metterla in scena e descriverla abbondano parole quali crisi, dramma, sconfitta, scacco, fine. E a essere descritti – con gusto masochista, direi, più che nichilista- sono gli insuccessi, mai i successi. Del resto nel “progetto di crisi” tafuriano, si vince perdendo: saltando aggrappandosi ai capelli.

La mistica dell’assenza: ciò che vale, ciò che realmente importa non è il mondo che si vede, che si tocca, che si esperisce, ma l’ineffabile che è assente, il Mancante: l’Essere che si cela dietro al fenomeno. Quindi, in ultima istanza, Dio. Parallelamente, nel testo poetico non conta ciò che si dice ma ciò che non si dice ( a proposito, è interessante notare come in questa lettura vengono recuperate le ossessioni religiose del pensiero del primo Wittgenstein, brandelli della mistica ebraica e di quella , di stampo fenomenologico, di orientamento cattolico). Pochi l’hanno notato: ma dietro la prosa di Tafuri si nasconde un uomo che vive come ferita dell’anima una religiosità frustrata. Le derive religiose – usiamo la parola con tutte le precauzioni che un rapporto contorto e difficile comporta- di Cacciari e di coloro che, per comodità, possiamo definire i Severiniani, sono sotto gli occhi di tutti.

Il disprezzo per la scienza e per la tecnica. Scienza e tecnica in questa prospettiva sono strumenti che, invece che avvicinarci, ci allontanano dall’essenza del mondo; da qui la sottovalutazione del sano empirismo, del rapporto prammatico con le cose e dell’interesse per l’innovazione.- Da qui anche la stucchevole riproposizione dei testi heideggeriani sull’abitare con conseguente elogio della tradizione, recuperata, però, non nei sui aspetti vernacolari o folcloristici bensi’ mitici e simbolici ( insomma non Paolo Portoghesi e il suo barocchetto, contro il quale più volte Tafuri si scaglia, ma piuttosto Aldo Rossi e il gioco della memoria).

La sovrainterpretazione della cultura classica. La cultura greca e rinascimentale sono caricate di intenzioni che non ebbero o ebbero solo in parte. E soprattutto sono vissute masochisticamente come il massimo punto insieme di scacco e di consapevolezza della ragione, secondo la strategia del doppio vincolo di cui prima accennavamo. Come se il problema principale di Brunelleschi fosse stato quello di misurare l’impotenza del codice classico, quello di Alberti di metterne alla prova i limiti attraverso una serie di applicazioni ai più svariati esempi storici, quello di Mies di scoprire che il linguaggio , attraverso un processo di riduzione, si trasforma in silenzio, appunto in mistica dell’assenza. Fedeli a questa interpretazione che, come ricordavamo, è tipica di un certo pensiero tedesco, si dimentica che accanto al rinascimento, per usare un’espressione di Eugenio Battisti, c’è un anti-rinascimento più interessante, esteso e profondo di quanto la storiografia tafuriana voglia credere. E ci si dimentica che il Rinascimento è stato soprattutto una invenzione intellettuale di una cultura successiva che lo ha in gran parte sovrainterpretato, monumentalizzao e idealizzato. Da qui a cadere nel classicismo, che è la degenerazione feticista del classico, il passo è breve, anzi è brevissimo.

La sopravvalutazione delle ricerche intellettualiste a scapito di quelle spaziali. Privilegiando l’architettura che si guarda allo specchio per affogare in un mare di nostalgia, mediocri protagonisti delle ricerche sul linguaggio, si trasformano in eroi nietzschiani, mentre architetti che hanno lavorato con successo sullo spazio diventano personaggi minori. Incapace di saper gustare l’architettura, per viverla in una prospettiva autopunitiva, la ricerca di Tafuri ne ha dimenticato o sottovalutato intere pagine. E in Italia ha portato a sopravvalutare personaggi di scarso peso a scapito di altri più creativi, più sperimentali, tecnicamente più intelligenti. Con la conseguenza che- la linea che ha visto la ritirata italiana dall’architettura moderna, per usare una frase di Reyner Banham, dal neo-realismo al neo-liberty sino alla tendenza- è stata oggetto di un interesse sproporzionato rispetto ai suoi effettivi meriti.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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