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Metrogramma

Luigi Prestinenza Puglisi 13 agosto 2005 Opere Nessun commento su Metrogramma
Metrogramma

Nel 1995 Andrea Boschetti e Alberto Francini, che avevano frequentato Venezia e Firenze, cioè due tra le università più tradizionaliste ed ermeticamente chiuse all’innovazione e alla sperimentazione, fanno la cosa giusta. Andrea Boschetti va in America alla Columbia University e poi in Olanda, a Rotterdam,- dove lavora per Rem Koolhaas, teorico della metropoli contemporanea e- architetto emergente sulla scena internazionale: proprio in quegli anni sta completando Euralille e alcuni capolavori che lo lanceranno definitivamente nel firmamento dello star system. Alberto Francini si reca prima a New York- a lavorare presso lo studio di Giuliano Fiorenzuoli, un protagonista dell’architettura radicale fiorentina degli anni sessanta e settanta, e poi a Roma dove collabora con Massimiliano Fuksas, anch’egli in rapida ascesa professionale.

Come numerosi altri giovani architetti italiani della loro generazione, Andrea Boschetti e Alberto Francini, capiscono che devono mettere radicalmente in discussione molti dei dogmi che ancora dominano- la cultura conservatrice di un Paese ancora segnato dal rigorismo di Vittorio Gregotti,- dallo storicismo di Aldo Rossi o dal post modernism di Paolo Portoghesi, per aprirsi invece alle ragioni dell’avanguardia, sia pure riviste attraverso le esigenze del mercato, secondo quanto con molto realismo -o se vogliamo: con un certo cinismo- insegnano gli stessi Koolhaas e Fuksas.

Lo studio Metrogramma,- e’ costituito a Milano nel 1998. Cioè, se vogliamo guardare le date, un anno dopo l’inaugurazione del Museo Guggenheim di Bilbao e due anni prima della fortunata Biennale di Architettura di Venezia diretta- da Fuksas: due eventi che in Italia hanno segnato il dibattito architettonico, liberando giovani energie e determinando un radicale cambiamento di prospettive. Il Guggenheim perchè, con il suo immenso successo internazionale, indicava la concreta possibilità di percorrere nuove strade nella ricerca formale che andavano oltre le geometrie semplificate e il rigore dell’angolo retto cosi’ amati dai tradizionalisti, e la mostra della Biennale di Architettura di Venezia perchè, a partire dal provocatorio- titolo More Ethics, Less Aestetichs, si interrogava sul senso della città contemporanea vista come un insieme complesso e caotico, rizomatico e contraddittorio,- irriducibile ai modelli semplicistici e autoritari del Disegno Urbano cioè di quelle pratiche accademiche basate su assi, allineamenti e simmetrie e, nei casi migliori, sull’analisi delle tipologie edilizie- e della morfologia del territorio, che ancora erano materia di insegnamento nelle facoltà di architettura italiane.

E’ questo il momento in cui nel panorama nazionale vengono alla ribalta numerosi giovani studi, con alcuni dei quali- Metrogramma ritrova affinità concettuali e comunanza di interessi. Come dimostra la pubblicazione 5tudi- ( che e’ l’abbreviazione di 5 Studi) che, pubblicata nel 2000, raccoglie, oltre ai lavori di Metrogramma, quelli di Privilegio-Secchi, Mantia, Ian+ e Stalker con l’introduzione di Bart Lootsma e di Yorgos Simeoforidis, due tra i critici internazionali più attenti al nuovo e alla sperimentazione. Quest’ultimo comincia con queste parole il proprio intervento: ” qualcosa,certamente, si sta muovendo nell’architettura italiana contemporanea. Gli indizi sono visibili: giovani architetti si distinguono in concorsi nazionali ma anche internazionali, organizzano mostre itineranti, partecipano a pratiche collaborative ed aprono brecce innovative nei curricula universitari, autogestiscono la diffusione del proprio lavoro, senza aspettare l’attenzione dell’establishment culturale… Sono architetti che trascendono l’introversione dell’architettura italiana, dichiarando una disposizione flessibile e aperta…”.

Pur vivendo un momento magico dal punto di vista del rinnovamento della cultura architettonica in Italia, il gruppo Metrogramma si trova subito ad affrontare due ostacoli. Il primo è che in molta parte della opinione pubblica la parola costruire quando si interviene con interventi decisamente moderni in aree non periferiche è quasi sinonimo di reato, perchè evoca l’incubo della speculazione, del profitto sulla pelle della collettività, del disinteresse ambientale;- il secondo è- che i pochi lavori esistenti ancora in quegli anni ( la situazione oggi però e’ , anche se non ancora soddisfacente, decisamente migliore) sono monopolizzati da una ristretta cerchia di professionisti i quali esercitano un serrato controllo del territorio che , attraverso complesse alchimie, si riversa anche sui concorsi di architettura con giurie spesso precostituite.

Mancando il lavoro, occorre quindi inventarlo. Metrogramma lo fa ispirandosi all’insegnamento olandese. Cerca di mostrare che la creatività, che e’ ciò che tradizionalmente caratterizza la figura dell’architetto,- non serve solo a produrre oggetti piacevoli dal punto di vista estetico ma può prefigurare migliori organizzazioni territoriali, producendo valore aggiunto sia in termini economici che di miglioramento della qualità della vita.- Costruire, infatti, non vuol dire – come troppo spesso credono gli ambientalisti e i conservatori- aumentare la quantità di cemento e di degrado del territorio ma attivare una diversa conformazione delle relazioni metropolitane, per trovare nuove organizzazioni territoriali, nuove ecologie, nuove convenienze, nuove opportunità.

Con questo programma di lavoro, conquistano l’attenzione dell’assessore Silvano Bassetti, un amministratore illuminato che opera nella efficiente città di Bolzano. Ne viene fuori uno studio, Habitat (2001), che prevede la divisione del territorio in quattro macrozone: agrocity- o area agricola, policity o area legata alla montagna, cityin, o area consolidata, bordercity o area di margine. Per ognuna di tali realtà sono fissati rigidi spazi per la collettività e flessibili zone destinate all’edificazione privata. Ma con l’avvertenza che l’intervento debba migliorare e non peggiorare la situazione esistente: per esempio prevedendo accorgimenti di consumo energetico: da qui l’invenzione della casa-clima e dei tetti verdi, cioè di modalità per incrementare la traspirazione del suolo anche ricorrendo all’apporto delle coperture. Il secondo soggetto che Metrogramma coinvolge è il CNA, la Confederazione Nazionale degli Artigiani. Lo fa con lo studio Superinfrastrutture, nel quale sostiene che il suolo non può essere occupato da migliaia di capannoni industriali che si affiancano indiscriminatamente l’uno accanto all’altro come villette di un demenziale insediamento suburbano. Prevede invece tre nuove tipologie,- che consentono alla collettività di risparmiare terreno e, ai privati, costi. Sono l’insediamento a torre, a nastro, a piastra. Punto, linea e superficie riassume Metrogramma, riprendendo una celebre affermazione del pittore Kandinsky, poi fatta propria da Bernard Tschumi ( preside alla Columbia, frequentata da Boschetti- nel periodo di formazione post-universitario) per un suo famoso progetto del parco de La Villette a Parigi. Ma vi è anche l’idea di Bigness di Koolhaas cioè della costruzione di un insediamento complesso, quasi una macrostruttura, che è a cavallo tra la semplice architettura e il piano urbanistico. A rendere più attraente la proposta di Metrogramma è la – per usare una loro parola- mixitè, cioè l’ accostamento di più funzioni: i capannoni, oltre a essere imponenti strutture condominiali saranno integrati con servizi destinati alla vendita, al ristoro, al tempo libero e alla residenza, un tema questo particolarmente sentito nel nord- Italia dove forte e’ la domanda di abitazioni e servizi a basso costo per far fronte alle richieste degli immigrati, soprattutto extracomunitari, impiegati in queste stesse strutture produttive.

Sempre all’idea di Bigness si rifà la proposta per la nuova, forse uno dei progetti più interessanti redatti dallo studio. Si tratta di una sfera gigantesca di circa settanta metri di diametro. A determinarne la scelta vi e’ sicuramente la volontà di realizzare- un monumento che quasi si contrappone, nella sua assoluta purezza geometrica, alla città circostante e che ricorda l’architettura visionaria- dell’architetto francese Claude-Nicolas Ledoux (1736-1806). Vi sono però anche motivazioni funzionali: la sfera e’ la figura geometrica, che con la minore superficie, racchiude il massimo volume ed e’ quindi sul piano concettuale, la più economica per ospitare i depositi che contengono i diversi milioni di libri che la biblioteca deve custodire.- A fronte di questa purezza stereometrica dell’esterno, l’interno- della sfera – un po’ come avviene nelle sculture dell’italiano Arnaldo Pomodoro– e’ estremamente complesso e frastagliato. Le sale di lettura, l’auditorium, le sale per conferenze e i percorsi verticali e orizzontali sono infatti ottenuti scavando dalla massa edilizia un continuum di gallerie e spazi, disposti senza un apparente ordine, seguendo la stessa logica sottrattiva che Koolhaas aveva utilizzato per il suo progetto per la Biblioteca di Francia del 1989 nel quale al- prisma puro dell’esterno si contrapponeva all’interno- un labirinto di percorsi e di bucature che ricordano un po’ l’immagine del termitaio e un po’ della groviera. Semplicità e complessità, ordine e caos, monumentalità dell’esterno e antimonumentalità dell’interno, ma, soprattutto, sperimentazione di nuove tipologie, attraenti dal punto di vista funzionale, che consentono sperimentazioni sul versante della forma.- Ma una forma che- nasce dai programmi, dall’aderenza del tema alle condizioni sociali, economiche, ecologiche del contesto e che, quindi – come accennavamo prima- diventa produttrice di un plusvalore, concretamente misurabile in base ai parametri sempre più esigenti e complessi della società postindustriale.

Si osservi per esempio lo Show Room Deschio, opera del 2001. E’ realizzato dentro un capannone industriale e ubicato al primo piano, per lasciare il piano terreno a deposito delle merci. Sarebbe per un negozio una ubicazione pessima, separata dalla strada e dal flusso dei passanti, ma ecco la forma arrivare in soccorso, grazie a una curva che lega lo show room al piano sottostante, inquadrata a sua volta da una grande vetrina. Risultato: una immagine accattivante e innovativa , ma anche, sulla scia dell’insegnamento olandese, in perfetta aderenza alle esigenze della committenza. Sulla linea della integrazione di funzioni diverse è il complesso a Calliano ( progetto completato nel 2002 e nominato per il premio “Mies van der Rohe” 2002) dove si combinano, in un unico edificio dalla tipologia inconsueta, un asilo, una scuola media, una biblioteca , una palestra, una mensa e un centro culturale. Le differenze funzionali all’interno dell’edificio sono sottolineate dall’uso dei materiali diversi mentre l’unità della concezione spaziale e’ ottenuta attraverso l’attenta progettazione dei percorsi, riprendendo una lunga tradizione che va dalla promenade architecturale di Le Corbusier all’uso del continuum architettonico in Koolhaas.

Sulla linea della sperimentazione tipologica insiste anche il concorso, in partnership con FOA e Luca Molinari, per il nuovo grattacielo della Regione Lombardia, un progetto molto allettante, bandito nel 2004, sul quale si sono misurati alcuni degli studi di progettazione più importanti sulla scena mondiale. L’idea è di fare un grattacielo tripartito che si riunisce ai piani superiori, lasciando cosi’ spazio a terra a una piazza coperta. E che all’ultimo piano, a oltre cento metri di altezza, consente di organizzare uno spazio, destinato ad attività sociali e culturali, che si apre panoramicamente a tutto il territorio milanese. Il gruppo, pur non vincendo, arriva terzo, superando concorrenti quali Norman Foster- o Steven Holl: proprio non male per una equipe che si è formata da pochi anni e che oggi, grazie alla sua opera di promozione di nuove idee, ha in cantiere cinque o sei commesse molto importanti, tra le quali un centro farmaceutico a Barcellona e tre case-villa a Bolzano per circa 40 alloggi. Segno che anche nella tradizionalista Italia, la sperimentazione, se condotta con sufficiente energia intellettuale e una adeguata auto-promozione, può premiare.

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Luigi Prestinenza Puglisi è nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. è presidente dell'Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). è stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell'architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all'architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. ÔÇ¿Da non perdere la sua Storia dell'architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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