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Stroncature: Dark Darc

Lettera n.1: Architetture da salvaguardare?
Caro dott. Pio Baldi, leggo sul giornale che finalmente la Darc  ha stilato degli elenchi con le opere d’architettura contemporanea degne di salvaguardia. Mi permetta alcune brevi osservazioni.
1. Ma non si tratta della stessa operazione annunciata un paio di anni fa alla Biennale, accompagnandola da una mostra in cui dieci critici, tutti scelti nel versante tradizionalista e/o conservatore, elencavano le loro dieci opere favorite? Tra i dieci critici, se ben ricordo, figurava il professor Vittorio Gregotti che indicava la Bicocca come l’opera più interessante realizzata in Italia negli ultimi cinquanta anni (… non faccio commenti, credo che tutto si commenti da sé…).
2. Considerata la ragion d’essere della Darc, questo elenco di opere contemporanee reputate degne di particolare interesse avrebbe dovuto avere priorità assoluta. Leggevo sul CorSera che la schedatura si completerà nel 2009. Non credevo ai miei occhi.  Ho riletto guardando anche su Repubblica e ho proprio visto che la data e' il 2009. Nel 2009  la Darc avrà circa dieci anni di vita. Ma e' servito e servirà davvero tutto questo tempo per fare una indagine che –immagino- anche un funzionario di media cultura , aiutato da qualche guida dell’architettura contemporanea, avrebbe potuto svolgere in sei mesi o, comunque, in molto minor tempo?
3. Annuncio alla Biennale, annuncio a metà del lavoro, cioè oggi nel 2005. Immagino che farete anche qualche altro annuncio nel 2009 quando completerete. Mi chiedo, non state cadendo in quella sindrometipicamente italiana dell’inaugurazione in corso d’opera per la quale quando si realizza una architettura si inaugurano le fondazioni, poi i pavimenti, poi la pittura, poi le prime tre porte e così via dicendo?
4. Leggo che tra le opere tutelate figurano edifici della cui eccellenza architettonica fortemente dubito quali la Moschea di Forte Antenne di Portoghesi, un edificio che a mio giudizio starebbe in buona compagnia con l’Altare della Patria del Sacconi. Mi rendo conto che queste liste devono essere pluraliste e non sollevo specifiche obiezioni sul merito della scelta. Mi limito però a osservare: se  vogliamo tutelare proprio tutto - ma soprattutto un certo tutto cioè quello tradizionalista amato dall’accademia- non correremo il pericolo , come per il caso della Gnam,  che in un prossimo futuro, si difenderanno a spada tratta edifici mediocri quali quello di Bazzani e poi si distruggerà quello eccellente di Luigi Cosenza? A proposito, dott. Baldi non pensa che bisognerebbe indire su quest’ultimo argomento un convegno o almeno un incontro? O procediamo all’abbattimento? Non vede alcuna contraddizione nel vostro atteggiamento, che da un lato produce elenchi per tutelare il moderno e li pubblicizza sulla stampa e dall’altro assiste alla distruzione di un’opera tra le più significative della modernità a Roma?
5. Nell’elenco, che non ho potuto ancora consultare ( a proposito: come se ne ottiene copia?), compaiono i dimenticati, i grandi rimossi dalla storiografia accademica – Vittorio Giorgini, Mario Galvagni, Ernesto Lusana, Luigi Pellegrin, Marcello D’Olivo, Luigi Cosenza, Francesco Palpaceli, Oreste Martelli Castaldi, Giacomo Leone, Leonardo Ricci, Walter Di Salvo, Leonardo Savioli ecc….- o ci sono prevalentemente le opere di Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi, Mario Botta ecc…? Non mi risulta che ancora vi siate ufficialmente mossi per tutelare le opere di Giorgini…
6. Un elenco su carta? Ma non viviamo nell’epoca di internet? E allora lo metta e presto – ascolti il mio suggerimento: lo metta e presto-, caro Baldi, questo elenco in rete, lo pubblicizzi adeguatamente e apra una consultazione con architetti, storici e critici per aggiungere, togliere, levare. Vedrà quante sorprese- tutte positive- e in un arco temporale sicuramente inferiore ai dieci anni, un processo democratico potrà apportare a questa lista così lungamente e, visti i tempi – immagino- laboriosamente, generata e prodotta. Cordialmente suo, LPP


Lettera n.2: Caro dott. Baldi, ascolti il mio consiglio, si dimetta…
Caro dott. Baldi ho recentemente ricevuto e con molto piacere la nomina ad advisor del prestigioso Premio Medaglia d’Oro della Triennale. Leggendo la composizione della giuria, che dovrà valutare le segnalazioni degli advisor, ho avuto un soprassalto. I membri sono: David Chpperfield, Louis Cohen, Fulvio Irace, Arata Isozaki e proprio lei, il dott. Pio Baldi. Non che non la veda all’altezza di personaggi quali Chipperfield o Isozaki o Cohen o Irace. Mi guarderei bene dal sostenerlo, avendo grande stima dei ministeriali italiani. Il problema e' un altro. E' che lei, a mio avviso, per il suo ruolo istituzionale, che deve essere sempre e assolutamente super partes, non dovrebbe accettare di essere membro di giurie, cioè di attività dove si decide chi vince e chi perde, chi e' premiato e chi no, quale linea culturale prevale e quale soccombe. Un po’ come – mi perdoni l’accostamento azzardato- il Presidente della Repubblica, che non può entrare nel gioco dei partiti se non per garantire il rispetto delle regole e della così detta par condicio.
So bene che la confusione, soprattutto dei ruoli, regna sovrana nel mondo dell’architettura. Ma proprio perché la confusione impera, la Darc, che lei dirige, deve diventare un punto di riferimento. Come potrebbe un progettista fare una critica alla Darc se sa che al prossimo concorso si ritrova proprio il direttore della Darc in commissione? E come potrebbe la Darc avere un distaccato punto di vista esterno riguardo  allo svolgimento dei concorsi, se  poi ne e' coinvolta all’interno? No, più ci penso e più credo che sia bene che lei si dimetta da tutte le giurie dei concorsi alle quali e' invitato, anche per avere più tempo da dedicare a lavori d’ufficio impellenti quali la catalogazione dei beni architettonici di pregio che, se no, come le ho ricordato in una lettera precedente, finirà solo nel 2009 impiegando quasi un decennio ( ripeto e sottolineo: quasi un decennio).
Per non farle perdere tempo, mi sono permesso di prepararle un facsimile di lettera di dimissioni: “ Per poter avere più tempo da dedicare alla tutela e alla promozione dell’architettura contemporanea e soprattutto alla valorizzazione delle energie più giovani, mi vedo costretto a rassegnare le dimissioni da questa commissione. Ecco una rosa di nomi di critici di professione tra i quali, se vorrete, potrete  scegliere il mio sostituto (seguono tre nomi di persone di valore che possibilmente non abbiano superato i quaranta anni). Sarò con piacere presente il giorno della premiazione”. Come sempre, cordialmente suo, LPP.


Lettera n.3: Caro dott. Baldi… ripensando Walt Whitman
Mio caro dott. Baldi. Ho letto recentemente una sua intervista su La Repubblica nella quale sosteneva che la schedatura degli edifici contemporanei giudicati degni di tutela sta avvenendo in base a tre criteri: la citazione nei testi di architettura, l’essere eseguiti da architetti di indubbia fama, le innovazioni tecnologiche. Francamente sono rimasto deluso. Quasi dieci anni per classificare gli edifici in base a questi tre criteri? Gesù! Per il primo e per il secondo criterio, molti accademici risulteranno autori di opere memorabili. E’ noto infatti che buona parte della pubblicistica di architettura e' a pagamento, finanziata dai dipartimenti oppure dagli architetti stessi che per venti o trentamila euro acquistano un certo numero di copie, oppure frutto di scambi di favori: libro o saggio introduttivo barattato con piccoli benefici quali incarichetto universitario o generica protezione e benevolenza. E c’e', addirittura, chi gli incarichi di “ringraziamento” riesce a farteli avere ben pagati e all’estero e così di libri sulla propria produzione ne ha a bizzeffe. E’ noto anche che un certo numero di apparizioni sulle riviste, anche blasonate, sono marchette più o meno mascherate, commenti critici compresi. Tanto che oramai pochi si meravigliano del generale scadimento della critica ridotta a mera registrazione e plauso di ciò che avviene. Non si capisce, poi, perché un autore rinomato debba sfornare progetti importanti per tutta la vita: come sa bene chi si interessa  seriamente di storia, sono non pochi gli architetti che dopo un inizio folgorante si ripetono stancamente. Si pensi a Gabetti e Isola le cui ultime opere non sono all’altezza di quelle realizzate quaranta o cinquanta anni fa o allo stesso Portoghesi che vanta qualche interessante opera giovanile ma che, a mio giudizio, ha realizzato da decenni opere molto fiacche dal punto di vista estetico o a Derossi o Natalini che, dopo qualche buona prova, sono approdati a un discutibilissimo post modern con venature neostoriciste. Ammettiamo, però, caro Dott. Baldi, che i suoi criteri, per quanto scivolosi, abbiano una qualche validità se applicati cum grano salis. Bene, allora si dia subito da fare ( sottolineo e ripeto: si dia subito da fare) per salvaguardare l’Ala Cosenza. L’opera e' apprezzata da numerosi critici e storici (Calvesi, de Seta, Muratore, Nicolini, Portoghesi, Purini per citare solo i primi sei che mi vengono in mente) ed e' stata realizzata da un progettista la cui importanza nella storia dell’architettura contemporanea e' acclarata. Come la mettiamo? Diceva Walt Whitman ( un poeta americano, mi permetto di ricordarle): “mi contraddico, ebbene si, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini”.  Dio solo sa quali moltitudini possano contenere i vostri criteri di giudizio. Come sempre, cordialmente suo. LPP


Lettera n.4: Caro dott. Baldi… i premi ai concorsi si danno sempre
Mio caro dott. Baldi, mi permetto di ricordarle che i concorsi di architettura sono un oneroso investimento di denaro, di energie e di creatività che i progettisti regalano alla collettività nella speranza di poter vedere realizzate le loro idee.
Per avere un corretto punto di vista sui concorsi, per giudicarli senza timore di cadere in confusioni di ruoli, occorre però essere esterni alle loro logiche interne. L’arbitro, infatti, non può giocare al pallone ma solo seguire la partita facendone rispettare le regole. Ecco il motivo per il quale continuo a insistere che lei non debba mai e per nessuna ragione accettare di fare parte di alcuna commissione concorsuale. Controprova? Il concorso per gli spazi di ristoro in tre musei. Per quello di Capodimonte non e' stato assegnato il primo premio. Eppure c’erano architetti che non riesco a pensare non all’altezza di un incarico in fondo così semplice come quello di realizzare un punto di ristoro: tra questi Sartogo, Salimei, De Lucchi, Corvino-Multari. Adesso, ammesso e non concesso che tutti abbiano sbagliato il progetto, comunque un primo , un secondo, un terzo classificato ci sarebbero dovuti essere. Oppure si sarebbero potuti assegnare dei primi premi ex aequo. Perché dico questo? Perché al regalo che i progettisti fanno alla collettività e' doveroso rispondere almeno con l’elargizione dell’intero montepremi. Incarico compreso: magari con la condizione che il committente rinegozi con il gruppo vincitore le strategie progettuali. Cosa avrebbe dovuto fare la Darc a Capodimonte una volta saputo che il concorso non aveva avuto un esito? Intervenire con decisione e, se necessario, con durezza. Invece mi risulta che lei era proprio uno dei commissari e che ha votato per non assegnare il primo premio ( la decisione, a quanto so, e' stata presa all’unanimità dalla giuria). Si rende conto del pasticcio di ruoli? Cosa dovrebbe adesso fare Pio Baldi, direttore della Darc? Contestare il Pio Baldi commissario del concorso? Oppure avallare l’idea che i progettisti possano perdere tempo e denaro per concorsi che non vengono aggiudicati?  Certo la sua posizione sarebbe stata difficile anche se il concorso fosse andato in porto. Perché –avrebbero potuto chiedersi i progettisti- il direttore del Darc, che e' un organismo culturalmente neutrale ( nel senso che deve essere, per la sua natura pubblica, aperto a tutte le tendenze) entra nel vivo della battaglia culturale e sceglie un progettista piuttosto che un altro? Dia retta a me, glielo ripeto, eviti le commissioni lasciandole ai progettisti, ai critici e ai committenti. Organizzi piuttosto e da subito una task force che dall’esterno  possa monitorare il regolare svolgimento dei concorsi che attualmente si svolgono in Italia. Ne verrebbero fuori molte, si fa per dire, sorprese: per esempio si scoprirebbe che alcuni commissari premiano concorrenti che poi diventano giurati in altri concorsi e ricambiano i favori elargiti. Oppure che a molte gare non seguono gli incarichi. Oppure che molti bandi hanno norme punitive e obsolete. E lei piuttosto che fare quella che io ritengo una magra figura come nel concorso di Capodimonte, acquisterà, da direttore di una istituzione effettivamente super partes, in prestigio e autorità. Diventerà più rock e meno lento, direbbe Celentano. Come sempre, cordialmente suo. LPP.


Lettera n.5: Caro dott. Baldi… una frase che ho conservato gelosamente
Caro Dott. Baldi, tra le tante frasi che conservo gelosamente, per un libro sull’architettura italiana che un giorno o l’altro cercherò di scrivere, ce ne e' una a lei attribuita sul CorSera del giorno 8 Settembre 2005. Il clima in cui le sue parole vennero spese era quello della lettera dei 35+1: “ L’Italia ha un tessuto storico tale che ha bisogno di interventi solo alla Scarpa o alla Ridolfi; spesso questi architetti internazionali non hanno la sensibilità adatta per operare da noi”. Ancora oggi, le confesso, quando le leggo ne rimango allibito. Per carità, lei in quanto signor Pio Baldi, e' libero di pensare quel che vuole senza remore o inibizioni culturali di sorta, ma come direttore della Darc, a mio avviso, dovrebbe avere maggiore cautela. Non perché Scarpa e Ridolfi non siano stati architetti interessanti, ma perché una dichiarazione siffatta e' foriera di non pochi e, a mio giudizio, perniciosi equivoci culturali. La sua dichiarazione, invece che indirizzarci verso le opere di eccezionale qualità che in questi ultimi anni si sono realizzate all’estero - a Parigi, a Barcellona, ad Amsterdam a Londra dove, mi permetto di ricordarle, ci sono tessuti storici non meno delicati di quelli dei nostri centri urbani- ci porta a rimpiangere il buon tempo antico attraverso due architetti legati uno agli anni sessanta/settanta e l’altro al neorealismo degli anni cinquanta, dal quale non si seppe mai emanciparsi. Chiunque abbia a cuore il destino dell’industria edilizia non può che rimanerne preoccupato. Non siamo sostenitori dell’High Tech e della produzione industriale a tutti i costi, ma, se conosce la storia italica, non può sfuggirle che Carlo Scarpa e Mario Ridolfi sono proprio i due architetti che più caparbiamente si sono posti in una posizione anacronistica cercando di recuperare una dimensione artigianale oramai in via di scomparsa. E se possiamo affermare che i due ( più Scarpa che Ridolfi per la verità) hanno prodotto delle ottime opere di architettura per via di non comuni capacità poetiche, lo stesso non possiamo affermare dei loro emuli. Osservi, a Venezia, gli orrendi negozi in stile Scarpa e capirà quanto la ricetta del maestro veneziano sia pericolosa. Per non parlare di quella ridolfiana che e' apparentemente più semplice ma nei fatti ancora meno trasmissibile a meno di non voler cadere nei due estremi dello stile tufetto di borgata o delle architetture alla Portoghesi, che del maestro ternano e' un grande ammiratore.
E ai giovani- dicendo di rifarsi a Scarpa e Ridolfi- che messaggio diamo? E, soprattutto, che fiducia nella nostra contemporaneità gli trasmettiamo? Mi sembra che, gratta gratta, dietro la Istituzione che lei dirige emerga la cultura passatista delle Soprintendenze, aggiornata di qualche decennio. E questa Darc, più che essere un organismo che sfida con coraggio e energia il futuro, appare come un’ennesima struttura ministeriale che ci invita, poveri noi, a guardare al passato. Come sempre, cordialmente suo, LPP


Lettera n.6: Caro Dott. Baldi… e' il momento di muoversi
Caro Dott. Baldi, sono certo che, anche grazie ai consigli delle mie precedenti lettere, abbia capito che non e' proprio il caso che lei partecipi come giurato alle commissioni dei concorsi. La aspetta, infatti, un compito molto più alto e super partes. Per attivare il quale occorre che si organizzi presso la Darc, e con la collaborazione degli ordini professionali, un osservatorio sulla qualità dei concorsi.
Un osservatorio che svolga il seguente lavoro:
a)verifichi la qualità dei bandi per evitare che possano avvenire in futuro disastri come nel caso di Bagnoli;
b)controlli, attraverso un aggiornato data base, che non avvengano combine con giurati che premiano alcuni concorrenti i quali, diventati giurati in altri concorsi, ricambino i favori;
c)eviti che si conoscano in anticipo i  nomi dei giurati, facendo in modo che questi ultimi vengano estratti, pescandone i nomi da un albo nazionale, solo dopo la consegna degli elaborati da parte dei concorrenti;
d) trovi dei modi per sconsigliare vivamente di partecipare alle giurie ai progettisti che solitamente partecipano ai concorsi, per evitare quelle combine di cui si diceva prima;
e) si batta per i concorsi palesi: l’uso dei motti non impedisce infatti gli imbrogli dei giurati poco onesti ed evita ai giurati onesti di essere torturati dalle segnalazioni dei progettisti; costringe inoltre le giurie ad assumersi le proprie responsabilità;
f) imponga che la discussione della giuria sia pubblica, per dar modo a chiunque di potere verificare la serietà del giudizio;
g) imponga che i premi debbano essere sempre assegnati, comprendendo tra i premi anche l’incarico per la realizzazione dell’opera, magari con la condizione che se il progetto vincitore non e' di gradimento del committente, questo venga rivisto e modificato dallo stesso progettista;
h) stabilisca che i concorsi sotto un certo importo siano riservati a giovani progettisti per dar loro modo di emergere in un settore, sovraffollato e che, anche a causa della Merloni, tende a respingerli.
Sono sicuro, caro Dott. Baldi, che si attiverà al più presto. Se non lo facesse, sappia comunque che noi siamo perseveranti, e che, nelle forme consentite, non le daremo tregua. Come sempre , cordialmente suo, LPP.

 

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