124 In questo numero di 124 il tentativo è quello di indagare il sistema città, non soltanto come insieme di relazioni e come organismo in continua evoluzione, ma anche come tessuto sul quale si va a collocare l’architettura. Ci troviamo così di fronte a due realtà apparentemente molte distinte tra loro e spesso definite da qualcuno come “città”, quella storica, e non città l’altra.
Qual è il suo punto di vista in merito?
LPP E’ un errore concettuale considerare il centro storico come un’entità a parte da conservare. Si basa sul presupposto errato che la storia venga segnata da una cesura che divide l’antico e il moderno. Cioè il centro storico dalla periferia. Cederna o Insolera, infatti, sostengono che oggi non possiamo intervenire nella città storica perché il modo in cui il contemporaneo si pone rispetto all’architettura è totalmente mutato. La storia, però, da sempre e' stata segnata da discontinuità. Basta pensare a Michelangelo quando interviene nel Campidoglio, oppure al Borromini che trasforma la basilica di san Giovanni in Laterano, oppure agli architetti dell’Ottocento e del primo Novecento e ai loro sventramenti alla Hausmann. Inoltre non è vero che l’architettura contemporanea sia a-storica e quindi relegabile in un universo a parte. Solo per citare due casi: a Parigi hanno proposto con successo segni contemporanei anche abbastanza forti, ad Amsterdam hanno operato magnificamente. Città, queste, che mi sembrano tanto delicate quanto quelle italiane dove, prima che arrivassero queste teorie sciagurate, si interveniva attivamente. Adesso, uno Scarpa o un Albini sarebbero sicuramente boicottati e messi in condizione di non operare perché, col passare del tempo, una visione sempre più conservativa, sempre più rigida rispetto la contemporaneità, ha preso il sopravvento. Avete presente la mummia di Lenin che hanno messo nella Piazza Rossa? La mummia, è un corpo che apparentemente si conserva, ma al suo interno cela ben altro. Ecco, lo stesso avviene nei centri storici, dove rimangono inalterate le apparenze ma cambiano le funzioni e la spazialità. Lo spazio dei centri storici che si vuole conservare integro è, in realtà, il meno integro di tutti perché viene continuamente adattato, modificato, torturato e saccheggiato secondo le esigenze di chi lo abita, esattamente come accade dentro il corpo della mummia del signor Lenin. Ne viene fuori una sorta di macabra Disneyland. Pensate allo spazio urbano: la pianta del Nolli , che nel 700 lo evidenziava, indicava le strade, organizzate in un certo modo, e l’interno degli edifici pubblici come le chiese. Gli edifici civili erano, invece, campiti per evidenziare il fatto che non avevano a che vedere più di tanto con spazio collettivo. Se oggi dovessimo fare una pianta del centro storico con gli stessi criteri del Nolli non metteremmo le chiese e gli altri edifici pubblici. Sarebbero, invece, da considerarsi più rappresentativi i negozi che cercano in ogni modo di abbattere la cesura esistente nei confronti delle strade. Controprova che la mummia sta subendo delle trasformazioni profonde. Basta guardare, del resto, come certe strade siano totalmente turisticizzate. Confrontando due fotografie, una dell’Ottocento e l’altra del Novecento, ci si accorge di una finta similitudine tra ciò che era la città storica e ciò che e' attualmente. Non voglio certo dire che occorre abbattere tutto. Ma serve un approccio più intelligente, più dinamico, anche in virtù del fatto che non tutta l’architettura presente nel cosiddetto centro storico è di qualità. Infine vorrei aggiungere che i problemi delle zone centrali si riversano spesso all’esterno dimostrando ancora una volta quanto sia sciagurata l’ipotesi che da una parte esista la città storica e, dall’altra, il resto della città.
124 Considerando gli edifici che formano l’immagine delle nostre città potremmo definirli come dei sopravissuti. Su ciò che ne è rimasto, laddove non ha inciso il logorio del tempo, forse sono intervenute delle valutazioni estetiche tenendo conto che un’opera architettonica è anche resa concreta di una volontà formale. Valutare un edificio solo in base al proprio valore storico non conduce ad un conservatorismo estremo con la conseguenza di occupare spazi urbani che potrebbero essere luogo di nuove volontà progettuali?
LPP Bisogna passare alla controffensiva e individuare edifici che possano essere abbattuti, anche perché recuperare edifici di scarso valore porta ad un aumento dei costi aggravato dallo scatenamento delle fantasie più perverse delle Sovrintendenze. Vi faccio l’ esempio dell’Acquario romano recuperato per la Casa dell’Architettura. All’interno hanno ripreso, non so con quale esborso economico, alcune decorazioni, non ricordo se di fine Ottocento o dei primi del Novecento, di valore non poi così sublime - sarebbe stato sufficiente lasciarne una striscia -, per alcune delle quali addirittura non erano noti i pattern originali. Così hanno dovuto inventarli non so in base a quali criteri. Se avessero ridipinto tutto di bianco sarebbe stato meglio. Hanno addirittura messo una moquette per proteggere il mosaico sulla pavimentazione, anche questo di non grande valore: come se fosse tabù riparare eventuali rotture provocate dall’uso Pare, tra l’altro, che questa moquette faccia saltare le tessere del mosaico e sia pure dannosa. Cose pazzesche. Ed e' ancora peggio quando questa follia conservativa arriva a vietare l’uso dei manufatti con la politica delle cancellate che chiudono i monumenti e li isolano come in uno zoo. Volevano rinchiudere anche il Pantheon: cosa temevano, che la gente potesse rovinare i quattro muretti nei quali in genere si siede? E’ un atteggiamento sciocco e feticista. Infine, mi chiedo, per quale motivo occorre recuperare a tutti i costi edifici non idonei ai nuovi usi? Se andate all’Acquario vi accorgerete che c’è una pessima acustica e solo adesso stanno risolvendo il problema del freddo. Altro esempio: il Museo nazionale romano, un edificio vicino alla stazione Termini, si poteva benissimo abbattere – era il vecchio Massimo, un palazzo di gusto eclettico come tanti – e farci un’opera moderna e importante dal punto di vista museografico. E, invece, l’hanno voluto recuperare con un restauro durato quasi dieci anni. Quanto sono brutti questi recuperi! Tanto più che le nostre Soprintendenze dedicano risorse infinite per il restauro, ma poi si dimenticano sempre di qualcosa, come per esempio la scala di sicurezza, che viene aggiunta posticcia. Altro esempio ancora: il palazzo delle Esposizioni a Roma. Hanno costretto il povero Paolo Desideri e il suo studio ABDR a rifare disegni per la Serra Piacentini secondo un modello originale di cui non si aveva sufficiente documentazione. E vogliamo parlare del restauro del San Michele, l’edificio che attualmente ospita il ministero delle Belle Arti? All’interno una sala congressi pessima (Sala del Ventaglio): Perché? Perchè si è voluto conservare un oggetto che non era stato pensato per quelle esigenze, che possedeva caratteristiche funzionali diverse. Non dico che il San Michele non meritasse di essere tutelato, ma sicuramente occorreva un intervento più energico. Un ultimo aneddoto. Un progettista di mia conoscenza mi raccontava di una sua proposta per la riqualificazione di una piazza cittadina. Le aste delle ringhiere erano disegnate secondo una trama orizzontale. la Sovrintendenza gli ha obiettato: “Come? Le ringhiere orizzontali? Qui siamo in montagna, mica al mare…vanno verticali!”. Ragionamento totalmente illogico! Allora, dico io, in collina vanno a quarantacinque gradi?!
124 Sostanzialmente è con le figure della sovrintendenza e dell’opinione pubblica che un progetto di intervento su tessuto storico necessita di confrontarsi. Non è inusuale osservare una situazione di conflitto in cui le prime vengono accusate di non avere una giusta predisposizione al nuovo, mentre il secondo è indicato come eccesso di segni spesso gratuiti.
Chi secondo lei deve maggiormente fare un passo indietro per giungere ad un equilibrio?
LPP Più il tessuto è di qualità più l'intervento deve essere attento. Troppe volte gli architetti danno pessima prova: per esempio quando ridisegnano le piazze. Il risultato? Pacchianate orribili. Sembra che sia l'ultima loro spiaggia della nevrosi del disegno: cominciano a elaborare pattern e motivi scombinati quando la soluzione più ovvia sarebbe invece quella di una pavimentazione semplice e continua. Detto questo, occorre sottolineare che gli interventi di alta qualità difficilmente possono essere progettati dagli uffici tecnici comunali, né dal primo progettista che passa e che assume l'incarico per ragioni clientelari. I buoni progetti possono nascere solo dal confronto tra i migliori architetti italiani e stranieri. Aggiungo: attenzione, molte volte un buon intervento non deve necessariamente mettere ma piuttosto togliere. Non si può pensare che la contemporaneità significhi ad ogni costo realizzare cento Beaubourg dentro i centri storici. Anche se, in certe circostanze - e il Beaubourg lo ha ben dimostrato così come Peter Cook a Graz - un intervento particolarmente coraggioso, ma fatto da architetti che hanno controllo della qualità progettuale, è una acquisizione sicuramente positiva. Quando ci sono problemi di dialogo con le preesistenze, però, non è detto che la logica debba essere sempre a-contestuale, progettando astronavi che si fanno notare per se stesse ma che poi non riescono a inserirsi. Un altro problema è quello dell'arredo urbano, quasi sempre in stile finto Ottocento. Non e' così che si tutela la storia. Del resto coloro che sostengono di amarla spesso non la conoscono o non la capiscono affatto. Prendiamo piazza Navona: c'è stata recentemente una polemica infinita se eliminare o meno un piccolo marciapiede. Ma nessuno si è accorto dei lampioni finto Ottocento che coronano la piazza e sono orribili: il genio che li ha progettati ne ha addirittura posizionati due in asse con le tre fontane del Bernini. Assurdo! Chi entra nella piazza dal lato di Campo dei Fiori vede come prima cosa non la sequenza delle fontane bensì un palo illuminato. Sostituire questi lampioni con alcuni moderni non cambierebbe di molto la situazione. Forse la soluzione migliore in questo caso sarebbe quella di rendere la luce presente ma nascondendone la fonte.
124 Il progetto architettonico e urbano generano un’immagine più o meno nitida della città contemporanea.
Questa immagine è il messaggio che i futuri critici vorranno decifrare e di nuovo perpetuare, così come oggi la conservazione propone. Forse i progettisti contemporanei stanno lasciando un’eredità deludente per il futuro?
LPP La colpa è delle Sovrintendenze, degli ambientalisti e dell’opinione pubblica che non è educata alla contemporaneità. Qualsiasi intervento trasformativo è subito bloccato da chi si sente tranquillizzato dal feticcio antico. Basta guardare come le persone arredano le proprie case: la televisione nascosta nel mobile del soggiorno, il computer si cerca di non farlo vedere, il ritratto della nonna e l’orrido paralume con i pizzi però si mette in evidenza. Anche Ciampi quando fa il discorso alla nazione si siede in un apparto scenografico fatto di anticaglie.
124 Forse è il caso che i progettisti assumano un comportamento più virtuoso, fronteggiando con più vigore i ‘soprusi’ delle Sovrintendenze?
LPP Ma cosa possono fare gli architetti? I progetti sono bloccati da soprintendenti che, a volte, non avrebbero nemmeno l’autorità per farlo, intervenendo su aspetti non di propria competenza. Il progettista, per difendere il proprio lavoro, dovrebbe affrontare una lotta che può durare anche anni. E i clienti, che vogliono chiudere tutto in fretta, certamente non lo spalleggiano. Se vuole lavorare, gli conviene cedere e accettare, senza troppo discutere, ciò che gli viene imposto.
124 È un orizzonte un po’ grigio…
LPP Certo che è un orizzonte grigio. La colpa è dell’orizzonte normativo e del potere di vincolo che hanno le sovrintendenze. Sono pochi i progettisti che, come Luisa Fontana, non si fanno mettere i piedi in testa. La soprintendenza le aveva bloccato un progetto di ampliamento dei Bagni pubblici a Thiene in cui il suo intervento occupava con una forma contemporanea una parte non vincolata. Lei, tuttavia, non si è fatta piegare, ha fatto ricorso, scatenando un putiferio, ha interessato il Ministro e le istituzioni centrali e, alla fine, hanno vinto le sue ragioni. Non si può pensare, però, che ogni progetto in cui e' coinvolta la sovrintendenza diventi un simile calvario perché è chiaro che, a quel punto, i più cedono. E sono sicuro che a Luisa, in un modo o nell’altro, gliela faranno pagare. Comunque, io credo che dietro a tutto questo ci sia un problema molto più complesso che occorre mettere in evidenza. Noi abbiamo un modello di sviluppo basato fortemente sul turismo e, si sa, i turisti si accontentano degli stereotipi: se voi andate a Venezia, potete vedere flotte di giapponesi che, messe sulle gondole, si sentono cantare O sole mio: nulla di più osceno, però i giapponesi non se ne accorgono e pagano la pessima prestazione con Yen sonanti. L’importante è che si suoni O sole mio e non del rock che invece si aspetterebbero a Londra. Mantenere una immagine falsificata dei centri storici e', quindi, funzionale ad un modello di sviluppo economico fortemente radicato e remunerativo. Per fortuna, qualcosa sta cambiando: mentre nel passato, negli anni Cinquanta - Sessanta, l’Italia del finto antico era il paese con il maggior flusso turistico, ora nazioni come Francia e Spagna - in cui si è intervenuto con maggiore intelligenza nel ridisegno delle città per adeguarle alle esigenze funzionali della contemporaneità - riportano un livello superiore di presenze. Infatti, si è capito che i turisti non vengono nelle città solo per vedere cadaveri mummificati, ma vogliono trovare anche una serie di strutture che facilitino la loro permanenza. Pensate a che cosa meravigliosa hanno fatto i francesi costruendo a Parigi le grandi opere. Tra queste spicca il grande Louvre ottenuto liberando l’ edificio da altri da usi incongrui. Insieme alla piramide di cristallo, hanno realizzato piani su piani di parcheggio, servizi, attività commerciali e consentito un afflusso di persone che altrimenti avrebbero fatto file interminabili. Insomma: hanno reso moderno il museo mettendolo in grado di resistere all’afflusso di un turismo di massa. Un grande rinnovamento e' avvento anche a Barcellona, una città che si è trasformata completamente, ha rivisto il suo rapporto con il mare, ha costruito bellissimi edifici contemporanei dentro il tessuto storico, capendo però che non si doveva soltanto puntare sul centro storico ma si doveva ampliare la zona destinata al turismo, recuperando una serie di zone urbane entro le quali si potevano collocare fatti nuovi ed interessanti, come il recente edificio di Herzog & de Meuron.
124 Più volte ha accennato ad un problema di matrice culturale nell’ accettazione del nuovo,cosa che, come abbiamo visto, non è presente in paesi come Spagna, Francia o Inghilterra. Come se lo spiega?
LPP Perché non abbiamo la cultura del contemporaneo. D’altra parte, voi quanto studiate architettura contemporanea nelle vostre facoltà? Poco, quasi niente. Solo adesso si è capito che bisogna cominciare con lo studio dell’attualità e del recente passato per poi passare a al passato più remoto, e non viceversa come prima si faceva. Inoltre il novanta per cento dei critici di architettura e il novantotto per cento degli storici sono di matrice tradizionalista, se non reazionaria. C’è tutto un panorama culturale che va modificato, non è cosa semplice. Il rifiuto e' dentro le sovrintendenze, è dentro l’opinione pubblica, è dentro le facoltà di architettura. Oggi chi si propone di intervenire in maniera innovativa deve subire mille veti. Occorre allora lavorare sull’onda lunga, puntando innanzitutto sull’educazione delle giovani generazioni, sull’intelligenza e persuasività delle argomentazioni.
124 Osservando i nostri centri storici non si può fare a meno di notare la fantastica capacità di invecchiare dell’architettura del passato; questa è molto spesso una capacità che manca al progetto contemporaneo . Il problema del cattivo invecchiamento è però un punto molto importante in quanto investe l’immagine della città e contribuisce a creare un’opinione verso il nuovo.
Cosa ne pensa?
LPP In Italia c’e' l’ idea che quando si realizza una costruzione questa debba durare nei secoli. Ad esempio, a Bologna c’è stato il caso delle ‘gocce’ di Cucinella: era un buon progetto, ma non straordinario, anche se era molto intelligente il recupero di spazi sotterranei, prima totalmente degradati. Bastava avere un po’ di buonsenso e convincersi ad usare l’opera per dieci, quindici anni e poi eventualmente sostituirla. La convinzione che quando si fa una cosa questa sia per sempre mi sembra una vera follia.
124 L’intervento nel panorama italiano non è quello francese, quindi lei dice ‘..ok, se produciamo un relitto, tra dieci anni lo cambiamo!’. Però sappiamo che in Italia non è così per tanti motivi..
LPP Per questo io dico che gli interventi più sono delicati meno devono essere affidati al primo venuto.
124 A tal proposito: un esempio positivo e uno negativo di architettura contemporanea in centro storico..?
LPP Per esempio la Royal Academy of Arts di Londra: Foster ha fatto un lavoro eccellente. All’estero si trovano un milione di questi buoni interventi.
124 In Italia?
LPP In Italia pochi…se io devo pensare, non riesco a ricordare lavori memorabili oltre gli anni Cinquanta Sessanta. Forse, a pensarci bene, l’ottimo intervento al museo di Rivoli. Ripeto: se oggi Scarpa o Albini o Rogers – per citare progettisti che dopotutto avevano un approccio tradizionalista verso l’architettura – proponessero i loro interventi non glieli farebbero mai e poi mai fare. Pensate alla Torre Velasca - un’opera che a me non piace un granché - nel centro di Milano: oggi sarebbe possibile farne una simile? E il museo di Castelvecchio di Scarpa…andresti subito in galera se ti venisse in mente di realizzare a Verona una cosa del genere. Il Museo del Duomo di Albini, quello a Genova…ti impalerebbero… Sovrintendenti, opinione pubblica …si incatenerebbero là ai pilastri del Duomo per non farti entrare nel sacro reperto storico! Anche una opera moscia come la casa alle Zattere di Gardella, sono sicuro che oggi avrebbe dei problemi ad essere approvata e realizzata. E stiamo parlando di edifici, tutto sommato, molto contestuali.
124 Ci piacerebbe ritornare un attimo sulla politica dello spazio urbano. In effetti, se in Italia manca una politica efficace sull’architettura contemporanea, non si può certo dire che il modo di rapportarsi al progetto propriamente urbano, quello della piazza, sia diverso. E questo è un punto piuttosto dolente sia perché la piazza è un elemento importante della cultura italiana – forse anche da reinterpretare – sia perché rappresenta il sub-strato sul quale nasce l’opera architettonica (interrompe bruscamente )…
LPP Oggi sono cambiate le modalità attraverso cui le persone fruiscono dello spazio pubblico. L’ostinazione a progettare piazze un po’ come si facevano un tempo e' un errore. Nelle piazze dei paesi della Sicilia, per esempio, si riunivano gli uomini e non le donne. La mattina si svolgevano attività quali arruolare i braccianti a giornata e la sera si discuteva di politica e di affari. Tutta la vita lavorativa ruotava intorno allo spazio pubblico. Adesso le condizioni sono cambiate. Cosa significa? Non pensare più alla piazza? No di certo. Bisogna però capire che oggi ci sono modalità diverse di incontro. C’è stato un processo di interiorizzazione e anche di privatizzazione dello spazio pubblico che ci costringe a pensare nuovi modelli, non più alla sola immagine, all’archetipo magari di sapore metafisico della piazza italiana. Per esempio, Anselmi realizza a Fiumicino una sorta di piazza inclinata, una pura immagine, senza inserirvi attività alcuna. Ma non ha vita. Una delle lezioni fondamentali dell’architettura contemporanea e', invece, che sono gli eventi a generare i luoghi e non viceversa. Piazza Navona, e' popolatissima perché ci sono bar - anche troppi forse! Prendete invece piazza del Popolo: e' una spianata bella ma sostanzialmente vuota che si riempie solo durante le manifestazioni. Se poi vengono innestati dei percorsi urbani, la piazza diviene parte di un sistema più complesso, un sistema urbano che per funzionare deve sapere a chi e' rivolto e da chi viene utilizzato.
124 Certo, il progetto però, inteso anche come segno, può essere un supporto molto importante per una maggior integrazione del nuovo..
LPP Non è tanto questione dei segni, ma delle attività che ci si svolgono. Era il discorso che facevo a proposito del Louvre: che là ci sia un piramide o una palla poco cambierebbe. E poi, a volte, alcuni segni vengono ri-contestualizzati dagli utenti. Non so se avete visto a Barcellona il museo di Meier. C’è un piano inclinato pensato soprattutto come un segno estetico, pura immagine. Invece, i ragazzi ci giocano contro a pallone e ci vanno con i pattini e le tavole. Alcuni segni, per fortuna, scappano di mano al progettista e i cittadini li re-interpretano.
124 Significa che a suo avviso non esistono delle linee progettuali da seguire?
LPP Non esistono regole, solo dei criteri di larga massima. Dettati dall’esperienza, dall’osservazione. Per esempio: io non amo gli interventi troppo evidenti. Marcello Guido ha realizzato un progetto a Cosenza molto forte, fatto di lastre di vetro…visto nelle fotografie e' un’opera che un po’ sciocca. Visitato di persona, appare però convincente. La zona era completamente degradata, Guido ha risolto molto bene un problema di dislivelli della piazza, e le vetrate, anche se figurativamente aggressive, permettono di tutelare le rovine che divengono visibili a chi vi passeggia sopra. Il contesto, oltretutto, era degradato e poco significativo. Occorreva un segno deciso e Guido l’ha giustamente proposto e attuato. Se però si interviene con la stessa energia, che ne so, al Foro e' criminale, perché il contesto è diverso. Insomma: a volte certe cose si possono fare, altre volte bisogna prestare maggiore attenzione, altre volte non si possono proprio fare. Vi e' infine un problema di manutenzione. Gli interventi più sono complessi più necessitano di manutenzione. Sono convinto che se il Beaubourg non avesse avuto la costosa manutenzione che ha avuto, dopo un po’ di tempo sarebbe stato un pessimo relitto.
124 Come probabilmente la torre Eiffel non si reggerebbe più in piedi !?
LPP Molti progetti vanno pensati non solo in relazione alla loro durata nel tempo, ma anche rispetto a come nel tempo possono essere mantenuti.
124 Parlando di quella che è l’analisi del tessuto storico, in Italia abbiamo un patrimonio molto forte alle spalle…
LPP Alludete alle analisi di Caniggia? A me lasciano perplesso. L’analisi urbana concepita tipologicamente…a che cosa ha portato? Alla sede della DC a Roma! A Bologna avete visto gli edifici che ha fatto Muratori? Sono molto mediocri! La giustezza di un metodo la vedi da ciò che produce.
124 In verità non mi riferivo a Caniggia, ma piuttosto alla possibilità di osservare e
re-interpretare la città storica
LPP Intanto ci sono tante ‘città storiche’: c’è quella medievale, quella rinascimentale, quella barocca… La storia è complessa e non riducibile a stereotipi. Io insegno storia. Se faccio questi discorsi è proprio perché ho un grandissimo amore per la storia, e soffro nel vederla deturpata e male interpretata. Dalla storia si impara molto. Però, bisogna anche saperla leggere. E allora ci si accorge che non è vero che le città medievali o rinascimentali erano poi così belle, pulite e ordinate. Erano devastate da mille problemi. A Roma non si dormiva la notte per i carri e gli abitanti buttavano il contenuto dei pitali dalla finestra, direttamente sulla strada. La città è sempre stata un luogo conflittuale dove si sono scontrate e mediate ipotesi di spazio e di potere tra loro alternative. L’idea della città come ‘opera d’arte’ non mi convince. Sarebbe, invece, interessante fare delle piante che evidenzino come le persone nelle varie ore del giorno determino dei flussi piuttosto che altri, come usino lo spazio in certi modi piuttosto che in altri…ne verrebbero fuori tante sorprese, molte più che dalle analisi storiche, della cellula tipo di sei metri di Caniggia che si ripete all’infinito…Inoltre occorre sottolineare che con il progetto si compie sempre un salto nell’ignoto. Nel momento in cui si propone un qualsiasi manufatto, soprattutto alla scala urbana, non si sa mai quale ne sarà l’uso. E poi, come accennavo, le persone utilizzano i luoghi anche secondo modalità che il progettista non riesce a immaginare. Però, e' anche vero che il bravo architetto riesce ad intuire che alcune proposte possono funzionare, mentre altre no. Per esempio: qua vicino c’è piazza Mazzini. Caratterizzata, da una grande e monumentale vasca al centro e contornata da sedili e alberi, è diventata presto una enorme rotatoria perché su di essa converge il traffico del quartiere. Dal punto di vista del disegno, è una pregevole opera del primo Novecento. Ma essendo poco agibile, vi confesso che sino a qualche mese addietro nella zona centrale dove e' la vasca non ci ero mai andato a sedermi o a passeggiare. E credo che pochi lo abbiano fatto, visto lo stato crescente di degrado del luogo; ma un bravo progettista l’avrebbe dovuto subito intuire: era chiaro che il traffico della rotatoria avrebbe generato una barriera. Adesso il Comune sta cercando di ovviare mettendoci un mercatino, cioè un attrattore più forte della barriera. La forma e' rimasta la stessa, ma la funzione no. E difatti sembra che funzioni: non sono pochi i cittadini che, attratti dal mercatino, oggi varcano la barriera.
Intervista rilasciata alla rivista studentesca 124