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I facili stereotipi di Moneo
L’ospedale pediatrico a Madrid, aperto recentemente al pubblico e presentato su Casabella n.761, non è certo tra le opere peggiori di Rafael Moneo. L’architetto spagnolo ne ha infatti realizzate alcune che sono, a mio avviso, molto più discutibili. Tra queste il museo nazionale di Merida, una costruzione di mattoni che non esita a fare il verso ai romani, facendo passare per amore della storia ciò che non è altro che una ricostruzione alla Disneyland della tettonica latina. Una realizzazione senza poesia e senza misura che, con la sua mole imponente e monumentale, annichila i reperti archeologici e le opere d’arte esposti. Un falso strutturale se consideriamo che dietro archi, setti e masse murarie si nasconde una solida ossatura in cemento armato. Vi è poi la stazione di Madrid un guazzabuglio di forme, anche queste imponenti e neomonumentali, che culminano con un edificio centrale il cui scopo è meramente esornativo, soprattutto nella parte alta. Ma meno riuscita di tutte, sicuramente un tonfo stilistico, è la chiesa di Los Angeles. Una realizzazione che, pesante,retorica, ingombrante, poco e nulla assimila del contesto nel quale si va a collocare. Confrontata alla vicina e magnifica Disney Hall di Gehry che vibra verso il cielo dialogando anche con il mediocre edificio di Isozaki che la fronteggia, e che capta magnificamente, ammesso che esista, il genius loci della più vivace città della West Coast americana, la realizzazione di Moneo appare l’opera rozza di un dilettante. Realizzata in pesanti ricorsi prefabbricati la chiesa è un monumento allo spreco, all’uso disinvolto dei materiali, alla chiusura al contesto urbano. Le sue masse monumentali, che suonano fastidiose da lontano, sono da vicino ancora più incombenti e opprimenti. L’unica invenzione della chiesa è il percorso di ingresso, che se realizza un minimo di dinamicità interna, mette in evidenza il carattere di cartapesta di quelli che vorrebbero essere i possenti blocchi murari. Per non parlare dell’illuminazione sbagliata e delle visuali poco studiate dei posti a sedere, soprattutto quelle per i fedeli.
Confrontato ai tre edifici che ho appena evocato, l’ospedale pediatrico di Madrid, appare un’opera professionalmente dignitosa, senza grosse pecche se non la solita pesantezza appena attenuata dalla vetrata all’ingresso ma resa insopportabile dai cortili interni, concepiti con la logica degli stabili umbertini o delle prigioni ottocentesche. In certi versi anzi l’ospedale mostra una certa qualità di segno che si riscontra in opere più riuscite dello stesso autore.
Perché allora la critica? Perché questo edificio mostra per l’ennesima volta che dietro le opere di un architetto, che da molti è additato come uno dei più interessanti della scena mondiale, c’è spesso poco. Molto meno di quello che si vuole fare credere. Che le sue realizzazioni, opponendo stereotipi a stereotipi, piuttosto che essere resistenza alla società dello spettacolo, in realtà ne sono la capitolazione. Che dietro la sua critica all’architettura contemporanea non c’è altro che una pratica che ad essere generosi può essere considerata realista, speculativa e professionale.
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