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MS&R, Museo a Minneapolis
Nel 1870 la città di Minneapolis, nel Minnesota, strappò il primato di flour milling capital, che potremmo tradurre come capitale della produzione di farina, alla rivale St Louis. Il miracolo era avvenuto grazie all’acqua del fiume Mississipi, alla coltivazione intensiva dei vasti campi a frumento, ai progressi nel trasporto ferroviario e all’uso avanzato delle nuove tecnologie meccaniche. Cioè alla costruzione di gigantesche fabbriche specializzate nella produzione su vasta scala del prodotto. Tra queste, due spiccavano. Erano la Washburn A Mill, costruita nel 1878 e la Pillsbury A Mill del 1981. Entrambe erano così imponenti che anche nelle locandine pubblicitarie le rispettive compagnie ne riproducevano con efficaci disegni le architetture maestose e tranquillizzanti. D’altronde la farina era la principale ricchezza e il principale motivo di orgoglio di Minneapolis. Tanto per fare qualche numero: la Pillsbury A produceva ogni giorno quasi 2 milioni di chili di prodotto; quotidianamente nella città si lavoravano oltre 12 milioni di filoni di pane; nel 1880 la farina costituiva i due terzi del prodotto industriale cittadino. Il primato venne perso a seguito della grande crisi economica del 1929. Da allora la capitale della produzione divenne Buffalo. Nel solo 1931 sette fabbriche vennero demolite. Nel 1956 sul lato est del Missisipi rimase esclusivamente la Pillsbury A; mentre la Washburn A, che si trova sulla riva ovest del fiume, venne chiusa nel 1965. Nel 1971 la Washburn A, oramai in disuso e in un miserevole stato di degrado, viene inclusa nel National Register of Historical Places, nel 1983 è designata National Historical Landmark. Nel 1991 è distrutta da un incendio appiccato forse dai senza dimora che vi cercavano riparo. Sarà definitivamente abbandonata sino a quando non si decide di riutilizzarne i resti per un grande museo, che attraverso il pretesto della ricostruzione dei processi produttivi dell’epoca, si fa carico di mostrare e tramandare uno capitoli più importanti della storia sociale, urbana e economica di Minneapolis. Il progetto, la cui costruzione comincia nel marzo del 2001, è affidato a Meyer, Scherer & Rockcastle Ltd. ( MS&R), uno studio di architettura fondato nel 1981 specializzato, tra le altre cose, nel restauro di complessi storici e nella costruzione di edifici istituzionali. Tra questi ultimi spiccano, a mio avviso, il Carthage College Hedberg Library caratterizzato da materici setti in pietra che elegantemente contrastano con il coronamento metallico e la Ridgedale-Hennepin County Center Expansion con la sua ondeggiante copertura.
La scelta di MS&R per il nuovo museo di Minneapolis è di disarmante chiarezza. Consiste nel lasciare più o meno inalterate le rovine della fabbrica e inserirsi con un corpo vetrato che si differenzia chiaramente dall’esistente. In questo modo, oltre a raggiungere una serie di obiettivi alla scala edilizia sui quali ci soffermeremo tra poco, gli architetti riescono ad ottenere sufficiente libertà di composizione per svincolarsi da un sistema di costrizioni che altrimenti avrebbero inibito l’obiettivo urbanistico prefissato: realizzare un edificio alla scala territoriale, un elemento poroso – usiamo la loro definizione- piuttosto che chiuso e rigido, in grado di interconnettere il downtown, cioè il centro città, e il fiume. Il progetto, infatti, fa parte di un ampio piano per qualificare il fronte riva lungo il Mississipi con costruzioni anche di grande qualità quale il nuovo Guthrie Theater progettato dal francese Jean Nouvel.
Rispetto però al teatro di Nouvel, che non rinuncia alla poetica del gesto, il museo di MS&R è tutto giocato su una apparente mancanza di segno architettonico, tanto che come ha notato Linda Mack sullo Star Tribune (29 nov. 2003) il museo continua ancora a sembrare una fabbrica bruciata e in disuso e la maggior parte dei visitatori dimentica persino di osservare che la costruzione è stata oggetto di un lungo lavoro di ristrutturazione e di ampliamento da parte di uno studio di architettura. E a controprova di questa affermazione nota che del nuovo edificio si fanno fatica anche a distinguere le porte di ingresso collocate sulla 2nd Street. Segno, in un’epoca, forse eccessivamente tormentata dall’ego di creatori titanici, di una positiva, o comunque interessante e degna di nota, inversione di tendenza.
Se nell’architettura l’edificio rifiuta qualsiasi ricostruzione posticcia, nell’allestimento, in linea con una brillante tradizione didattica anglosassone, si ricostruiscono con dovizia di particolari i processi produttivi, i sistemi di trasporto, i macchinari. Per i bambini, ma anche per i più grandi, il museo è un’avventura con cui interagire, non un luogo inaccessibile da guardare a distanza. Il primo giorno è stato visitato da quasi 10.000 persone che hanno fatto la fila per godersi a gruppi di trenta il multimedia show, una passeggiata in ascensore lungo gli otto piani della fabbrica, durante la quale viene raccontata la storia del luogo, ricorrendo anche alle voci di coloro che vi hanno lavorato tra il 1920 e il 1965. I bambini hanno giocato con le ricostruzioni e gli apparati didattici e sono rimasti entusiasti, come Sara, una ragazzina di 12 anni che ha dichiarato il proprio apprezzamento - it was just fun to play in the water- con una semplice frase che credo farebbe la gioia di qualunque architetto.
Autenticità dell’architettura, artificialità dell’allestimento. Esattamente il contrario di quanto si usa fare in Italia dove l’edificio storico viene falsificato, impedendo all’osservatore di distinguere il reperto dalla ricostruzione mentre l’allestimento è un insieme di frammenti slegati tra loro, mai sufficientemente illustrati da didascalie e apparati didattici. Vista in questa luce la filosofia parzialmente non-interventista di MS&R appare più che mai opportuna, anche perché lo stesso edificio, restaurato, sarebbe diventato una ricostruzione alla Disneyland. Certo, anche la scelta, di lasciare le rovine come sono presenta inconvenienti: per esempio quello della caduta in una pictoresque monumentality che, attraverso l’effetto rudere colpisce più il sentimento che la ragione. E in effetti le immagini dell’edificio cadente affiancate dai vetri ultramoderni del nuovo, se in questo caso appaiono riuscite, rappresentano una scelta estrema da valutare caso per caso e con molta attenzione. Mi viene alla mente però un altro esempio riuscito in cui si è adoperato un approccio simile, questa volta in Sicilia per mano di Giacomo Leone, uno dei più dotati progettisti che operano nel territorio nazionale. E’ il centro delle Ciminiere a Catania in cui le vecchie fabbriche di zolfo sono lasciate nel loro spoglio stato di degrado, a dura testimonianza di un tempo trascorso, che occorre ricordare ma non falsificare dietro rivestimenti fasulli, pitture colori pastello e un nitore che non poteva appartenere al luogo. E’ l’immaginazione del singolo che deve ricostruire la storia non l’intonaco dell’architetto. E per fare questo, molte volte ciò che resta, anche se in forma di rovina o di reperto degradato, basta. Forse, in termini strettamente semantici, avanza.
apparso su L’Arca
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