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Studio +ARCH, Fabbrica ad Incisa
Formatisi nell’austero neo-razionalismo di Gregotti, dal quale sono stati a studio, e nel minimalismo classicista di Chipperfield, con il quale hanno realizzato negozi per lo stesso Dolce &Gabbana, i progettisti di +ARCH stanno percorrendo oggi altre strade: creativamente più libere e in grado di attivate un rapporto felice e aperto con la natura e i nuovi materiali. Ma senza, per questo dimenticare, alcune istanze di ordine e di controllo della composizione dello spazio che costituiscono l’eredità positiva del loro percorso formativo. La fabbrica a Incisa mi sembra, indicativa di questo duplice atteggiamento. Da un lato un volume semplicissimo da realizzare in due fasi, alla fine delle quali la fabbrica acquisterà la configurazione di un edificio a corte. Dall’altro alcuni scostamenti da questa struttura primaria che servono a articolarne la forma. Sono per esempio l’arretramento rispetto al fronte del corpo degli uffici o il taglio che separa gli uffici dai magazzini. Il primo serve a spezzare un fronte altrimenti troppo lungo, a portare il corpo degli uffici in secondo piano rispetto all’ingresso, a delimitare uno spazio con caratteristiche diverse di facciata, a realizzare un giardino che arricchisce l’edificio all’esterno e garantisce agli uffici una migliore visuale. Il secondo, oltre a separare due zone distinte, crea una strada stretta e lunga all’interno del complesso con ovvi benefici funzionali - vi possono passare le macchine adibite alla movimentazione della merce - e inaspettate valenze spaziali.
L’edificio è prefabbricato; quindi realizzato con un budget limitato. Ma diversamente dagli squallidi capannoni che punteggiano le aree a destinazione industriale, ha aspetto insieme piacevole e raffinato. I grandi pannelli standardizzati sono infatti adoperati come altrettanti moduli di una rigorosa composizione formale. E l’effetto cemento è bilanciato dall’uso di pannelli in legno del corpo degli uffici, dalle grandi bucature a vetro, a filo del muro, disposte in punti strategici e dal color nero della torretta che chiude il corpo scala. Così il grigio, altrimenti insopportabile, diventa parte di un gioco di grane e colori diversi, gestito all’interno di un minimalismo raffinato ma generoso.
A esaltare i contrasti è anche il ruolo del verde. Abbiamo già accennato al giardino leggermente arretrato sul prospetto principale. Con la sua vegetazione rigogliosa si contrappone al rigore delle linee, portando sul versante dell’architettura quel contrasto tra semplicità monacale e forme floreali e barocche che costituiscono la nota caratterizzante della griffe Dolce&Gabbana.
Al di fuori della fabbrica -si osservi- non compaiono insegne. E’ una scelta un po’ in controtendenza, se consideriamo che molti edifici commerciali o industriali –penso per tutti agli accattivanti scatoloni della Ikea- oggi tendono a dearchitetturarsi per diventare puro segno. Nel caso di Incisa, invece, nulla se non questi indizi vagamente connotativi alludono alla presenza di un marchio così noto. E’ una scelta, credo molto acuta di politica di immagine. Non ci vuole molto a supporre che in zona chiunque ben sa che la fabbrica è di Dolce&Gabbana. Tanto vale allora che il logo si dissolva nelle forme dell’architettura e non viceversa, e che l’oggetto, più che tentare la politica della violenta differenziazione cerchi, senza concessioni vernacolari o mimetismi, di dialogare con il luogo.
apparso su L’Arca
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