Francesco Palpacelli rappresenta oggi un problema storiografico. Egli, infatti, con la propria produzione si pone ai margini della cultura ufficiale e accademica perché privilegia la cultura del fare rispetto alla nostalgia del passato e punta verso una concreta utopia piuttosto che perdersi nella riflessione snervata sul linguaggio. Rappresentando un problema, viene rimosso. Così come viene esorcizzato un intero segmento della cultura architettonica che si è sviluppato tra gli anni cinquanta e ottanta ma ha continuato a produrre opere di grande qualità sino ai giorni nostri. Si tratta di personaggi di primissimo piano i cui lavori aspettano una adeguata rivalutazione. Tra questi ricordiamo, solo per rimanere nell'area romana e a persone con i quali Palpacelli è entrato in contatto, anche di collaborazione: Luigi Pellegrin, Maurizio Sacripanti, Oreste Martelli Castaldi, Lucio Passarelli, Sergio Musmeci. E solo per fare qualche nome di altri notevoli personaggi, anche al di fuori della sua cerchia di amicizie, attivi all'esterno dell'area laziale: Vittorio Giorgini, Leonardo Ricci, Luigi Carlo Daneri, Marcello D'Olivo, Leonardo Savioli.
Tra gli aspetti che caratterizzano la produzione di Palpaceli vi è la esuberante formatività organica, il gusto per la tecnologia e per la struttura, l'equilibrio tra la scala territoriale e la misura umana. Confluiscono nel suo capolavoro: il centro idrico di Vigna Murata, una macchina affascinante la cui tecnologia, a differenza di tanta produzione High Tech, non appare come estranea, alienante, disumanizzante ma è, invece, perfettamente integrata nel paesaggio romano. Al pari del centro idrico, eccellenti opere di landscape appaiono il teatro di Cagliari, il teatro nazionale del Belgio e il palazzo del Governo in Tanzania. Vi è infine la formazione di artista. Palpacelli evita le chiusure disciplinari e apre lo studio a critici, musicisti, artisti, scrittori. I cui influssi, filtrati attraverso il lessico architettonico, non è difficile leggere in filigrana. Si osservi per esempio l'interessantissimo progetto per l'ampliamento della Camera dei Deputati caratterizzato dal contrasto tra il possente e insieme rapido ritmo dell'esterno e il vorticoso cavo di luce all'interno e per il teatro dannunziano all'aperto, un prodigio di ingegneria strutturale e intelligenza figurativa e paesistica, e si vedrà quanto le sue proposte, proprio per essere così aperte all'influsso rigeneratore delle altre arti siano moderne e anticipatrici. Degne di una rinnovata attenzione critica di cui questa mostra, ci auguriamo, rappresenta il primo passo.
Scritto in occasione della mostra su Palpacelli curata da Sergio Bianchi