| |
 |
|
|
Stalker
1990. E’ l’anno della pantera. Alla facoltà di architettura di Roma si manifesta insofferenza per gli edifici di carta, per le composizioni classiciste di Krier, Ungers e Botta, per le snervate architetture di Meier. Ci si ribella contro i metri quadrati di mattoni disegnati con i rapidograph 0,2 su tavole formato A0, imposti in nome di una sempre più ingessata autonomia disciplinare. Non ci vuole molto a capire che si tratta di una produzione tecnicamente fumosa, scollata dalle esigenze della società contemporanea. La quale, anche a seguito del crollo del muro di Berlino, ha subito un complesso processo di mutamento, dopo una crisi durata oltre trenta anni. Rimescolamenti di razze, culture, comportamenti delineano uno scenario al quale non si può rispondere con la nostalgia del passato o con la rivendicazione della centralità del disegno. Centrale è, semmai, la vita, che bisogna riscoprire. Si forma una nuova generazione di architetti i cui riferimenti sono esterni, e non più interni, alla disciplina. Sono le teorie della complessità, i rizomi di Deleuze e Guattari, le teorie del potere di Foucault e i frattali. E anche i fondamenti della cultura decostruttivista che in quegli stessi anni prende il sopravvento negli Stati Uniti e nell’Europa anti-storicista: per capirci nell’Olanda di Koolhaas e non nella Spagna di Moneo, nella Inghilterra della Architectural Association e non nel Portogallo di Siza.
Stalker l’esperienza della pantera la vive da protagonista, occupazione dell’università compresa. Nel 1993 esce allo scoperto con una performance. Allestisce un percorso di oltre un chilometro lungo le sponde del Tevere, pavimentandolo con saracinesche recuperate dallo smantellamento di un vicino cantiere. L’obiettivo è realizzare un parco abusivo in difesa di un’area degradata sottoposta alle pressioni della speculazione edilizia. Per focalizzare l’attenzione del pubblico vengono invitati paesaggisti, architetti e artisti all’occupazione simbolica del luogo, che avviene anche piantando una tenda. L’idea, per quanto coinvolgente, ha un certo velleitarismo romantico. Giustificato d’altronde dall’età dei protagonisti, non ancora venticinquenni.
Il gruppo, per scelta, è eterogeneo. E’ formato, a rivendicare l’importanza dell’incontro tra saperi disciplinari eterogenei, da ragazzi e ragazze che hanno fatto studi diversi: architettura, odontoiatria, storia, astrofisica, geologia, lettere e storia dell’arte.
E’ dall’astrofisica che provengono gli spunti di riflessione più interessanti. Suggeriscono il possibile parallelismo tra la dimensione incompiuta e frattale dell’universo e delle metropoli. Non più la città, quindi, intesa come una forma in sé e per sé conclusa, fatta di strade, di assi, di piazze ma un arcipelago di frammenti che si giustappongono in modo casuale: determinando luoghi di risulta e spazi abbandonati, degradati, spesso dichiarati off limits.
Ma che, occupati da zingari, da nomadi, da immigrati, hanno un grande valore perché controbilanciano la rigidezza delle maglie urbane consolidate e delle aree istituzionali della città, e permettono a tutti i fenomeni marginali, residuali, non istituzionali di trovare spazi dove svolgersi e svilupparsi.
Per mettere a punto strategie operative in una realtà così difficilmente formalizzabile, a poco servono gli strumenti tradizionali quali le ricerche tipologiche e morfologiche approntate dalla cultura accademica durante gli anni ottanta. Occorrono nuove mappe e nuovi strumenti concettuali. che gli Stalker mutuano dal situazionismo di Guy Debord e dalla Land Art di Robert Smithson. Del situazionismo colgono il rifiuto verso l’idolatria della forma , l’attenzione per l’evento, l’idiosincrasia per il funzionalismo e l’utilitarismo, la ricerca dell’ autentico, il trasporto per il gioco, l’ironia surreale. Di Smithson apprezzano la capacità di rovesciare il negativo in positivo guardando alla cultura dal punto di vista della natura, e l’ordine dal punto di vista del caos.
Influenzati dai concetti di dérive e détournement dei primi e dalle complesse esplorazioni dei non-site dell’altro, gli Stalker organizzano numerosi giri all’interno degli spazi residuali delle città di Roma, Milano, Parigi, Berlino, Napoli che documentano con video, diapositive e, dove possibile, mappe.
E’ una attività che non sfugge agli osservatori più attenti. Pochi, per la verità, in Italia: tra questi Franco Zagari e Emanuela De Cecco che ne capiscono immediatamente la portata innovativa nella ridefinizione di una estetica del paesaggio, Stefano Boeri, che promuoverà il gruppo invitandolo nel 1997 alla triennale di Milano e Massimo Ilardi che a Pescara sta cercando di approntare nuovi strumenti per comprendere la realtà metropolitana. Più numerosi gli estimatori in Francia che porteranno all’acquisto fatto dal FNAC, il fondo nazionale di arte contemporanea, di parte della documentazione prodotta.
Nel 1997 Stalker partecipa a Oreste, un raggruppamento, promosso da Cesare Pietroiusti, un artista concettuale promotore dell’arte relazionale, cioè di un’arte che mira a creare eventi più che a rappresentarli. Partecipano al libro dal titolo provocatorio: come spiegare a mia madre che quello che faccio serve a qualcosa? Ma l’esperienza si esaurisce perché gli Stalker si sentono più architetti che artisti, più mediatori culturali che promotori estetici.
Nel maggio del 1999 Stalker cambia strategia. Occupa un piccolo edificio del Campo Boario di Roma, un’immensa struttura che il Comune non riesce recuperare, utilizzata da cavallari, zingari, immigrati. L’idea è semplice: abitare lo spazio, invece che percorrerlo e studiarlo astrattamente; far convivere, in una realtà al di fuori dagli schemi, intellettuali e emarginati; proporre iniziative tese a abbattere schermi e protezioni reciproci, attivando meccanismi di interrelazione.
La prima iniziativa proposta è il Pranzo Boario, un banchetto surreale servito da un artista giapponese dove sono invitate, sulla base di un menù multietnico, tutte le comunità presenti al Campo Boario.
Segue la Carta di non identità, distribuita a tutti gli abitanti del Campo. Il documento certifica la appartenenza al non luogo, e gioca sul concetto di identità dell’uomo e non identità del cittadino.
Organizzato anche un finto matrimonio zingaro orchestrato dall’artista Matteo Fraterno, conosciuto in occasione di Oreste.
Altra iniziativa sono i workshop in cui sono invitati artisti e operatori culturali – tra questi Kyong Park con un memorabile intervento su Detroit- e un concorso internazionale via internet sul futuro della struttura. Un futuro che non potrà certo normalizzare i luoghi, attribuendoli a asettiche istituzioni culturali, dimenticandosi dei suoi occupanti.
Ma le tre attività di maggiore respiro sono: Ararat, Globall Game e Transborder Line.
Ararat è il nome che viene dato all’edificio occupato per trasformarlo in luogo di aggregazione della comunità curda. Globall Game è un gioco eseguito con 2000 palloni in ognuno dei quali ciascun abitante del Campo Boario trascrive sogni e desideri. Transborder line è un tubo di gomma avvitato a spirale che ricorda il filo spinato che separa i confini. Dilatato nelle sue dimensioni e realizzato in inoffensiva gomma, può essere però attraversato a piacimento. Uno di questi tubi viene montato abusivamente in meno di tre ore, per evitare il passaggio della ronda, nel confine tra Friuli e Slovenia, nel punto in cui, si dice, transbordano i clandestini cinesi. Un altro viene montato a Venezia, in occasione della Biennale dell’anno scorso, insieme ai palloni di Globall Game.
Acquisita una certa notorietà e con la palazzina di Ararat occupata definitivamente dalla comunità curda, Stalker decide di cambiare gioco. Non prima, però, di aver prodotto un complicato soffitto amovibile a forma di tappeto, simbolo della pace, che sfrutta insieme le potenzialità dell’informatica e il lavoro manuale degli abitanti del Campo Boario: curdi, senegalesi, zingari. Riproduce il soffitto della cappella palatina di Palermo, la più bella architettura della civiltà normanna, nata dall’integrazione di più culture, e in primo luogo della araba con la siciliana. Il nuovo programma, sul quale Stalker sta lavorando, sarà una università nomade. Obiettivo: insegnare che si può fare una magnifica architettura anche senza costruire nulla, cambiando il modo che gli altri hanno di vedere la realtà e producendo inaspettate interrelazioni tra uomini e luoghi.
Apparso su Costruire
|
|
|