Feyerabend (Ammazzando il tempo: un’autobiografia), Jung (Ricordi, sogni, riflessioni di C. G. Jung)

– Paul K. Feyerabend . Ammazzando il tempo: un’autobiografia. Laterza. Bari, 1994.

– C. G. Jung. Ricordi , sogni, riflessioni di C. G. Jung . Supersaggi della Biblioteca Universale Rizzoli. Milano 1992 ( prima edizione), 1994 ( terza edizione).

 

Carl Gustav Jung dedica un intero capitolo della sua autobiografia all’ attività di costruttore della sua residenza a Bollingen, che lo impegna per più di trenta anni.

“Dovevo fare una professione di fede in pietra” dice.

Nel 1922 Jung compra un terreno di fronte al lago di Zurigo, attratto dallo scenario della zona. Pensa subito di costruirvi una dimora di tipo primitivo: una struttura circolare, con un focolare al centro e cuccette lungo le pareti. Si ispira alla capanna africana , vuole rappresentare il mondo che si espande intorno alla forza primordiale del fuoco , ” dare la sensazione – aggiunge- di essere al riparo, non solo in senso fisico ma anche in quello spirituale”.

Nel 1923, modifica il progetto, che gli sembra rudimentale, e opta per un edifico circolare a due piani, a forma di torre. Nel 1927 aggiunge una dipendenza. Quattro anni dopo realizza un’ altra torre e ricava un angolo dove può ritirarsi solo con se stesso. Nel corso degli anni decora il suo studio con dipinti che rappresentano tutto ciò che lo ha portato ” dal mondo alla solitudine, dal presente all’ eternità”.

Nel 1935 aggiunge alla costruzione un pezzo di terra recintata, aperto al cielo ed alla natura con una loggia volta verso il lago. Si concretizza una struttura a quaterna, i cui quattro corpi di fabbrica simboleggiano il mondo, le direzioni della terra, le stagioni, i cicli cosmici.

Nel 1955, dopo la morte della moglie, amplia il corpo posto al centro tra le due torri che rappresentava il suo io stretto nella tensione degli opposti. L’ elevazione della costruzione simboleggia la crescita del suo io ” la superiorità della coscienza” raggiunta con la vecchiaia.

L’ intera costruzione , come un albero, è fondata sul terreno da cui spiritualmente trae nutrimento.

A Bollingen, durante lo scavo per le fondazioni della dipendenza, si rinvengono alcuni cadaveri. Jung interpreta il ritrovamento positivamente: la costruzione fondata sulla Terra ” madre antichissima” , diventa luogo di ricongiunzione con la morte , incontro con il passato dell’ umanità, ma anche spazio dove la storia si annulla.

Il tema della casa è ricorrente negli scritti dello psicanalista tedesco. In un suo saggio sul “condizionamento terrestre dell’ anima” spiega che la struttura della nostra anima rassomiglia a una costruzione ” il cui piano superiore è stato costruito recentemente, il primo piano è magari del secolo XVI e a un esame più attento scopriamo che è stato elevato su una torre del II secolo. Nella cantina scopriamo le fondazioni romane, e sotto la cantina una grotta… sino a trovare la fauna glaciale”.

Bollingen , quindi, è più di un semplice simbolo esoterico , è – dirà Jung- la ” rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere”, un’ opera importante anche come chiave di lettura delle sue teorie sugli archetipi: l’ io, come insieme di conscio e inconscio, trovando fisica rappresentazione nell’ architettura concretizza un mito; ma il mito, dice Jung nel prologo dell’ autobiografia, rappresenta la vita con la precisione della scienza. L’ architettura dunque, come scienza del mito.

Marie Louise Von Franz, discepola di Jung, percepisce l’importanza dell’ operazione architettonica condotta dal Maestro, ricorda che la torre rassomiglia a quella costruita da Merlino nella foresta di Brocelandia nella saga del Graal, e se ne costruisce una simile non molto distante da Bollingen. La ricerca dell’io , aggiunge, avviene con la rappresentazione del proprio se.

Sono i filosofi francesi che meglio hanno saputo travasare nella analisi dello spazio architettonico l’ eredità di Jung. Penso, per esempio, al libro di Gaston Bachelard ” la poètique de l’ espace” o al libro di J. Baudrillard ” Le système des objets “.

Bachelard richiama il mito della casa solidamente fondata sul terreno. Ricorda il racconto “l’ antiquarie” di Henri Bosco dove sotto la cantina si aprono le grotte e da queste si dipartono per le direzioni del mondo quattro fiumi sotterranei. Sottolinea il valore assunto dall’ immagine della casa nella attività poietica dello spirito: ” la fenomenologia dell’ immaginazione implica che noi viviamo direttamente le immagini, che le immagini si trasformino in eventi di vita”.

Cita, infine, due figure: quella dell’ armadio e quella del cassetto.

L’ armadio rappresenta l’ io, non suddiviso in rigidi comparti. L’ armadio è il luogo dove nascondiamo la parte di noi più segreta, quasi il corrispettivo della casa albero di Jung.

L’ immagine della cassettiera deriva da Bergson. Il cassetto rappresenta la forma del pensiero statico dove ogni cosa è racchiusa in un loculo: le rationalisme sec. A questa immagine corrisponde un doppio atteggiamento: l’ atteggiamento mentale che porta alla filosofia dei compartimenti stagni e cioè all’esaltazione dell’ intelletto inteso, secondo l’ accezione negativa hegeliana, come la parte del pensiero che congela il fluire della vita; l’ atteggiamento formativo che concepisce lo spazio come una scatola e porta alla produzione della casa cassettiera ( ad ogni stanza una funzione), del palazzo cassettiera ( L’ unità di abitazione di Le Corbusier, da lui stesso cosi’ rappresentata), della città cassettiera ( l’ urbanistica dello zoning).

L’autobiografia di Feyerabend , geniale filosofo della scienza morto l’ undici febbraio del 1994, può essere letta aiutandoci con l’immagine della cassettiera, che egli sprezzantemente critica: nella polemica contro il pensiero astratto, le rigide classificazioni, le false pretese della scienza. All’ ingessamento di questa e alla spocchia dei suoi Soloni , Feyerabend oppone il metodo critico, il valore della negazione, il diritto di ripartire da zero. Rivendica i meriti di ” Contro il metodo” il libro che lo ha reso famoso, con le sue teorie che hanno fatto piazza pulita anche del conciliante falsificazionismo popperiano.

Feyerabend trascorre la sua vita vagando da una università all’ altra: insegna a Brighton, a Kassel, a Zurigo, a Auckland, a Berlino, a Yale, a Berkley.

Minato da un tumore al cervello, ricorda che la scienza non può annientare la vita. Suggerisce a chi si occupa di una disciplina intellettuale di non esaurirsi in questa, se non vuole che i propri risultati siano aridamente accademici, siano appunto i cassetti di una cassettiera sistemati da una persona nevrotica.

Ricorda che quando a Zurigo gli viene offerta una lezione di prova per valutare la sua idoneità ad una cattedra, un docente cerca di zittirlo accusandolo di voler tornare al Medioevo: le rationalisme sec non tollera i sommovimenti tellurici. Feyerabend risponde a tono, dimostrando che dietro tanta scienza si nascondono spesso solo luoghi comuni e ignoranza : ” Cosa ne sa lei del medioevo? conosce l’ opera di Buridano o di Oresme? Quante righe di San Tommaso ha letto? “. Assegnatagli la cattedra, nonostante il suo spirito polemico e le referenze negative dei suoi colleghi, al Direttore che gli chiede perchè vuole fermarsi in Svizzera risponde sfacciatamente: ” perchè la paga è buona e il lavoro è minimo” e poi ammette : ” sono irrequieto e mi piace cambiare”.

Se il simbolo di Jung è la casa-albero, quello di Feyerabend è la casa-valigia, simbolo della formatività Dada. Precedente illustre: la boite-en-valise di Duchamp del 1935. Nella valigia è racchiusa la storia dell’ eretico artista svizzero: il Grande Vetro, l’aria di Parigi, i 3 stoppages-ètalon e le altre opere più importanti. La valigia è, infatti, anche simbolo di ordine, ma , diversamente dalla cassettiera, di un ordine non convenzionale, precario, sviluppantesi lungo la dimensione temporale e ironicamente consapevole dei propri limiti.

Feyerabend in ” Contro il metodo” riconosce la lezione dada: ” un dadaista non si lascia impressionare minimamente da nessuna impresa troppo seria e comincia a sospettare qualcosa di equivoco ogni volta che qualcuno smette di sorridere e assume quell’ atteggiamento e quelle espressioni facciali che indicano che si accinge a dire qualcosa di importante” Cita Richter ” per essere dadaisti, si deve essere antidadaisti”; si deve essere, insomma, sradicati, uomini con la valigia: a casa dovunque, a proprio agio da nessuna parte.

luigi prestinenza puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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