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Charles Jencks – The architecture of the jumping universe

CHARLES JENCKS: The architecture of the jumping universe ; Academy Editions, 1995 pagg. 176

Accusato di aver aperto al disimpegno del Post Modernism, Jencks si difende. Non bisogna- dice- confondere lingue e valori. Le lingue permettono una certa poligamia: si può, infatti, esporre lo stesso concetto in inglese, francese o tedesco e si può adoperare il classico o il gotico per parlare di architettura. I valori , invece, richiedono fedeltà assoluta. Se vogliamo dar forma alla nostra epoca non possiamo produrre architetture senza senso o contraddittorie. L’ interscambiabilità delle lingue – continua- è stato un credo positivo del Post Modernism, che ha svolto eregiamente la sua funzione : celebrare la scomparsa definitiva dell’architettura dello Stile Internazionale. Se lo slancio si è esaurito, il problema non è stilistico, ma morale. ” Quando gli architetti del Post Modernism – sostiene Jencks- cominciarono a costruire pacchiani edifici per le multinazionali e l’architettura del divertimento di Disneyland e Las Vegas, è chiaro che persero il loro slancio morale: il gigantsmo e la volontà di potenza… avevano fatto nuove vittime”.

Sarebbe , dunque, sbagliato sostituire il Post Modernism con il nuovo stile di turno, e cioè il Decostruzionismo, senza affrontare la questione dei contenuti. Ma sarebbe egualmente errato, soprattutto da parte di un critico attento alle mode come Jencks, sottovalutarlo: il Decostruzionismo dilaga nelle scuole di architettura, è stato canonizzato in una mostra al Metropolitan Museum di New York, conta tra i suoi esponenti i personagi più interessanti della attuale ribalta architettonica, quali Gehry, Eisenman, Zaha Hadid, Koolhaas, Libeskind.

Concepito come linguaggio, osserva Jencks, il Decostruzionismo è minato da due mali fondamentali.

Innanzitutto dalla mancanza di comunicatività: prendete per esempio le opere della Coop Himmelblau e vi acorgerete che la caoticità dell’assemblaggio e il rumore delle sofferenti articolazioni producono lo stesso effetto di vuoto comunicativo delle strutture minimaliste, dominate dall’estetica del silenzio.

In secondo luogo, se la decostruzione investe l’ ordine del discorso, è castrata dal suo eterno slittare tra linguaggio e metalinguaggio, nella stressante fatica di parlare di se stessa attraverso l’analisi delle proprie contraddizioni. Il prezzo, come mostra Lyotard con i suoi saggi, è la rinuncia al piacere dei grandi racconti e delle sintesi onnicomprensive.

Da qui due pericoli: il Decostruzionismo può diventare l’ennesima corrente manierista dell’architettura moderna ( quasi una riproposizione esasperata delle scomposizioni dei Five Architects); oppure può essere concepito, come vorrebbe Philiph Johnson, come un altro ismo , l’ennesimo in un continuo susseguirsi di stili tra di loro equivalenti.

I grandi movimenti dell’architettura , invece, richiedono qualcosa in più. La rigogliosa vitalità del Movimento Moderno, per esempio, è nata grazie ad una morale del discorso architettonico e a una aderenza alle problematiche della propria epoca tanto forti e condivise che gli hanno permesso di sopportare al suo interno declinazioni e stili anche diversi ( razionalismo, organicismo, tecnologismo, espressionismo…).

Jencks, allora, con abile mossa, capovolge il problema: trasforma il Decostruzionismo in Costruzionismo; sposta l’accento dal linguaggio alla concezione del mondo, dallo stile al valore.

Se le opere dei decostruttivisti hanno un senso, dice, non è tanto perchè affrontano con parole nuove problemi vecchi, ma soprattutto perchè coltivano una problematica nuova.

Le migliori realizzazioni di questi architetti dimostrano , infatti, che è nato un modo nuovo di vedere la natura e, insieme, di concepire la tecnica che , se vogliamo riassumere con uno slogan, possiamo chiamare un approccio ecologico-cibernetico.

Sotto le cui bandiere Jencks arruola i grandi protagonisti dell’architettura contemporanea. Eisenman per le costruzioni basate su principi morfogenetici, Gehry per la carica di energia vitale e la capacità di organizzare il complesso, Zaha Hadid per la forza planetaria della forma; Libeskind per la tensione cataclismatica e la violenza della massa; Koolhaas per la abilità di sovrapporre e far collidere in strutture articolate insiemi semplici . Riesce, inoltre, a dare un ruolo agli esponenti dell’ High Tech, che come Renzo Piano , Calatrava o Grimshaw rendono organiche strutture ingegneristicamente complesse. Recupera anche – arruolandoli con il titolo di precursori- i principali esponenti del movimento organico dell’architettura moderna da Mendelshon a Taut , da Wright a Bruce Goff.

Quali i fondamenti dell’ approccio ecologico-cibernetico? Jencks li trova nella filosofia della natura di Ilya Priogine e della scuola di Santa Fe, ma anche nella teoria delle catastrofi di Thom.

L’universo, secondo questi modelli, è un sistema complesso che si evolve per salti ( da qui il titolo del libro: jumping universe), l’ultimo dei quali ha portato allo stato attuale caratterizzato da enormi pericoli ( per es. la catastrofe ecologica e demografica) ma anche da grandi opportunità. Gli oggetti della nostra epoca , infatti, si umanizzano e, insieme, gli uomini si trasformano in oggetti, in un processo sicuramente positivo. L’intelligenza di un calcolatore che vince una partita di scacchi con Kasparov non toglie nulla , ma anzi aggiunge opportunità all’abilità di quest’ ultimo, cosi’ come una protesi elettronica che sostituisce l’occhio non rende un alieno chi la indossa.

Alla raffinatezza di queste macchine corrisponde la grossolanità di una architettura basata su concetti formativi di un’epoca pseudorazionalista, che non tiene in alcun conto che la nuova tecnologia si è potuta sviluppare perchè la scienza , giunta ad uno stadio Post Moderno, ha sconfitto i quattro miti del determinismo, meccanicismo, riduzionismo e materialismo; ha cioè cominciato a vedere il mondo come un sistema dotato di vita e di capacità autoregolative , come un organismo che ricerca equilibri sempre migliori attraverso continui salti di stato.

Da qui l’immagine della farfalla, contrapposta a quella della trappola. La trappola , che simboleggia la concezione meccanicistica dell’universo, l’architettura dell’existenz minimum, la macchina per abitare, si aziona solo quando provocata da una causa , inghiotte la sua preda e restituisce meno di quanto esisteva prima del suo azionarsi. La farfalla , che rende l’immagine dell’universo nel suo moto organico, è il prodotto di una serie di scatti creativi : di un organismo che passa dallo stato di bruco, a quello di crisalide a quello di volatile.

Come può l’architettura rendere visibile questo processo? Acquisendo una dimensione spirituale e mutuando dalla natura le forme del suo divenire. Da qui l’interesse di Jencks per le forme l’organiche, per i frattali, per le strutture che si incurvano e che si muovono come le onde di un’ atomo e per tutto ciò che rappresenta il moto spirituale dell’uomo, il cui ruolo è quello di portare l’universo all’ autoriconoscimento in una sorta di disvelamento dell’idea che ricorda il processo dialettico hegeliano.

Da un punto di vista filosofico le tesi di Jencks, non sono nuove e presuppongono l’adesione del lettore su ipotesi che scontate non sono. Per esempio che nel cosmo esistano leggi eterne e che l’uomo sia in grado di decifrarle e , mediante l’arte, rappresentarle. Una adesione che noi occidentali di scuola scettico-sofistica diamo tanto più difficilmente quanto più Jencks trasforma il suo costruzionismo in un teleologismo di rito organico con affermazioni del tipo: “l’universo sapeva che noi saremmo arrivati”, ” il cosmo è predisposto ad andare in certe direzioni”, esiste una “trascendenza del mondo”.

Inoltre le tesi di Jencks presuppongono una concezione mimetico-rappresentativa dell’architettura ( il microcosmo che riflette il macrocosmo) che la cultura moderna ha – anche se non senza rimpianti- superato. Raramente, infatti, Jencks parla di valori spaziali mentre invece, spesso, si fa prendere dal gusto del simbolo e dell’allegoria. Con il risultato che spesso si dilunga su opere di scarso valore solo per il fatto che queste hanno astruse decorazioni o complessi simbolismi che a suo giudizio le renderebbero interessanti.

Criticabile, infine, l’affermazione che la lingua e lo stile in architettura siano indipendenti dai valori e che, come riportavamo in apertura, gotico o classico siano intercambiabili come l’inglese con il francese o il tedesco.

Il problema che , tuttavia , The architecture of the jumping universe pone va ben oltre le pur non secondarie critiche che si possono muovere alla sua costruzione teorica e che gli hanno provocato feroci stroncature ( ricordiamo, tra le altre, quelle sul The architect’s journal e sul The architectural review). Queste critiche trascurano il fatto che The architecture… è un libro di critica militante che con acutezza affronta nodi problematici attualmente irrisolti per individuare prospettive operative molte delle quali hanno validità indipendentemente dal loro ingombrante corredo filosofico. Eisenman, in una recensione, gli rende giustizia: “Jencks- afferma- ha la capacità di annunciare un nuovo movimento in architettura prima ancora che questo sia cominciato. Con il Post-Modernism egli guardava al passato. Adesso, per la prima volta, con questo libro sulla morfogenesi, sta dando un’ occhiata al futuro… all’ inizio del nuovo millennio”.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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