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Il guaio del critico

Il guaio del critico e' che il suo mestiere lo porta ad essere un lettore perennemente arrabbiato. Una maledizione del cielo che corrisponde a una condizione che definirei di default. Un critico, infatti, diversamente dalle persone normali, le quali possono scegliere ciò che più a loro piace, deve sorbirsi anche tutto ciò che lo innervosisce.
Ieri , per esempio, ho subito le pagine di una rivista in cui una sprovveduta autrice americana parlava entusiasticamente di Paolo Portoghesi. Questa, mentre elogiava la biennale di Venezia degli anni ‘80, quella per capirci del Post Modern e della Strada Novissima, affermava che a rovinare il magnifico clima fosse stato il craxismo che poi diede vita al berlusconismo, trascurando di ricordare che proprio allora Paolo Portoghesi era considerato l’architetto di Bettino Craxi.
Sempre su un’altra rivista, una pubblicazione inglese molto diffusa ed apprezzata, ho sopportato l’ennesimo attacco contro la globalizzazione da parte di un autore ancora più sprovveduto. Costui mostrava di non essersi mai accorto che e' proprio attraverso il localismo, da lui ritenuto così liberatorio, che di norma si diffondono i costumi più sciocchi della tanto paventata globalizzazione. E che il suo adorato Alvaro Siza quando, per realizzare un museo di architettura in Germania, si ispira, sino quasi a rasentare il plagio, a Ludwig Mies van der Rohe compie una operazione non così dissimile da quella della Fiat che, dopo averla pompata con estrogeni, ripropone la vecchia Cinquecento trasformandola in un giocattolone per nostalgici. E che questa operazione, a sua volta, non e' così diversa da quella dei centomila locali che si chiamano Antica Trattoria o Antica Locanda che in nome dell’estetica del Mulino Bianco ci fanno pagare a caro prezzo le peggiori ricostruzioni per placare la nostra sempre più divorante ansia nei confronti del divenire. Esiste, infatti, un vintage dell’Ottocento ma ne esiste uno, e culturalmente non meno pericoloso, del così detto Moderno.
Ieri però, devo dire, che ho potuto assaporare un istante di felicità e proprio da una rivista, Casabella, che compro a scopo terapeutico. Perché mi sembra che trasudi proprio di quei veleni reazionari ai quali chi fa il mio mestiere deve, un po’come Mitridate, assuefarsi. E poi perché, incoerentemente con i propri assunti moralistici, illustra con belle foto buone architetture, spesso di quei progettisti che, in teoria, dovrebbe stigmatizzare.
A convincermi, un articolo di Massimo Cacciari sulla filosofia del futurismo nel quale sosteneva, citando Nietzsche, Bergson, Sorel, Papini, Gramsci, Gentile, Evola e, di passaggio, anche Guénon che “il futurismo ha rappresentato ( i propri anni) con una consapevolezza e una intensità che forse soltanto oggi possiamo comprendere e apprezzare”. Cosa dire? Anche se francamente dubito che la maggior parte degli artisti futuristi abbiano avuto chiari i riferimenti filosofici che con tanta maestria Cacciari ha evocato, mi fa proprio piacere che queste parole siano state dette sulle pagine di Casabella e per di più da un intellettuale che ha elogiato il peggiore Adolf Loos, il più triste Aldo Rossi, il più miope Manfredo Tafuri e, in genere, tutta la ritirata italiana dal Movimento Moderno. Perché così possiamo nutrire la fondata speranza che dopo cento anni, anche nelle pubblicazioni che tacciano gli sperimentatori di essere i divoratori “indiscriminatamente bulimici che il mondo moderno ha allevato” si possa fare strada, sia pure in forma paludata, un po’più di buon senso critico.

Apparso su Exibart on paper n.62 nov/dic. 2009

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