Adesso che le polemiche si sono placate, proviamo a riassumere i fatti. Per movimentare questa sonnolenta estate, trentacinque accademici, numerosi dei quali noti per le loro posizioni tradizionaliste o addirittura reazionarie, capitanati dal professor Paolo Portoghesi, scrivono una lettera a tutte le principali autorità italiane, Presidente della Repubblica e del Consiglio compresi. Il tono dell’appello e' allarmato: l’architettura italiana e' in un momento di grave crisi. L’analisi e' banale ma non priva di elementi di verità: per esempio si accusano le Soprintendenze di eccessivo potere di interdizione. Le soluzioni proposte sono generiche e come tali condivisibili, salvo la sciagurata idea di creare presso la Darc una sorta di supersoprintendenza per moderare gli eccessi delle soprintendenze locali, dimenticando la legge quasi di natura che prevede che ogni nuovo organismo si trasforma ben presto in un ennesimo cancello, in un nuovo vincolo, in un piccolo potere che premia principalmente chi lo esercita. A rendere la lettera, che sarebbe passata del tutto inosservata, un casus belli provvede un giornalista del Corsera che sbatte il mostro in prima pagina, facendo passare i trentacinque firmatari come campioni dell’italianità contro gli incarichi professionali che i progettisti stranieri, sempre più numerosi, ottengono sul suolo patrio: sentimento che sicuramente più di qualcuno dei 35 firmatari ha manifestato in privato o in pubblico ma di cui, in verità, non c’e' traccia nello scritto. Ovviamente nessuno controlla la fonte e, sulla base delle parole del Corsera, scoppia il finimondo. Difendere le barriere nazionali - si obietta- sarebbe un’operazione demenziale, soprattutto oggi che i giovani architetti italiani hanno imparato a competere, vincendo incarichi anche all’estero. E Massimiliano Fuksas fa notare che l’età media dei firmatari supera i sessanta anni ( ma c’e' stranamente- stranamente?- l’ancora giovane Marco Casamonti). Qualcuno ha, infine, la felice idea di mettere in rete il testo dell’appello e si scopre il bluff giornalistico. Tuttavia, non muta il giudizio negativo verso l’iniziativa dei 35 visti, ovviamente con le dovute eccezioni, come una lobby di retroguardia che grida al lupo al lupo per mantenere uno status che i tempi stanno finalmente spazzando. In fondo che Paolo Portoghesi, Vittorio Gregotti e altri accademici si lamentino non e' così grave. Che dicano che di incarichi ce ne siano pochi e' addirittura grottesco. E poi, la prossima volta, se proprio vogliono fare un appello sentito e condiviso e che appaia completamente disinteressato, cerchino di essere più credibili, coinvolgendo i giovani e le sempre più numerose persone esterne al loro ristretto entourage.
Apparso su Exibart on paper n.26 (2005)