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Gianni Vattimo: Della realtà. Pensiero debole? Debolissimo

Gianni Vattimo: Della realtà. Pensiero debole? Debolissimo

Il libro di Gianni Vattimo,-Della realtà, recentemente uscito per i tipi di Garzanti (2012) delude e per diverse ragioni. Raramente si sono visti insieme, a comporre un discorso teoretico, tanti e tanto diversi riferimenti. Vi compaiono Friedrich Nietzsche, John Dewey, Martin Heidegger, il secondo Wittgenstein e l’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer. Ma anche il cristianesimo nell’interpretazione di Luigi Pareyson, il pragmatismo di Richard Rorty -e i paradigmi di Thomas Kuhn. Una macedonia grazie alla quale la filosofia continentale punterebbe a trovare un connubio con la religione e entrambe con la più aggiornata e coraggiosa filosofia della scienza. -Con un obiettivo: combattere il nuovo realismo che crede nell’idea di rispecchiamento nella natura. Un nuovo realismo che, non riconoscendo, secondo la nota asserzione di Nietzsche, il postulato che ogni fatto è interpretazione, accetterebbe il reale per cosi’ come ci è raccontato dalla vulgata corrente e rinuncerebbe a immaginare nuovi scenari e nuovi futuri di conoscenza, abdicando ad ogni idea rivoluzionaria.

Anche se presentata in maniera originale (pochi infatti avrebbero il coraggio di mettere insieme Heidegger e Kuhn, Nietzsche e Gesù), quella di Vattimo è un’idea, almeno dal dopoguerra in poi, ricorrente. Si pensi per esempio alla tesi principale del libro-Ragione e rivoluzione-di Marcuse: la conoscenza scientifica, fondata sulla capacità astratta dell’intelletto, ci induce ad accettare l’esistente cosi’ come imposto dai moderni apparati tecnologici, mentre invece occorre un salto- che Marcuse individua nella ragione e, precisamente, nella dialettica di Hegel- per farci concepire il mondo da un altro e antagonista punto di vista.

Presupposto di Marcuse è una idea – la conoscenza per salti- già in quegli anni ampiamente diffusa: secondo la quale il pensiero non si evolve per continuità ma attraverso rotture. Un’ipotesi questa che, se volessimo usare il termine di paradigma introdotto da Kuhn, è paradigmatica del novecento.

Ma è proprio l’idea di paradigma -che Vattimo sembra nel suo libro accettare tanto da vederla prefigurata anche nel suo amatissimo Heidegger- che oggi regge sempre di meno alla prova della ragione. Postulare, infatti, che la conoscenza avvenga per salti tali da rendere incommensurabili i paradigmi precedenti con quelli successivi, crea problemi irrisolvibili. Non si riuscirebbe, infatti, a capire in che modo le teorie che subentrano entrerebbero in relazione con quelle superate e si darebbe della scienza e della conoscenza una visione eccessivamente frammentaria che non corrisponde alla nostra percezione storica che vede si dei salti ma mai tali da provocare cesure definitive. Studiosi come Holton hanno, a partire da questi problemi, cercato di mostrare come l’evoluzione della scienza avviene più che per salti paradigmatici per un progressivo affinamento e o sostituzione degli strumenti di ricerca e l’ultimo Feyerabend ha introdotto, al posto della nozione di paradigma, quella più plastica di ambiguità. Secondo quest’ultimo, infatti, la storia della conoscenza è accompagnata dal maturarsi di situazioni e aspetti ambigui che prima non sussistono o semplicemente non appaiono come tali ma che, da un certo momento, richiedono nuovi punti di vista, non definitive cesure.

In realtà nel libro di Vattimo, l’idea che la conoscenza, proprio perchè fondata su paradigmi- a loro modo arbitrari, debba essere messa in discussione è presentata- vagamente e quindi confusamente secondo almeno tre accezioni diverse.

Secondo una prospettiva post-heideggeriana che vede nel nascondimento dell’Essere il rifiuto della realtà a presentarsi come definitiva e oggettiva. In questo senso l’esserci nel mondo è la garanzia che l’uomo è progettualità e libertà e quindi non imbrigliabile all’interno del dominio della tecnologia attuale.- Visione questa del paradigma che permette a Vattimo di abbandonare l’oggettività senza però perdere l’Oggetto originario e cioè l’Essere, che comunque costituisce ( ed è questo il legame con la visone religiosa dell’autore) il punto di riferimento di tutto il discorso, anche se per assenza.

La seconda accezione è estetica. Se è difficile (o forse poco interessante per Vattimo) trovare nella scienza i momenti in cui avvengono i salti paradigmatici, è più facile e produttivo farlo nell’arte. Ogni opera d’arte, secondo il filosofo torinese, è la costituzione di un punto di vista radicalmente nuovo: quindi, in un certo senso, un nuovo paradigma.

La terza accezione è politica. Servono paradigmi nuovi per immaginare la realtà non cosi’ come ce la presentano i poteri forti della scienza e della tecnica ma cosi’ come dobbiamo costruircela noi, partendo dall’idea che il reale non è cosi’ perentorio come l’ interpretazione oggettivistica della scienza e della tecnologia vorrebbe farci credere.

Tralasciamo la questione dell’Essere che si presenta come esserci e che mi sembra un puro gioco di parole che non dice nulla se non vagamente alludere a un Dio che non si svela e quindi lascia ampia libertà all’uomo di perdersi all’interno del suo labirinto interpretativo (libero Vattimo di crederci, ma, ci verrebbe da chiedergli, cosa possiamo sapere di un dio che non si svela? E in base a quale principio chiamiamo Essere ciò che ci si presenta come casuale e- frammentario, dandogli arbitrariamente esistenza unitaria e, immagino, intelligenza?)

A questo punto ci chiediamo se occorreva un libro per raccontarci che l’arte ci mostra punti di vista inaspettati e che, inoltre, dal punto di vista politico, occorre mettere in discussione, sulla base che tutto è interpretazione e quindi interpretabile, ciò che il mondo ci propone -invece come oggettivo, naturale e immodificabile. Tra l’altro neanche coloro che – e non siamo certo noi- idealizzano la continuità della scienza e professano il principio di realtà pensano che il mondo sia immodificabile. Anche loro sanno benissimo che le proprie conoscenze e quelle che gli sono presentate sono ipotetiche. (LPP)

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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