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Che lingua parlerà l’Europa?Che lingua parlerà l’Europa?

Qualche anno fa, l’inserto settimanale del Corriere della Sera pubblicò il lavoro di un reporter fatto in giro per il mondo. Consisteva nel fotografare, ammonticchiati per strada, i mobili di una famiglia scelta a caso. Il risultato era sorprendente. Per numero, forma e qualità gli arredi non differivano granché tra loro: la attrezzatura di una casa media romana era simile a quella di una di Copenaghen, di New York, di Mosca e finanche di Baku e Seul. Quelle immagini mi hanno colpito molto di più deitesti che oggi dilagano sul tema dei non-luoghi e della globalizzazione. Testimoniano che la koiné di linguaggio va oltre l’imposizione del brand delle multinazionali, che numerose abitudini ci accomunano, che il fenomeno travalica le pur pervasive logiche del mercato. Quale lingua parlerà un mondo che oramai, in ampie aree geografiche, abita nello stesso modo? Direi l’inglese. E non solo per necessità commerciali. Nel caso europeo l’imperativo è dettato anche da ragioni culturali e politiche: se vogliamo dare attuazione all’unità europea dobbiamo pure comunicare tra noi. Personalmente non vedo nulla di male nel trascurare l’italiano, sino a un futuro in cui, come per il latino, lo si dimenticherà o lo si studierà a scuola. Sono nato a Catania, conosco il siciliano che è una lingua non meno ricca dell’italiano, ma non per questo mi sentirei in dovere di usarlo nello scritto che state leggendo. A che lingua corrisponde l’inglese in architettura? Certamente al vocabolario architettonico delle grandi corporation e dello Star System, oggi diffuso da quegli architetti che come Gehry, Foster, Hadid, Koolhaas, Meier, Piano, Fuksashanno accesso privilegiato alla stampa, alle biennali, triennali e mostre di architettura. Ma anche ai nuovi linguaggi più raffinati e articolati che si mettono a puntoin una specifica area geografica e si diffondono in Europa: ieri in Francia, poi in Spagna, poi in Svizzera, infine in Olanda. In proposito vorrei ricordare l’esperienza di A10, la prima rivista europea di architettura scritta in inglese da una redazione transnazionale che sta cercando di mediare l’incontro tra le culture con una riflessione che va oltre la velocità bruciante e effimera della moda.

Credo che non ci sia niente di peggio dello sciovinismo strisciante che oggi si cela dietro il così detto recupero dell’identità. Nessuno di noi, per fortuna, ne ha più una riducibile a uno stereotipo locale. Si nasce a Roma, si studia a Milano, ci si specializza a Parigi, si lavorain Cina e tutte queste esperienze ci si sovrappongono e ci ridefiniscono positivamente: motivo per il quale avrà sempre di meno senso parlare di linguaggi, anche architettonici, esclusivamente nazionali. Sono, infine, sicuro che l’integrazione europea non ci farà perdere del tutto i caratteri che tanto appassionano i conservatori perché, anche nella nuova koiné, si recupereranno i dialetti. Lo si farà alla maniera colta di Gadda o degli scrittori indiani che scrivono in inglese, cioè attraverso l’ibridazione e l’innesto linguistico, oppure alla maniera folcloristica di Camilleri, attraverso il recupero del colore, o, infine, nel modo commerciale di Dolce e Gabbana che ci propone una bellissima quanto poco isolana Bellucci: che Dio la benedica, ma come siciliana francamente la vedo poco.

 

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