Il caso Casamonti

Luigi Prestinenza Puglisi 29 Marzo 2014 Personaggi Nessun commento su Il caso Casamonti

Se- il caso Casamonti fosse stato un semplice problema giudiziario lo avremmo lasciato ai giudici. Sarebbe stato un ennesimo episodio di assegnazione teleguidata: come ne accadono tante nelle amministrazioni pubbliche, dai comuni alle università. Invece ci racconta di un modo di pensare, produrre, organizzare la cultura architettonica che ci tocca da vicino e che, paradossalmente, riteniamo pericoloso soprattutto per i suoi aspetti penalmente irrilevanti.
Casamonti e’ un personaggio emblematico, il capofila di un vasto raggruppamento della generazione dei quarantenni e cinquantenni che e’ sbucata sulla ribalta nazionale. E non penso solo al fatto che dalle intercettazioni emergano altri nomi di progettisti; o all’assocazione Aida di cui Casamonti e’ una delle anime, ma anche a un costume “casamontiano” che si e’ diffuso in segmenti del nostro panorama architettonico, con le sue riviste d’appoggio, con i suoi critici d’appoggio, con le sue istituzioni culturali, anche pubbliche, d’appoggio.

Per acquistare la leadership, Casamonti, che e’ dotato di una simpatia e di un’affabilità naturale, quasi berlusconiana, ha, a mio avviso, attuato una complessa strategia in cui ha mescolato abilmente tattiche tradizionali e inaspettate aperture innovative.

La tattica tradizionale e’ quella, utilizzata già da Piacentini, Gregotti, Portoghesi – solo per citare i più famosi- e consiste nel lavorare su più fronti: del progettista, del direttore di rivista, del professore universitario, del politico. Ma con la variante richiesta dai tempi moderni di un profilo non troppo ideologicamente marcato: non fascista, non comunista, non socialista schierato. Quindi “politico” nel senso- di un impegno nei meccanismi economici e amministrativi del territorio.
L’obiettivo e’ fare in modo che ogni ruolo serva da puntello all’altro. Il critico all’architetto, il professore universitario al critico. Per imbastire premi, per essere chiamati a partecipare a giurie di concorso o per avere credibilità con il mondo della produzione e con le amministrazioni.

Casamonti ha vissuto da protagonista- il terremoto culturale degli anni novanta: quando una vecchia classe di residuati bellici era stata messa in minoranza e una nuova generazione di architetti stava per prendere il sopravvento. Da personaggio geniale quale e’, ha subito intuito che presto le tensioni più innovative si sarebbero esaurite e che- a guadagnare sarebbe stato non tanto chi si schierava su un versante o sull’altro ma di chi sapeva giocare su entrambi.
E cosi’ da un lato ha cavalcato il rinnovamento e dall’altro la tradizione e i valori più spendibili dell’accademia. Da qui il recupero di certi personaggi che giacevano per varie ragioni nel dimenticatoio: per esempio Paolo Portoghesi, messo da parte, oltre che per i suoi passati postmoderni, per la sua imbarazzante vicinanza a Bettino Craxi.

Anche in questo caso, l’operazione era stata già vista. L’aveva realizzata con successo Piacentini durante il ventennio. E in Italia negli anni novanta erano in molti a volerla riproporre. Ma Casamonti di tutti – e tra questi ci sono personaggi non certo minori come Franco Purini- e’ stato il migliore. Tanto e’ vero che l’accademia lo premia subito mettendolo in cattedra giovanissimo e che la rivista Area da lui diretta diventa una delle più vendute.

Per mettere insieme tradizione e innovazione la formula casamontiana appare culturalmente scarica. Senza idee rilevanti se non quella di una generica qualità.- La rivista Area, bella, patinata ma a mio giudizio teoricamente povera, ne e’ l’esempio più lampante.

Ed e’ proprio in nome di una generica qualità che Casamonti costruisce, anche grazie all’ausilio di un eccellente studio che gli sta dietro, i propri progetti. Che una volta si rifanno ad Alvaro Siza, una volta alle avanguardie degli anni settanta, una volta alla neoecologia, un’altra alla città di pietra. Tutte opere, viste di per sè, attraenti, piacevoli e brillanti. Ma tutte, considerate nel loro insieme, sintomatiche di ciò che ci appare come un preoccupante azzeramento ideologico.- Quello che scambia l’assenza di regole, che e’ un problema straordinariamente interessante della ricerca contemporanea, con l’ingenuità di chi crede che- in un contesto segnato dall’anything goes-basti per produrre buona architettura una mano felice, un po’ di belletto e la capacità di captare qua e là i segni del nuovo.

Personaggio affabile e lavoratore infaticabile, Casamonti gira per l’Italia , l’Europa e il Mondo come una trottola.- Promuove premi, mette insieme energie, tesse alleanze. Passa ore al telefono anche per lambire coloro che lo criticano. Ma la sensazione e’ che tutta questa fatica, piuttosto che ad organizzare idee e cultura, serva a fare pubbliche relazioni, a creare o consolidare lobby, a procurar lavoro. E che la cultura sia solo strumentale pare dimostrarlo oltre che la scarsa pregnanza delle tesi sostenute, anche la facilità con la quale certe ipotesi vengono, non appena se ne presenta l’occasione, messe da parte.
Come per esempio accade quando Casamonti- capisce che l’italianità dell’architettura italiana non lo porta lontano e si allea con Stefano Boeri per lanciarsi internazionalmente. E per esempio in Sardegna si pone come interlocutore dello Star System anche a costo di contribuire a bruciare una intera generazione di giovani architetti isolani che vedono lo sbarco di queste star , che si accaparrano e senza concorsi i migliori incarichi, come una iattura.

E’ per tutte queste ragioni che, come dicevamo, possiamo vedere il caso Casamonti come emblematico. Come lui, accanto a lui o dietro di lui architetti quarantenni e cinquantenni si sono mossi con strategie simili.- E hanno capito che la teoria può essere un vantaggio oppure un peso. Un vantaggio se viene adoperata per ottenere incarichi. Un peso se diventa un vincolo.

In questa luce credo che possa leggersi anche la produzione da parte di alcuni studi di bellissimi testi-manifesti poetici fatti di suggestioni, di aperture sussurrate ma di vaghissimo impegno teorico. Che appunto fanno vedere quanto sia diventata forte l’esigenza di apparire aperti al nuovo ma solo a condizione di non essere vincolati ad un principio che sia tanto forte da poi chiederti il conto.

 

(2007)

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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