home
 
imm da fare

Ma come sta l’architettura italiana?

Mai come in questo periodo gli architetti italiani sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Si sentono trascurati all’estero e in Italia vedono sfumare la possibilità di ottenere lavori di rilievo. I progettisti stranieri soffiano loro la gran parte degli incarichi dell’Alta velocità, i grandi progetti di trasformazione urbana, le opere simbolo quali la ricostruzione della teca dell’Ara Pacis a Roma, le commesse dei grandi stilisti dell’Italian Style: Armani e Benetton chiamano Tadao Ando, Prada Rem Koolhaas. L’ultimo colpo è stato inferto dal progetto per l’ex fiera di Milano, vinto dai tre grattacieli del gruppo Libeskind, Isozaki, Hadid e Maggiora e dal concorso per la nuova sede della regione Lombardia, vinto dal gruppo Pei Coob Fred e Caputo. Vittorio Gregotti è insorto tacciando le amministrazioni di “superficiale snobismo che deriva, in generale, dalla scarsa competenza specifica di chi sceglie”. Fulvio Irace, dalle stesse pagine di Abitare di luglio-agosto 2004, scarica parte della colpa sulla “tradizionale esterofilia che segna il provincialismo di chi vorrebbe guadagnare il tempo perduto buttandosi a capofitto in avanti”. Francesco Dal Co, nell’editoriale del numero 741 di Casabella, allude a una committenza che preferisce cercare il risultato già sicuro piuttosto che “puntare su creatività e innovazione”. A testimoniare un crescente stato di frustrazione, i numerosi convegni e incontri – l’ultimo a Maggio a Firenze sponsorizzato da Casabella con, tra gli altri, Cellini, Anselmi, Purini, Natalini - dedicati allo scivoloso tema dell’identità che si vorrebbe contrapporre al globalismo senza radici del circo dello Star System. In un coro che, con molte sfumature e distinguo, coinvolge sia gli ultra tradizionalisti che, proclamano ritorni alla mediterraneità e alla tradizione classica, sia i più moderati che propongono di guardare con attenzione a modelli quali quelli spagnolo, che hanno coniugato l’apertura alla contemporaneità con la conservazione di una tradizione disciplinare che si è sviluppata con graduale continuità anche attraverso il franchismo. In questa luce sembrano muoversi anche le iniziative del Darc, l’organismo ministeriale che dovrebbe soprintendere ai destini dell’architettura italiana. Con una mostra dedicata a Sandro Anselmi, un progettista cautamente aperto all’innovazione, e, subito dopo, con un omaggio a Aldo Rossi, l’ultimo architetto tradizionalista italiano che abbia avuto successo internazionale.
Se questo è il panorama non possiamo che rimanere delusi. Dubito che lo strapotere dello star system si possa controbattere con la testa rivolta al passato. Mi chiedo che senso abbia, in un’epoca dove le identità si mischiano, dove si vola con cinque euro a Parigi e a Londra, dove si nasce in Sicilia, si studia a Milano, ci si specializza a New York, e si lavora magari in Cina, ancorarsi a un concetto così vago come quello delle proprie radici. Mentre, mi sembrano molto più interessanti tutte quelle linee di ricerca che lavorano proprio sulla sovrapposizione e scontro delle culture che oramai si accavallano sia in verticale su una stessa area geografica sia in orizzontale, lungo il corso della nostra esistenza.
Se è vero che molte istituzioni si stanno ripiegando su se stesse, piangendosi addosso e frenando di fatto la ricerca e la sperimentazione, è anche vero, però, che mai come oggi si intravede una pluralità di giovani talenti, meritevoli di venire alla ribalta. Si sono formati all’estero o sulle pubblicazioni straniere, hanno studiato quanto di meglio si sta facendo in Europa, non hanno paura a confrontarsi con i loro colleghi d’oltralpe. Qualche esempio per tutti. Cucinella con la sua intelligente architettura bioclimatica riesce a coniugare ricerca estetica e ecologica e sta realizzando in Cina una facoltà di studi ambientali nell’università di Tsinghua a Pechino. Il gruppo Labics ha recentemente ottenuto la copertina della rivista americana Architectural Record ed è stato segnalato tra i dodici studi “di avanguardia” più interessanti sulla scena mondiale. Ian+ e Metrogramma sono apprezzati in Francia dove vengono coinvolti nelle mostre sperimentali del FRAC di Orleans. Con loro, decine di altri gruppi operanti tra il Nord e il Sud. Solo per citarne alcuni e sicuro di far torto a molti altri che egualmente meriterebbero una menzione: Ud’a di Torino; Nemesi, T studio, King e Roselli di Roma; +Arch di Milano; Maria Giuseppina Grasso Cannizzo a Vittoria; Claudio Lucchesi a Messina; Giovanni Vaccarini a Pesaro; Fabrizio Leoni a Cagliari.
Una nota di speranza viene poi dalle riviste di architettura. La Domus di Stefano Boeri rappresenta a mio avviso un intelligente ponte con l’Europa. L’Arca ospita in ogni numero numerosi progetti sperimentali. Spazio Architettura indaga tra i giovani. E anche le riviste più caute, quali la stessa Casabella, hanno capito che se vogliono sopravvivere in un mondo in rapida trasformazione non possono esorcizzarlo. Da qui, forse, il risalto dato all’ultimo progetto di Koolhaas, la biblioteca di Seattle, al quale la rivista ha dedicato il sevizio d’apertura e ben 18 pagine, sia pur introdotte da un imbarazzato commento del direttore. Insomma, se esistono motivi di preoccupazione, non mancano segni di speranza. E a questi credo che dobbiamo aggrapparci se vogliamo vedere l’Italia finalmente ritornare sulla scena internazionale.

Apparso su Il Nuovo cantiere, ottobre 2004

 

testo