Permettetemi, prima di affrontare il tema che mi è stato assegnato – la somiglianza nel digitale - di fare una premessa, quasi una dichiarazione di principio, al fine di chiarire meglio il mio pensiero e non essere poi travisato. Amo la civiltà e la cultura contemporanea. Non saprei pensare a un periodo storico migliore dell'attuale. Non perché questo sia, in assoluto, felice -tutt'altro- ma perché vedo il passato con maggior paura e sospetto e, comunque, come un calderone di problemi che, per fortuna, abbiamo, almeno in parte, superato. Mi dissocio per principio da coloro che hanno paura della globalizzazione e sostengono che oggi stiamo perdendo gusto per diversità che in altri tempi ci avrebbero così tanto arricchito. Noto che coloro che accusano la civiltà moderna di omologazione – e tra questi anche personaggi non minori: penso a Jean Baudrillard, Emanuele Severino, Massimo Cacciari, Paul Virilio, per non parlare di quel velenoso libro che è Impero di Hardt e Negri – poi la accusano anche del suo opposto. Ma come si fa a essere colpevolizzati insieme per eccessivo individualismo e per ultra omologazione?
La tesi, che cercherò di argomentare è questa: mai si è tanto accettata e propugnata la diversità quanto oggi perché la globalizzazione e il digitale sono, pur entro certi limiti, strumenti di differenziazione, non di egualitarismo.
Certo nelle epoche precedenti c'erano numerosi e contrastanti paradigmi: la civiltà cinese antica era altra da quella romana e queste dalle culture africane o indiane. Tutte convivevano sulla faccia della terra e, praticamente, si ignoravano: hic sunt leones. Erano poi così diverse? Gli studi di antropologia mostrano che non poche credenze e valori le accomunavano e che scambi e influenze imitative sono maggiori di quelle che vogliamo credere. In ogni caso, all'interno di ciascuna civiltà valeva il principio del conformismo, della ripetizione sempre uguale di regole di comportamento e principi organizzativi, compresi quelli miranti alla costituzione della forma. I templi si diffondono pressoché identici per la Grecia e magna Grecia. Le cattedrali gotiche rispondono in tutta Europa a alcune formule base. I pavimenti cosmateschi sono riprodotti all'infinito e all'interno di un limitato repertorio formale. Idem per le abitazioni ,come hanno a suo tempo dimostrato – forzando certo la mano, ma per motivi opposti ai miei- gli studi di Saverio Muratori e Gianfranco Caniggia. Non parliamo del'artigianato con ripetizioni di tecniche e forme che sfidano i secoli e, a volte, i millenni. In tutte le civiltà antiche, inoltre, il comportamento realmente creativo, cioè che mette in crisi le formule precedenti, è spesso considerato un crimine. Anche nella cultura occidentale, di gran lunga la più aperta alla novità, l'artista e l'intellettuale sono pur sempre devianti, personaggi eccentrici. Da Socrate a Giordano Bruno a Galileo Galilei il pensiero innovativo è mortificato da cicute, roghi, autodafè di ogni genere. Per non parlare dei gusti sessuali e delle differenze di colore con i quali si è cominciato a ragionare, in termini di accettazione e valorizzazione, solo da una quarantina d'anni a questa parte. Martin Luter King, John F. Kennedy, il Gay Pride sono episodi che risalgono alle pagine recentissime della nostra storia. Tutti i tradizionalisti e gli heidegeriani dell'ultima ora, che sperano in un dio che li salvi dalla tecnica, rimpiangono un passato che mitizzano, che non è mai esistito, e che, a pensarci bene, è una benedizione che ce lo siamo lasciato alle spalle. La storia, diceva giustamente il professor Zevi, la rimpiangono solo coloro che non la conoscono.
Certo, se l'antichità – mi si perdoni qualche semplificazione – è poliparadigmatica, la società contemporanea tende a essere monoparadigmatica, cioè a inglobare tutti i diversi nella condivisione di poche e generali regole comuni. Ma questi precetti – il cui primo è l'accettazione, sia pur problematica, dell'altro- sono talmente astratti e tolleranti da favorire un processo costante di critica e continua ridefinizione delle conoscenze e dei comportamenti. La nostra civiltà è l'unica, infatti, a pagare gli intellettuali per mettere in crisi le concezioni dominanti, non per avallarle, così come facevano e fanno la gran parte delle culture tradizionali. Senza questa funzione strutturalmente critica di coloro che elaborano il pensiero non si dà civiltà contemporanea. O, almeno, nessuna civiltà nella quale chi scrive è capace di riconoscersi. Si osservi per controprova tutta la filosofia della scienza da Poincaré a Kuhn, da Ayer a Popper, da Carnap a Feyerabend e si vedrà come la cultura del novecento è pensiero della crisi continua, del rifiuto dell'identità con il già pensato, dell'apertura alla alterità.
Di una alterità che non distrugge l'identità precedente, ma la riorganizza in un processo di crescita continua, anche se non lineare, della conoscenza. Motivo per il quale i programmi si evolvono, le tecniche si affinano anche in presenza di radicali sommovimenti paradigmatici. Paul Feyerabend, il grande filosofo della scienza scomparso nel 1994, ha affrontato questo tema nel libro, uscito postumo, Conquest of Abundance. A Tale of Abstraction versus the Richness of Being ..
Ritorniamo alla cultura di tutti i giorni. Se i comportamenti tendono a uniformarsi, lo sono in una logica evolutiva con un processo caratterizzato da tre fenomeni:
• la diffusione dell'innovazione che a partire da una elite guida si riversa verso la base. Avviene con le mode, il comportamento sociale, l'arte ma con tempi diversi: nelle mode è di pochi mesi, in arte ci sono voluti anni per accettare le tele di Picasso o i divani di Le Corbusier;
• l'abitudine a standard crescenti, di comfort, di velocità, di benessere. Si osservi come oggi non riusciamo più a guidare automobili di quaranta anni fa, usare una macchina da scrivere, stare dietro a un computer rudimentale;
• la creazione di un mercato di massa, con regole proprie che non possono essere quelle dei piccoli numeri: supermercati, centri commerciali, aeroporti, musei vanno dietro a queste esigenze. Per fortuna, ma non senza nuovi problemi.
E' facile, di contro, ricordare l'invasione dei borgatari nel centro città la domenica, l'affollamento dei centri commerciali, i musei pieni di persone distratte, la televisione spazzatura. Ma le soluzioni non le possiamo certo cercare nelle logiche del passato, così come aveva già capito settanta anni fa quel genio che era Ortega y Gasset con un libro La ribellione delle masse , uscito nel 1930 ma per molti versi ancora oggi attuale.
Il digitale oggi ci propone nuove tecniche, nuovi strumenti per aiutarci a trovare un migliore rapporto con il luogo, con la persona, con il contesto. E' incredibile come un tema simile venga travisato, spesso non capito. Emilio Tadini, il pittore recentemente scomparso, ricordo che scrisse nel suo ultimo articolo pubblicato su Costruire che il Guggenheim era un edificio, tipico della nostra cultura contemporanea, atopico e insensibile alle diversità del contesto, mentre i templi greci erano proprio l'opposto. Questa strana idea non la pensava lui solo ma la condividono in molti. Eppure verrebbe da controbattere che il Guggenheim è un museo ritagliato proprio per quella città, per quel punto specifico, per quel tratto di fiume, per quel particolare incrocio con il ponte. Risponde a una logica compositiva tipicamente barocca e contestuale con ricordi del Fontana ( la torre-obelisco) del Bernini ( l'abbraccio alla città, la poetica dell'acqua), del Borromini (l'avvitamento verso l'alto). Se, invece, c'è un monumento totalmente e se vogliamo meravigliosamente estraneo al contesto, un'astronave scesa dall'Iperuranio, è proprio il tempio classico ripetuto sempre uguale e con minime varianti in contesti diversi.
Mi sono dilungato sul mondo fisico perché tutti i problemi che troviamo in questo sono presenti, tali e quali se non ingigantiti, nel digitale. Lo si descrive come il mondo della virtualità assoluta e lo si contrappone al mondo concreto, reale. Poi, dopo averne fatto questa caricatura, lo si accusa anch'esso di omologazione. Dimenticando che un mondo digitale non esiste – se non come eccezione- così come non esiste –se non come eccezione- quello reale: noi viviamo in un universo dove astrazione e realtà sono da sempre compresenti e miscelati in modo tale da non poterli facilmente separare ( su questo argomento ha riflettuto con particolare profondità il filosofo Maurizio Ferraris ma ci sono bellissime pagine anche di Carlo Giulio Argan quando affronta il tema dello spazio teorico e dello spazio empirico nell'arte dell'umanesimo). Telefonini, macchine digitali, videocamere, computer entrano nell'esperienza di tutti i giorni: quando guidiamo la macchina, quando entriamo in contatto con le altre persone, quando riceviamo notizie, quando le elaboriamo. E' ingeneroso pensare che tutti questi strumenti producano solo virtualità e identità: piuttosto potenziano le nostre capacità, liberano energie.
Se di omologazione si può parlare è solo in due sensi, entrambi in larga parte positivi:
• trattandosi di strumenti per comunicare presuppongono codici condivisi. Inoltre, più aumenta la comunicazione più i loro utenti tendono a costituire un gruppo il cui patrimonio comune è ciò che si scambiano mediante il processo comunicativo. E' un po' come un matrimonio: due persone vivono per trenta anni insieme e alla fine si assomigliano. Alcuni filosofi quali Pierre Lévy e Freeman Dyson hanno in proposito intravisto il sorgere di una nuova intelligenza collettiva. Non è impensabile, infatti, che in futuro le menti lavoreranno in stretta collaborazione, quasi in simbiosi, per produrre risultati che non possono essere ottenuti da una coscienza singola, con una ridefinizione del concetto di individuo, almeno così come lo abbiamo pensato dal cogito di Cartesio in poi;
• i nostri pensieri tendono a strutturarsi in relazione al medium attraverso cui avviene la comunicazione. Marshall McLuhan ha estremizzato il concetto affermando che il Medium è il messaggio. Comunicare via sms o computer non è la stessa cosa che comunicare via tam tam o via lettera. Organizzare una presentazione su Power Point comporta un certo approccio –analitico, sistematico- ai problemi. Scrivere con word non è scrivere con la penna, se non altro perché il taglia e incolla è possibile sino a un certo punto. Ciò detto, non credo che in futuro il mondo si omologherà solo perché tutti useranno i programmi della Microsoft, anche se, comunque, la condivisione di regole porterà sicuramente a una qualche forma di comunanza. Perché, per esempio, saremo portati a ragionare per icone, a organizzare i pensieri come file, a catalogare secondo alcune consuetudini e non altre.
L'aspetto più interessante delle tecnologie informatiche è a mio avviso la de-spazializzazione permessa dalla trasformazione dei concetti in bit e dalla loro ubicazione in uno spazio, metaforico e a-topico, ma accessibile a tutti: il cosiddetto cyberspazio. Tralascio di analizzarlo per brevità e anche perché altri lo hanno fatto meglio di me, per esempio William J.Mitchell nel fondamentale e-topia (a mio avviso, più interessante del più famoso City of Bits ).
A cosa porterà l'introduzione nel mondo reale di questo non luogo? Francamente non lo so. Si tratta credo di un territorio ancora aperto alle scoperte, a scandagli creativi. Accenno solamente a tre cambiamenti importanti che ho notato. Il primo investe il rapporto critico-architetto, il secondo il modo di rendere pubblica la propria produzione, il terzo il modo di lavorare dei progettisti.
• Attraverso la posta elettronica e grazie all'enorme facilità di comunicazione che questa permette a costi contenuti si sono centuplicati gli scambi. Non esistono pressoché più barriere spaziali. Le notizie girano sempre più velocemente richiedendo una continua rielaborazione in tempo reale. Il critico si trasforma in un nodo della rete. Un acceleratore del messaggio. Che omologa perché rende disponibile a un gran numero di persone una lettura dei fatti ma nello stesso tempo stimola l'emergere di nuova creatività, cioè di nuova individualità.
• Viviamo in una rete e non più in un sistema di singoli canali non comunicanti, con la conseguenza che l'energia non può essere facilmente bloccata, erigendo una diga. Non è più possibile imprigionare l'informazione, comportarsi come facevano molti miei professori che la centellinavano, gestendola a scopo di puro potere e prestigio personale. Ricordo che mi fu passata come una grande concessione la pubblicazione su una rivista di terz'ordine di una immaginetta della mia tesi di laurea; oggi chiunque può mostrare il proprio pensiero, i propri progetti, by-passando in mille modi i binari morti. Conseguenza: più voci, più diversità, più dibattito ma anche maggior fatica a orientarsi.
• I progettisti cominciano a collaborare a distanza. Si sono creati gruppi di lavoro transnazionali, quali UFO e Ocean, composti da progettisti di vari paesi che risiedono ciascuno nella propria sede e comunicano tramite web, magari dopo essersi conosciuti in un master o in un corso di alti studi in qualche centro di eccellenza, come il Berlage o la Architectural Association. Se questo fenomeno proseguirà, l'Europa e il Mondo diventeranno ancora più piccoli, le esperienze si mescoleranno e si creerà ben presto una koinè delle diverse culture nazionali. Anche qui: omologazione? Per nulla, perché i linguaggi mescolandosi si arricchiscono, si sprovincializzano. Basta con sciocchezze quali la mediterraneità, l'identità nazionale, il regionalismo critico.
Pensate: siamo nati italiani, moriremo cittadini europei. Chissà se i nostri figli, che nasceranno europei, potranno, da grandi, dire finalmente: siamo cittadini del mondo. E, non preoccupatevi, nessuno in quel momento si dimenticherà di essere oltre che cittadino del mondo anche europeo, italiano, siciliano e, nel mio caso, catanese.
Apparso su: Piano Progetto e Città. Numero monografico curato da Cristina Bianchetti dal titolo: Terrritori sempre più simili.