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Concorsi di architettura

Concorsi di architettura

Autore: Luigi Prestinenza Puglisi
pubblicato il 9 Aprile 2011
nella categoria L'opinione di lpp

Non è possibile che uno stato civile per realizzare le sue opere pubblichi eviti i concorsi di architettura. Per farli basta selezionare da tre a cinque progettisti tra coloro che sono interessati, affidare loro il compito di elaborare una proposta, scegliere la migliore, affidare l'incarico. - Spreco di tempo? No, se l'attività diventa una prassi regolare e regolata, svolta da uffici preposti. Maggiori costi? No, perchè pagare da tre a cinque progetti di larga massima incide in modo trascurabile sul costo finale dell'opera, mentre invece avrebbe benefici sensibili sul piano della qualità.

 

In Francia, -dove da tempo vige l'abitudine, i risultati ci sono e si vedono. -

 

Ma in Italia non siamo in Francia. Da noi fare concorsi è una condizione necessaria ma non sufficiente; mai a prova di bufale. Come ci insegnano le vicende universitarie, infatti, non è detto che da una gara esca il migliore. E non solo perchè molte sono palesemente truccate. Ma anche perchè da noi vige un residuo di cultura vetero sovietica che ha fatto teorizzare il concorso pilotato: consiste nel predisporre un certo tipo di risultato scegliendo tra i giurati persone, anche di specchiata buona fede, che appartengono alla stessa cerchia culturale del predestinato.

 

L'amministrazione, teorizzano gli assertori del concorso pilotato con la segreta speranza di esserne i beneficiari, ha pur il diritto di scegliere la propria linea culturale e di nominare i commissari che più gli aggradano.

 

Certo, ma in questo modo è inutile fare il concorso. Anzi sarebbe meno vergognoso l'affidamento diretto perchè l'amministrazione dovrebbe cosi' almeno giustificare la propria scelta senza trincerarsi dietro la foglia di fico di una commissione di gara.

 

E allora? Dobbiamo avere il coraggio di sostenere che ogni concorso deve essere imprevedibile: quindi giudicato da personaggi estranei alle beghe locali e di orientamenti culturali tra loro decisamente diversi.

 

Certo, in questo modo correremo il rischio che a vincere qualche volta sia un gregottiano e qualche altra un portoghesiano ( dico per dire, tanto per fare l'esempio di due tipi di approccio che culturalmente mi repellono). Pazienza. La volta successiva sarà la stessa imprevedibilità che ci garantirà un buon progetto. Invece per adesso, le poche volte che i concorsi si fanno, abbiamo solo risultati che possono essere previsti in anticipo in base al manuale Cencelli della politica amministrativo culturale; con un margine di errore direi trascurabile.

 

Apparso su Artribune 2011