Per capire quale sia il livello morale dell’architettura in Italia andate in un sito dove si pubblicano i risultati dei concorsi di progettazione svoltisi negli ultimi anni e leggete i nomi dei vincitori. Vi accorgerete che numerosi premiati sono stati giurati in altri concorsi. E ciò che è più strabiliante vedrete che se A è risultato vincitore in un concorso dove B era in giuria, può accadere che in un altro concorso lo stesso A, trasformatosi in giurato, ha premiato B. Casi sporadici? Direi di no. Anche perché qualcuno ha avuto la intelligente idea di raccogliere la gran parte di queste voci e ne ha tirato fuori un sito, Arcaso ( www.arcaso.com) nel quale decine di situazioni anomale vengono denunciate. Denunce che, poi, vengono passate ai giornali locali e nazionali.
Sul caso Arcaso si sono sollevati numerosi dubbi. Alcuni dei quali, personalmente condivido: per esempio sul fatto che le denuncie siano anonime, che il sito abbia un tono sfottente e goliardico, che dietro le accuse si possano celare vendette o frustrazioni. Ma, certo, voler liquidare un servizio così utile con quattro sussiegose parole è sintomo di un male ancora maggiore. Anche perché, a mio avviso, i casi denunciati non sono sporadici ma la punta di un iceberg ben più esteso che nasce e si sviluppa all’interno della voluta confusione dei ruoli che impera nel mondo dell’architettura italiana.
Innanzitutto dalla confusione tra critico e architetto. Il professionista che giudica un suo collega è, infatti, indotto a essere un cattivo giudice, non perché non abbia necessariamente strumenti culturali per farlo ma perché quando decide chi premiare inevitabilmente è portato a pensare in termini dei benefici professionali che gli porterà quella scelta. Tenderà a penalizzare chi gli si potrà mostrare come competitore e a premiare chi, mutate le circostanze, potrà a sua volta ricambiarlo. Nei casi peggiori assisteremmo anche alla formazione di lobby che più o meno scientemente si dividono il mercato facendo una sorta di gioco delle tre carte, molti dei cui casi sono, almeno a livello di voci, ben noti agli addetti ai lavori.
La confusione tra critico e architetto porta, al di là dei benefici, anche a un certo delirio di onnipotenza. Così alcuni professionisti, ritenendosi grandi critici, sopravvalutano oltre misura la propria figura arrivando persino a proporla come modello di riferimento per il fare architettonico. A magnificare questo delirio contribuisce anche la posizione accademica. Troppi architetti, infatti, oltre a fare i professionisti e i critici sono anche professori universitari. Tendono quindi per una sorta di deformazione professionale a pontificare dall’alto delle loro cattedre, abituati dal fatto di non essere per nulla o quasi contraddetti dai loro astuti studenti che, ovviamente non credono una parola di quelli che dicono, ma magari li lasciano parlare per amor d’esame. Nel caso dei concorsi l’accademico è tentato a far valere tutto il proprio peso – consistente per esempio nell’ottenimento di docenze o avanzamenti di carriera o trasferimenti –come strumento di pressione. E che la tentazione si trasformi spesso in atti di specifica corruzione lo testimoniano le molte, troppe voci che X abbia ottenuto la tal cattedra perché Y ha avuto il tal beneficio. Affermo questo pur sapendo benissimo che in questo settore, traboccante di invidie e gelosie, le voci malevole sono molte e quindi occorre fare una certa tara e che alcune scelte sono elettive più che corruttive nel senso che è quasi inevitabile che il simile scelga il proprio simile e che quindi che il professor Tal dei Tali sarà più portato a premiare la persona che stima e che frequenta in ambito accademico piuttosto che quella che opera lontano e all’interno di schemi concettuali a lui distanti se non estranei.
Vi è, infine, il ruolo della stampa. Il professionista, non pago di fare insieme il critico e l’accademico tenderà anche a controllare una testata, sia questa un triste ma ben finanziato bollettino di dipartimento o una rivista a diffusione nazionale. Può servire come strumento di scambio, di pressione e come vetrina dove scrivere articoli di apprezzamento in cui, in attesa di favore, modestissime figure vengono paragonate ai grandi e libri noiosissimi passati per fondativi da recensori dilettanti che non esitano a scomodare pensatori mai letti.
Piacentini - che credo sia il prototipo di questa figura multisfaccettata- ci ha mostrato anche il modo in cui si può fare giocare una cosa sull’altra, aumentando a dismisura la confusione tra i ruoli. Una confusione che spesso porta alla commistione con il potere politico e all’ottenimento di posti nelle giurie di concorso e nelle sedi dove si assegnano gli incarichi.
Non è difficile nella storia dell’architettura italiana di questi ultimi cinquanta anni individuare apprendisti o novelli Piacentini. Sono loro che hanno indirizzato, pontificato, sovrinteso. E che si sono autoproposti come Maestri. Dietro loro, ecco oggi incalzare altre figure, non meno pericolose. Sono i loro portaborse e i loro cloni, i quali hanno capito che è bene evitare di svolgere da soli tutti i lavori, di assumere per sé tutti i ruoli. Tendono a organizzarsi in associazioni di mutuo soccorso ( ma non prive di interna conflittualità) e così c’è chi si occupa della politica, chi della cultura, chi della professione.
Cosa dire? Che, dato questo mefitico panorama, è sempre più difficile spiegare a uno studente che ciò che importa è il valore professionale, che il sacrificio paga, che l’integrità premia. Ma se distruggiamo questi valori il danno sarà incalcolabile. Corrompendo le giovani generazioni, avremo compromesso il nostro futuro. Motivo per il quale ben vengano tutte le iniziative, anche goliardiche, che mirano a denunciare il malaffare vero o presunto. E si sperimentino sin da subito tutte le possibili strategie per estirpare o almeno minimizzare giochi e combine poco leciti. Nel caso delle giurie credo che ciò possa essere fatto attraverso un più adeguato controllo del profilo dei giurati: rendendo il verdetto scarsamente prevedibile con commissioni formate da membri con interessi obiettivamente divergenti e infine evitando di chiamare commissari che in altre occasioni hanno generato sia pure il minimo sospetto di scambiare favori ( ciò si può verificare con facilità: basta depennare dalla lista A, se si verifica che A abbia premiato qualcuno che poi lo abbia in altra occasione ricambiato) . Sono poi molto interessanti alcune forme di voto elettronico, quali quelle sperimentate dal sito www.newitalianblood.com. Prevedono il giudizio degli stessi partecipanti e il coinvolgimento, possibile per via elettronica, di giurati di paesi anche molto distanti, quindi esterni alle beghe locali. Non crediamo si tratti di panacee anche perché – lo dimostra quello che si dice sui concorsi universitari e sugli appalti- per quanto si cerchi di inventare nuove formule a poco si arriva se non esiste una solida moralità di fondo. E questa è molto difficile da ottenersi in un Paese quale il nostro poco calvinista e in cui le occasioni di fare architettura sono sempre minori e i soggetti interessati ad ottenere incarichi di progettazione –solo gli architetti sono oltre 100.000 cioè uno per 500 abitanti- sempre maggiori.
Pubblicato su L’Arca di gennaio 2005