home
 
imm da fare

Il neo-vetero-realismo di Gregotti

Vittorio Gregotti ha recentemente pubblicato un libro, L’architettura del realismo critico, edito da Laterza, le cui tesi sono enunciate sin dalle prime pagine: contro il globalismo architettonico e la maggioranza rumorosa della civiltà dell’immagine occorre riscoprire le regole dell’architettura, la misura e la discrezione di personaggi quali Ando e Siza. Un realismo che si oppone al tramonto del senso delle cose. Per sostenere questa tesi sono citati numerosi pensatori, a mio avviso più orecchiati che assimilati, se no non si capirebbe l’accostamento spericolato tra Feyerabend e Lukacs, tra Foucault e Gadamer, per non parlare dei riferimenti alla filosofia di Deleuze che mi pare vada in tutt’altra direzione.
Rispondiamo: ma è proprio vero che Ando e Siza sono realisti? E lo siano più di Nouvel, Koolhaas, Hadid, Morphosis, Piano solo per citarne alcuni? E il senso delle cose che loro ci propongono è proprio vero che vada all’origine delle cose o non si tratta piuttosto di stereotipi, rispettabili certo, ma alla prova dei fatti meno radicati di quello che vogliono apparire? E poi cosa vuol dire realismo?
La parola realismo, come ammette lo stesso Autore, è ambigua: indica sia un fenomeno storico particolare, il realismo ottocentesco, sia la vuota affermazione che ogni cosa, per il fatto stesso di essere calata nella realtà, è di per sé realista. Inoltre, in una cultura quale la nostra, che nel recente passato è stata zavorrata dal realismo socialista, sia pure nella sua versione togliattiana, la parola non può che suonare inquietante. I frequenti richiami che Gregotti fa a Luckas, pensatore oggi forse colpevolmente trascurato ma il cui influsso è stato negli anni passati certamente deleterio, non fanno ben sperare. Non vorremmo che Ando e Siza siano più realisti nella misura in cui Guttuso, tanto per citare il nome di un pittore, era giudicato più realista di , che ne so, un Fontana, un Melotti, un Licini.
Che dietro la parola realismo non si celi una sostanziale incomprensione di tutta l’arte e la ricerca contemporanea? Sembrerebbe di si: Gregotti in questo libro attacca le ricerche d’avanguardia, mostra chiusure verso Duchamp che “apre paradossalmente la strada all’estetizzazione generalizzata”; dichiara che le avanguardie hanno finito la loro funzione negli anni venti, forse agli anni sessanta “ il processo di marginalizzazione dell’arte…si trasforma in materiale significativo sino agli venti,qualcuno dice sino agli anni sessanta…”. Ma ciò che è più grave, scambia la ricerca, che produce innovazione, con la novità, che produce stupore. Scopo dell’arte contemporanea non è ricercare la novità per la novità ma è ampliare i confini della nostra conoscenza, che è tutt’altra cosa. Ma Gregotti di ampliare i confini della nostra conoscenza pare non volerne sapere. Sostiene infatti che a poco serve il superamento programmatico dei confini “ per andare –dice- dove? Per sottrarsi alla responsabilità, io dico, che la ragione critica imporrebbe?”. Frase questa la cui gravità, dal punto di vista epistemologico, lascio giudicare a chi legge. Come se l’uomo dovesse accontentarsi di stare sempre all’interno dei limiti della sua passata conoscenza e non invece proiettarsi verso una continua ricerca di nuovi punti di vista. Chi conosce appena la storia sa quanto l’atteggiamento sia esiziale: lo adoperò l’inquisizione e poi i realisti socialisti e i fascisti e i nazisti per fare piazza pulita di ogni positiva innovazione. Ed è il punto di vista dei nostalgici e delle persone stanche della vita, di coloro che, per dirla con una battuta, sostengono che si stava peggio quando si stava meglio, che il mondo va alla rovina e che occorrono le regole e, infine, i soggetti forti. Inoltre, devo dire,ho sempre interpretato il richiamo gregottiano alla resistenza rispetto alla civiltà dei consumi e il suo richiamo ai valori ontologici dell’architettura come un invito francamente inquietante se consideriamo quanto poco i giovani architetti lavorano in Italia e compariamo questo triste dato alla fiorente attività professionale che ha portato lo studio Gregotti e associati a essere il primo per fatturato in Italia e il settantanovesimo nel mondo, a giudicare dalla classifica della World Architecture. Non è questo un modo, snob, da marxisti in Porche, di cavalcare il globalismo architettonico ma nella sua versione triste e tradizionalista? Se esiste infatti uno Star System avanguardista ne esiste un altro passatista e mulinobianchista, nelle sue varie declinazioni che vanno dall’heideggerianamente nostalgico, al post-speeriano al neo-localista.
Parole come regole, unità, gerarchia, sequenze, scale, ordine, precisione ricorrono con sin troppa frequenza nelle pagine di questo libro. Così l’attacco alle nuove tecnologie, alla sperimentazione,alla ricerca contemporanea. Sino ad affermazioni avventate quali: “offrire all’architettura di essere fluida e virtuale è come offrire all’acqua la possibilità di essere asciutta”. Come se radio, televisioni, computer, nuovi media non mutassero le categorie del qui e ora e la distinzione tra animato e inanimato che in passato hanno caratterizzato l’architettura.
Detto questo, non si vuole certo sostenere che quanto si produca oggi sia totalmente positivo, che non occorra una maggiore consapevolezza contestuale, che la semplicità non sia un valore, che molti architetti si perdano in un esausto star system. Ma certo non è con il realismo critico, con la messa in discussione della ricerca, con l’esaltazione di Ando e Siza che si può sperare di fare un qualche passo avanti. Ne volete una prova? Guardate attentamente i cinque progetti di Gregotti che concludono il libro.

 

testo