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Augé
- Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità
Marc Augé
Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità
Elèutera Editrice , Milano 1993
Nasciamo
in clinica, muoriamo in ospedale, viviamo in un perenne transito.
Si moltiplicano i luoghi che ci offrono solo una occupazione provvisoria:
le catene alberghiere, i club di vacanza, i residence , le abitazioni
per la terza età. Si estendono le reti di trasporto di persone
o di informazioni e le modalità di scambio apersonale: le
carte di credito , i distributori automatici, la vendita per corrispondenza.
Marc Augé, antropologo e studioso delle civiltà antiche,
si chiede se la nostra società non stia distruggendo il concetto
di luogo, così come si è configurato nelle società
precedenti. Il luogo infatti ha tre caratteristiche: è identitario
e cioè tale da contrassegnare l’ identità di
chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti
reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza;
è storico perchè rammenta all’ individuo le
proprie radici.
I luoghi antropologici - tradizionali o moderni che siano- possono
essere ben descriti dalle nozioni di centro e monumento. La Casa
Bianca e il Cremlino sono contemporaneamente luoghi monumentali,
centri di potere, simboli di uno Stato, metafore di una ideologia.
La casa in un paese della Sicilia individua la posizione sociale
di chi la abita, gli tramanda memorie, gli impone atteggiamenti
e consuetudini.
Tutte queste caratteristiche mancano alle strutture che nella nostra
società contemporanea sono adibite al trasporto, al transito,
al commercio, al tempo libero. Entriamo in un aeroporto: si fa una
fila, si passa il check in, si mostrano i documenti, si visita il
duty free shop, si paga preferibilmente mediante carta di credito,
ci si muove seguendo messaggi anonimi, si sbarca in un altro aeroporto
simile al precedente dove ci attendono formalità identiche.
Pensate non per l’uomo specifico, conosciuto ed identificato
come diverso rispetto agli altri, ma per l’uomo generico,
individuato dal numero di un documento o di una carta di credito,
queste strutture architettoniche sono configurate per ospitare un
commercio muto, un mondo lasciato ad individualità solitarie,
tutte assolutamente uguali. La società democratica, non pone
pregiudiziali di appartenenza: per poter accedere ed utilizzare
le strutture della nostra contemporaneità basta che la persona
- di qualunque nazionalità, credo o colore- rispetti alcune
regole. Poche e ricorrenti, uguali per un centro commerciale, un
parcheggio interrato , una autostrada o una macchina che eroga denaro.
Ci si fa riconoscere come solvibili, si attende il proprio turno,
si seguono le istruzioni, si fruisce del prodotto, si paga. L'identificazione
è resa possibile dal passaporto, dalla carta di credito,
da un riconoscimento astrattamente sociale. Non più dalla
conoscenza individuale, dal riconoscimento del gruppo. Ne "
Il mondo di ieri", Stefan Zweig afferma : "una volta l'uomo
aveva una anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto,
altrimenti non viene trattato da essere umano". Stefen Zweig
scriveva il libro nel 1946. Da quegli anni il processo di disindividualizzazione
della persona è andato progredendo. Prova ne sia che molti
film contemporanei - penso, tra gli altri a "Film bianco"
-ricorrono all'espediente narrativo del senso disperazione generato
da un passaporto scaduto o da una carta di credito divenuta inefficace.
I luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente
sedentaria, un microcosmo dotato di confini ben definiti. I non
luoghi, individuati con acutezza da Marc Augè, sono i nodi
e le reti di un mondo senza confini.
Dal punto di vista architettonico i non luoghi sono gli spazi dello
standard. Sono strutture dove nulla è destinato al caso:
al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux,
la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il
tipo e la quantità di informazioni. Sono sicuramente gli
unici spazi architettonici dove si è concretizzato il sogno
della macchina per abitare, cioé della ergonomia, della efficienza,
del confort tecnologico.
La loro quasi inevitabile omogeneizzazione è il prezzo pagato
in termini figurativi. I non luoghi sono identici a Milano, a New
York, a Londra o a Hong Hong. Monotonia, noia? Tuttaltro. Gli utenti
poco si curano che i centri commerciali sono tutti uguali. Anzi
apprezzano - lo dimostra il successo della formula del franchising
- la ripetizione delle infinite strutture così simili tra
di loro. L’utente sa, infatti, che troverà in qualsiasi
città la catena dei suoi ristoranti preferiti o il suo albergo,
e sarà certo degli standard di servizio a lui offerti. Similmente
sa che qualunque aereoporto o autostrada vale un’altra e può
tranquillamente avventurarvicisi sia che si trovi a Palermo o a
Montreal.
Afferma Augè: “paradosso del non luogo: lo straniero
smarrito in un Paese che non conosce ( lo straniero “di passaggio”)
si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle
stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”.
Simili a se stessi, eppure diversi: ecco un altro paradosso dei
non luoghi. Entriamo in un grande centro commerciale: troveremo
la cucina cinese, italiana, francese, tunisina, il negozio danese,
americano, giapponese. Ognuno con un proprio stile. Continua Augè
“ nei non luoghi vi è sempre un posto specifico ( in
vetrina, su di un manifesto, a destra dell’aereo, a sinistra
dell’autostrada) per delle “curiosità”
presentate come tali- gli ananas della Costa d’Avorio, Venezia
città di Dogi, la città di Tangeri, il sito di Alèsia:
ma essi non operano alcuna sintesi, non integrano nulla, autorizzano
solo per il tempo di un percorso, la coesistenza di individualità
distinte, simili e differenti le une dalle altre”
C’ è un film di Woody Allen ambientato in un grande
centro commeriale. I protagonisti passano da un ristorante giapponese
a un negozio di articoli indiani, a uno spettacolo di intrattenimento.
La macchina da presa non esce dal centro commerciale e non ce ne
è bisogno: in fondo il mondo con le sue diversità
è tutto racchiuso lì. Daltronde, i giri turistici,
non offrono molto di più. Anzi, i più grandi centri
commerciali hanno la capacità di attrazione di una località
turistica di grande prestigio. Per andare al Mall of Amerca, il
più grande degli USA, alcuni tra i suoi 40.000.000 di visitatori
annui prendono l’aereo e i giapponesi lo includono all'interno
dei loro circuiti turistici. La Northwest Airlines offre viaggi
a prezzi scontati e ogni anno arrivano circa 5.000 autobus da tutti
gli Stati Uniti. Scrive sulla rivista Progressive Architecture il
critico Michael Crosbie: si va al Mall of America con la stessa
religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Mussulmani
alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland.
Dal viaggio come esperienza della conoscenza, la società
contemporanea è arrivata al viaggio come concatenamento di
diapositive, cioé di immagini frammentarie e tipiche. Ma
se il mondo è ridotto al tipico, non è, in fondo,
difficile estrarre i caratteri essenziali e portarli direttamente
a domicilio.
I giapponesi, per esempio, hanno ricostruito al chiuso una oasi
hawaiana e una località sciistica alpina e le hanno proposte
ad un pubblico entusiasta che così con certezza può
programmare le proprie vacanze, sapendo che non saranno rovinate
da impreviste condizioni climatiche. In una società del futuro
- ipotizza un regista di film di fantascienza- non occorrerà
più viaggiare perchè riusciremo a comprarci il ricordo
di essere già andati nei luoghi prescelti.
Daltronde noi europei che tanto storciamo il naso di fronte al potere
devastante del tipico che caratterizza i non luoghi non ci accorgiamo,
che nonostante le nostre Soprintendenze imbalsamatrici, abbiamo
permesso una simile omologazione di tutti i centri storici delle
nostre città. A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia
nello stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibaglie,
le macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per
sentirci in un contesto sociale - nota Augè- non ci rimane
che guardare lo spettacolo degli altri che camminano e , a loro
volta, ci osservano: uno spettacolo dove attori e spettatori si
confondono in un reciproco e continuo scambio delle parti.
Nello stesso tempo, le nostre città “si trasformano
in musei ( monumenti intonacati, esposti, illuminati, settori riservati
e isole pedonali) proprio mentre tangenziali, autostrade, treni
ad alta velocità e strade a scorrimento veloce le aggirano”
Cosa fare dunque? Marc Augè non lo suggerisce, nè
daltronde questo è il compito di un antropologo. Il libro
è soprattutto un invito a riflettere, anche ai confini dei
limiti disciplinari dell' antropologo, dell'urbanista e dell' architetto.
Un libro offuscato forse dall’ eccessivo pessimismo dell’intellettuale
francese e dal ricorrente mito della nostalgia del tempo andato
che è uno dei retaggi più insopportabili della nostra
epoca ( da Sartre ai marcusiani della riva sinistra, sino agli epigoni
del pensiero debole), ma illuminato sempre da un’acuta intelligenza
critica che è l’altra faccia - quella migliore- di
questa appassionata ricerca culturale.
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