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Domus e l'architettura italiana

Sfogliando il numero di ottobre della rivista Domus dedicato all’ architettura in Italia si può avere la sensazione che stiamo attraversando un ennesimo periodo di crisi creativa. Un po’ perché le opere presentate sono poche e comunque, tolta qualcuna, non tra le migliori. Un po’ perché nel dibattito critico ospitato dalla stessa rivista emerge uno stato di insoddisfazione: troppi architetti e poche occasioni, molti prodotti timidi e comunque non all’altezza degli standard internazionali, provincialismo e accademismo, imitazione di modelli importati. Insomma saremmo lontani dai magnifici anni cinquanta quando l’architettura italiana contava qualcosa.

E’ così veramente? Credo di no. I nostri architetti oggi vincono concorsi all’estero, sono pubblicati dalle riviste internazionali e ottengono importanti incarichi. Certo forse non peccano di coraggio e puntano poco all’innovazione e alla sperimentazione. Tendono ad essere degli inguaribili cinici e non credono mai a nulla di preciso. Puntano sul segno e sull’eleganza e mescolano suggestioni che provengono da fonti diverse.

Non e' un caso che a rappresentarci maggiormente siano Renzo Piano che umanizza la tecnologia e non Rem Koolhaas che gioca sul rigore dell’idea. Massimiliano Fuksas che ama stupire con colpi di scena teatrali più che Frank O. Gehry che ci ha fatto vedere l’architettura sotto una luce diversa.

Detto questo, però e' miope non vedere che il sistema nel suo complesso, nonostante la penuria di occasioni offerte dal sistema-Paese, stia vivendo un periodo positivo. Due esempi. Ogni settimana la rivista Edilizia e territorio del Sole 24 Ore riesce a mettere in evidenza un buon progetto, più decine di altri a cui dedica spazi minori. La collana ItaliArchitettura della UTET ha raccolto in poco tempo più di cento progetti rilevanti. Quaranta sono stati già pubblicati nel primo volume della serie.

E veniamo al nostro complesso di inferiorità rispetto agli anni cinquanta. Credo che si tratti di una maledizione che colpisce coloro che, accecati dal passato, non riescono a vedere gli aspetti positivi del proprio presente. Mentre una disincantata analisi storica ci mostrerebbe che i progettisti di allora producevano opere di buona qualità e spesso di grande raffinatezza ma, salvo qualche eccezione, anche loro senza rischiare troppo. Che gli stessi sintetizzavano con capacità eclettica suggestioni anche contraddittorie provenienti dall’estero e che, infine, si muovevano a proprio agio più sul versante della storia e della composizione che su quello della innovazione e della sperimentazione. Diciamolo francamente: sono opere così straordinarie le tanto celebrate Casa alle Zattere di Gardella,  la Rinascente a Roma di Albini, la pasticciata Bottega di Erasmo di Gabetti e Isola, o la neomediovaleggiante Torre Velasca di BBPR? E quali sono gli imperdibili capolavori dei tanto celebrati architetti Ludovico Quaroni o Giuseppe Samonà? E poi, l’architettura italiana degli anni cinquanta e sessanta chi ha influenzato? Non le opere che si producevano nei paesi più brillanti, bensì le costruzioni spagnole e portoghesi. Già proprio quelle che adesso gli architetti italiani più tradizionalisti prendono a modello…

 
 

Sfogliando il numero di ottobre della rivista Domus dedicato all’ architettura in Italia si può avere  la sensazione che stiamo attraversando un ennesimo periodo di crisi creativa. Un po’ perché le opere presentate sono poche e comunque, tolta qualcuna, non tra le migliori. Un po’ perché nel dibattito critico ospitato dalla stessa rivista emerge uno stato di insoddisfazione: troppi architetti e poche occasioni,  molti prodotti timidi e comunque non all’altezza degli standard internazionali, provincialismo e accademismo, imitazione di modelli importati. Insomma saremmo lontani dai magnifici anni cinquanta quando l’architettura italiana contava qualcosa.


E’ così veramente? Credo di no.  I nostri architetti oggi vincono concorsi all’estero, sono pubblicati dalle riviste internazionali e ottengono importanti incarichi. Certo forse non peccano di coraggio e puntano poco all’innovazione e alla sperimentazione. Tendono ad essere degli inguaribili cinici e non credono mai a nulla di preciso. Puntano sul segno e sull’eleganza e mescolano suggestioni che provengono da fonti diverse.

Non e' un caso che a rappresentarci maggiormente  siano Renzo Piano che umanizza la tecnologia e non Rem Koolhaas che gioca sul rigore dell’idea. Massimiliano Fuksas che ama stupire con colpi di scena teatrali più che Frank O. Gehry  che ci ha fatto vedere l’architettura sotto una luce diversa.


Detto questo, però e' miope non vedere che il sistema nel suo complesso, nonostante la penuria di occasioni offerte dal sistema-Paese, stia vivendo un periodo positivo. Due esempi. Ogni settimana la rivista Edilizia e territorio del Sole 24 Ore riesce a mettere in evidenza un buon progetto, più decine di altri a cui dedica spazi minori. La collana ItaliArchitettura della UTET ha raccolto in poco tempo più di cento progetti rilevanti. Quaranta sono stati già pubblicati nel primo volume della serie.


E veniamo al nostro complesso di inferiorità rispetto agli anni cinquanta. Credo che si tratti di una maledizione che colpisce coloro che, accecati dal passato, non riescono a vedere gli aspetti positivi del proprio presente. Mentre una disincantata analisi storica ci mostrerebbe che i progettisti di allora producevano opere di buona qualità e spesso di grande raffinatezza ma, salvo qualche eccezione, anche loro senza rischiare troppo. Che gli stessi sintetizzavano con capacità eclettica suggestioni anche contraddittorie provenienti dall’estero e che, infine, si muovevano a proprio agio più sul versante della storia e della composizione che su quello della innovazione e della sperimentazione.


Diciamolo francamente: sono opere così straordinarie le tanto celebrate Casa alle Zattere di Gardella,  la Rinascente a Roma di Albini, la pasticciata Bottega di Erasmo di Gabetti e Isola, o la neomediovaleggiante Torre Velasca di BBPR? E quali sono gli imperdibili capolavori dei tanto celebrati architetti Ludovico Quaroni o Giuseppe Samonà? E poi, l’architettura italiana degli anni cinquanta e sessanta chi ha influenzato? Non le opere che si producevano nei paesi più brillanti, bensì le costruzioni spagnole e portoghesi. Già proprio quelle che adesso gli architetti italiani più tradizionalisti prendono a modello…

 

Apparso su Exibart on paper n.61 nov/dic. 2009

 

 

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