Cominciamo da un apparente paradosso: si sono opposti al nuovo progetto per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna firmato da Diener & Diener, che prevede l’abbattimento dell’ala progettata da Luigi Cosenza, sia coloro che predicano concezioni conservatrici dell’architettura sia coloro che si muovono sul terreno dell’innovazione e dell’avanguardia.
Detto con una battuta è un intervento che è stato giudicato troppo progressista dai tradizionalisti e troppo reazionario dai progressisti.
Non mi sento di appartenere alla prima categoria, cioè dei conservatori quali – mi rendo conto che semplifico, accomunando posizioni tra loro diverse - Giorgio Muratore, Paolo Portoghesi, Renato Nicolini e Franco Purini. Credo, infatti, che occorra abbattere il vecchio in molte circostanze. Rifiuto di considerare la distruzione dell’ala Cosenza alla stessa stregua dell’abbattimento della teca di Morpugo dell’Ara Pacis. Non avrei mosso un dito se ad essere demolito fosse stato il palazzo che ospitava il collegio Massimo, trasformato in un cattivo museo dopo lavori durati decenni e a costi proibitivi. Non credo, inoltre, che l’opera di Diener & Diener sia un segno della società dell’immagine e dello spettacolo e di un progressivo disfacimento dell’architettura di Roma portato dall’avanguardia. Non credo che gli stranieri non debbano lavorare in Italia, anzi ritengo che il loro apporto sia fondamentale per svecchiare un clima sonnolente.
E’ per altre ragioni che non ritengo giusto che Diener & Diener abbiano il diritto di distruggere un’opera dignitosa, quale l’ala Cosenza, a loro certamente superiore.
Credo che qualunque intervento intelligente avrebbe dovuto rispettare, esaltare, dialogare o reinterpretare l’ala Cosenza, l’unico pezzo decente di tutto il complesso Gnam. L’Ala Cosenza era infatti un edificio a mio parere significativo e sicuramente più interessante di quello adiacente di Bazzani, che invece viene tutelato e trattato come un tabù. Se si voleva abbattere qualcosa, semmai, era quest’ultimo a dover essere sacrificato. E ammesso che si volesse demolire a tutti i costi l’ala Cosenza, credo che anche in questo caso sarebbe dovuto valere il criterio generale che per abbattere una cosa di valore occorra sostituirla con una di valore maggiore. Se no, l’operazione è in perdita. Questo è il criterio per il quale la teca di Morpurgo, che ha valore zero, può, a mio avviso essere abbattuta senza problemi e – dico per solo fare un esempio- Piazza del Campidoglio, che difficilmente può essere migliorata, dovrebbe porre molti problemi anche per una piccolissima trasformazione. Nessun isterismo conservativo quindi, ma solo un giudizio di valore. Quel giudizio che oggi è mortificato da criteri che hanno senso solo burocratico, basati cioè sull’antichità del reperto e non sul suo interesse storico e culturale.
Perché l’operazione Cosenza fosse in attivo e non in perdita, ci voleva una giuria coraggiosa che scegliesse progettisti di valore. La giuria ha invece selezionato architetti appartenenti a un panorama culturale moderato se non dichiaratamente passatista. Nessuno in grado di proporre un progetto degno di una istituzione che vuol guardare in avanti senza eccessive nostalgie. Tra i selezionati, inoltre, il progetto scelto come vincitore brillava per ottusità. Tradizionale nell’impianto, nella scelta dei prospetti, nell’idea balzana di mettere le statue in esposizione lungo un prospetto. Nel modo di attaccarsi all’edificio di Bazzani. L’edificio di Diener, insomma, esprime a mio avviso un modo di porsi ottuso. Mettere qualche stilema moderno ( Piacentini insegna) non vuol dire essere moderni. Se poi questo stilema appartiene al repertorio del neominimalismo zurighese e alla scuola , oltretutto degenerata, di Aldo Rossi: Dio ce ne liberi.
Voglia di punire ciò che è veramente contemporaneo per mettere al suo posto uno pseudo-contemporaneo. Del resto basta vedere come la Pinto, la direttrice del museo, nella sua Galleria ha arredato le sale dell’Ottocento – in stile fintoottocento- come ha trattato le opere di Duchamp del fondo Schwarz ecc..., per capire che il disegno di Diener & Diener rappresenta il coronamento di un modo, per usare un eufemismo, poco contemporaneo di vedere l’arte moderna. Ecco il punto: questo progetto era non solo scarso di per sé, ma rappresentava una precisa volontà, anzi direi voluttà, di restaurazione. Serviva a fare piazza pulita di quanto di moderno ancora restava nella Gnam. Forse anche - ma qui ci vuole uno psicanalista - a esorcizzare il fantasma della Bucarelli , bella intelligente e – si diceva- amante di Argan ( chissà perché ma in questa battaglia della Pinto vedo il tentativo di una damnatio memoriae: ma questo va oltre l’analisi critica che qui vorrei tentare).
Torniamo all’architettura. Il progetto di Diener & Diener rappresenta in maniera pedantemente brillante quel piacentinismo culturale che oggi sta passando come ricetta accademica del moderno. Cioè un apparente rinnovamento linguistico per giustificare un reale tradizionalismo figurativo. Sono stranieri i Diener ma il loro progetto ha molti più risvolti italiani di quello che a prima vista si può pensare. L’avrebbe potuto fare un Del Debbio, a suo tempo. Classico e moderno quanto basta. E non è un caso che tra i molti firmatari pro Diener & Diener vi siano alcuni ultra-tradizionalisti che oggi perseguono questo progetto culturale. E che esaltano i compromessi dell’italietta fascista che faceva un passo avanti verso l’innovazione e due indietro verso la tradizione e la mediterraneità.
Vi è poi il problema dello spreco di risorse e delle colpe della non manutenzione dell’Ala Cosenza. Possibile che si voglia abbattere un edificio finito pochi anni fa? Sembra questo un aspetto solo economico. Ma dietro credo si nasconde un problema di moralità. Tralasciamolo, ma solo per brevità.
Per tutte queste ragioni credo che una critica al progetto di Diener & Diener debba venire da chi ha a cuore l’architettura contemporanea. Certo è stato vinto un concorso e l’edificio si dovrà fare. Oramai, oltretutto, siamo fuori tempo massimo per invertire il corso degli eventi. L’ho già sostenuto: credo che dobbiamo fare autocritica per non essere intervenuti a suo tempo. Credo che oggi la realizzazione di Diener si possa arrestare solo se si scoprono colpe gravi nell’espletamento del concorso stesso. Ma non mi sembra che emergano allo stato dei fatti motivi tanto gravi. Semmai vedo le procedure adottate sinora un po’ furbette in certe ambiguità. E anche su questo occorrerebbe riflettere, a futura memoria, ricordando il latinorum dell’azzeccagarbugli.Tante osservazioni fatte da Portoghesi, Muratore, Purini, Nicolini sul modo scaltro in cui è stato scritto e gestito il bando non mi sembrano, devo dire, prive di fondamento.
Per riassumere: avrei voluto un edificio meno mortifero e culturalmente più stratificato. Più coraggioso non pavido come questo che rifiuta di porsi i problemi e l’unico tema che sviluppa è quello della immagine bloccata dell’istituzione. Ma poichè ho sempre predicato che il vecchio non è un feticcio, devo accettare che oggi si distrugga l’Ala Cosenza. Pazienza. Anche se vedo con amarezza che viviamo in un Paese dove si conservano capannoni o ruderi che non valgono nulla, dichiarandoli patrimonio della collettività, dove si blocca modificandolo in peggio il progetto dell’auditorium per quattro mura romane e adesso si ignora una delle poche cose del razionalismo tardo a Roma, di un protagonista dell’architettura modera. Non sempre si può vincere e bisogna accettare le sconfitte, se vengono da un processo legittimo, da un gioco democratico.
Ma bisogna anche saper riflettere sulle sconfitte. Dunque rifiuto di legarmi con le catene all’opera di Cosenza, dunque rifiuto di bloccare il progetto, ma non posso non parlarne. Non posso farmi ingannare dall’equazione Diener = nuovo, Cosenza = vecchio. La vera opera reazionaria, intimamente reazionaria è il progetto di Diener. Lo ripeto: nella scelta del programma, nell’impianto, nell’immagine, nel non rispetto dell’Ala Cosenza. D’altronde anche durante il fascismo si abbattevano edifici, si facevano concorsi, si dava largo ai giovani, si costruivano palazzi nuovi con forme apparentemente contemporanee, ma realmente bacate. Se fare un concorso è meglio che non farlo, se dare l’incarico a degli stranieri è un fatto positivo che ci svecchia, ciò non basta a fare in modo che l’opera scelta sia un avanzamento per la cultura e la disciplina. Sono, come dire, condizioni necessarie ma non sufficienti. Bisogna evitare che passi come importante una cosa che non lo è, anzi che è negativa. Soprattutto in un momento come questo in cui si tende a far passare per valore tutto e il contrario di tutto e per contemporaneo qualsiasi cosa che abbia qualche aspetto stilistico che ricorda il moderno.
Abbatteranno l’Ala Cosenza? Bisogna saper perdere, dicevo. Ma credo che non bisogna mai abdicare alle proprie responsabilità, tacendo. Le battaglie nella lotta delle idee per l’egemonia culturale, anche se si sa che saranno perdute, anche se si sa che sono già perse, devono essere combattute.
apparso su Exibart.com