Dopo la mostra di Sandro Anselmi, il Darc presenta al MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo) Aldo Rossi. Nulla da dire su ogni singola scelta, nè su altre mille piccole iniziative che la struttura ministeriale, che dovrebbe promuovere l’architettura contemporanea in Italia, ha messo in cantiere. Il fatto è che, se da sole sono tutte scelte plausibili, anche se non particolarmente brillanti, insieme offrono un panorama inquietante e deprimente. Indicano una linea culturale fiacca e ambigua. Anselmi è un progettista che oscilla tra una cauta innovazione e un radicato tradizionalismo, come mostrano le sue opere a tratti brillanti ma mai convincenti perché tutte ingabbiate in un pervasivo formalismo. Rossi, se è un poeta, lo è di un immaginario metafisico ed è stato la bandiera dietro la quale negli anni settanta e ottanta in Italia ha trionfato lo storicismo triste, il rifiuto della modernità, la nostalgia. Autore di alcune opere notevoli è anche il progettista dell’orribile Carlo Felice, del Monumento a Pertini, dei pasticci eclettici dell’IBA.
Se sommiamo questo all’ambigua posizione assunta dal DARC a proposito della demolizione dell’Ala Cosenza, abbiamo un quadro che non lascia ben sperare. In un convegno dell’InArch, in cui venne letto il suo ultimo scritto, il professor Zevi disse: grazie di un organismo che cura l’architettura contemporanea ne facciamo volentieri a meno se a dirigerlo è un burocrate. Spetta a Pio Baldi, attuale direttore del Darc, e a Margherita Guccione, che si occupa dell’architettura, dimostrare di avere idee chiare e capacità di iniziativa, promuovendo una effettiva politica culturale e non una pluralità di eventi a pioggia, caratterizzati dalla assenza di sperimentalità o, peggio, da pulsioni nostalgiche.
Ma soprattutto dovranno dimostrare, dopo la buona partenza con il museo della Hadid, che l’istituzione non si muove con il solito passo all’italiana: quello del gambero. Gli proponiamo quindi di puntare di più sui giovani e sulla sperimentazione, di evitare di glorificare un passato causa del nostro attuale ritardo, di prendere posizione più decisa contro tutte quelle istituzioni, in primis le Soprintendenze, che puntano alla conservazione o alla mummificazione delle nostre città. Insomma: di abbandonare il doroteismo accomodante -ministeriale e piacione- e di assumersi la responsabilità di essere un reale punto di riferimento per l’innovazione.
Apparso su Exibart on paper