Brandi – Teoria generale della critica
Cesare
Brandi, Teoria generale della critica, Editori Riuniti, Roma 1998,
pagg.366, Lit. 45.000
Il 26 giugno 1966 alla libreria Feltrinelli di Roma
Giulio Carlo Argan, Emilio Garroni e Roland Barthes presentano il
libro Le due vie, scritto da Cesare Brandi. Il libro affascina,
ma solleva anche numerose polemiche e interrogativi. La sua tesi
principale, secondo la quale nell' opera d' arte ogni significato
è irrilevante, scontenta infatti sia i seguaci della scuola
di iconologia Panofskiana secondo i quali è essenziale, attraverso
lo studio delle forme e i loro valori simbolici, risalire al significato
dell'opera, sia gli strutturalisti secondo i quali l'opera d'arte
è un insieme significativo di segni da decodificare tramite
un approccio semiotico. Evidenziando le ragioni di questi ultimi,
interviene Barthes. Certo- ammette - l'arte ha una sua propria semiotica,
in parte vuota, in parte paradossale. Ma negandole ogni significato,
si nega all'opera il suo ruolo di palcoscenico nello "spettacolo
del segno", e così facendo la si svuota di fatto di
ogni funzione.
Nel 1974 Brandi ritorna sui temi trattati ne Le due vie, con Teoria
generale della critica, una summa del proprio pensiero dove, come
dice il risvolto di copertina, l' Autore opera "una sintesi
di linguistica e estetica, di strutturalismo e di fenomenologia".
Ribadisce il proprio punto di vista: l'arte si pone prima del momento
riflessivo, arrestandosi a presentare l'oggetto per quello che è,
nel suo essere così e non altrimenti o, per dirla con la
terminologia brandiana, nella sua astanza.
Brandi insiste molto su questa parola "astanza" di sua
invenzione, caricandola di valore (l'arte - dirà più
volte- é l'epifania stessa dell'astanza) e distinguendola
da un altro termine che -seppure ripreso dal vocabolario- è
da lui riconcettualizzato: "flagranza". La flagranza,
spiegherà, è il darsi della realtà come puro
momento percettivo. E' l'oggetto che sentiamo con i nostri sensi
e che non abbiamo ancora concettualizzato (da qui forse la scelta
di un termine quale "flagranza" che fa balenare alla mente
l'immagine dell'oggetto colto nell'atto di presentarsi). L' astanza,
diversamente dalla flagranza che è esperienza allo stato
puro, presuppone una struttura sottostante, un darsi del reale come
insieme di relazioni e, quindi, di differenze reciproche. Prendiamo
un quadro: compariranno dei colori, ognuno dei quali ha un valore
differenziale che lo individua dagli altri e lo relaziona al tutto.
Oppure un'architettura dove il peso dei pieni è relazionato
a quello dei vuoti, dove l'interno è definito dall'esterno
e viceversa. L'astanza , in quanto sistema di differenze, è
quindi analizzabile. Ed ha delle affinità con il nostro linguaggio
che è anch'esso un sistema di differenze strutturato. Ma
mentre i segni del linguaggio si differenziano per significare e
quindi, in ultima istanza, per produrre concetti, quelli dell'opera
d'arte si differenziano per essere quel che essi sono, cioè
per produrre forme.
Dietro la teoria di Brandi non è difficile intravedere la
fenomenologia husseliana e il suo sviluppo heidegeriano. E non è
casuale che uno dei principali interlocutori di Teoria generale
della Critica sia il Derrida che in quegli anni metteva a punto
la sua filosofia decostruttiva basata sui concetti chiave di differenza
e di assenza. L' astanza, considerata da questo punto di vista,
non è altri che una brillante innovazione linguistica per
ricentrare l'arte su valori che emergono , non dalla pienezza del
significato, ma dalla sua assenza; non dal contenuto ma dal silenzio,
sia pur fragoroso, di ciò che si dà come essente.
Ma al di là della lettura fenomenologica del pensiero di
Brandi è interessante notare che il formalismo assoluto da
lui propugnato ha avuto il merito di contrapporsi alle banalizzanti
ricerche contenutistiche, storicistiche e scientifico-realiste contemporanee
alla sua ricerca; anche a quelle più acute e tolleranti di
Galvano Della Volpe, basate sull'apertura del testo artistico alla
ambiguità e alla molteplicità dei significati. Inoltre
la ricerca di Brandi ha anche avuto il merito di mettere a nudo
l'inconsistenza di tante teorie che, a cavallo tra gli anni sessanta
e settanta, cercarono di ridurre l'arte e , in particolare, l'architettura
a un linguaggio simile a quello verbale, attraverso un insieme di
formule riprese di peso, e senza le opportune mediazioni, dalla
linguistica e dallo strutturalismo : per esempio stabilendo stretti
parallelismi tra la doppia articolazione del linguaggio verbale
e i segni denotati e connotati dell'opera d'arte o tra il linguaggio
stesso e gli ordini architettonici.
L'estremo formalismo brandiano, sin dal suo apparire, è stato
oggetto di silenzi imbarazzati e di critiche, anche aspre. Manfredo
Tafuri, per esempio, in Teorie e Storia dell' Architettura, lo accusa
di neoidealismo metafisico, misticheggiante. E accomuna Brandi a
Bettini. L'accostamento è profetico, se non altro in negativo.
I due critici, che hanno comuni radici husserliane, saranno presto
dimenticati; e continueranno a esserlo anche verso la fine degli
anni ottanta e l'inizio dei novanta, quando la fenomenologia, attraverso
il decostruttivismo, ritornerà di gran moda. Oggi, a distanza
di tempo, e con apparati concettuali resi più solidi dalla
metabolizzazione sia delle ricerche linguistiche che della fenomenologia,
può essere, invece, giunto il momento di rifare i conti con
il loro pensiero.
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