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Gregotti e la Distanza critica

Nel  giornalisticamente geniale numero di Abitare dedicato a Renzo Piano c’e' una domanda di Vittorio Gregotti all’architetto genovese. Gli chiede che distanza critica abbiano i suoi edifici rispetto alla realtà. Alla domanda, Renzo Piano risponde con fair play dicendo, più o meno, che i suoi edifici non vogliono assecondare le richieste del committente.

Credo che questa sia l’unica risposta possibile a quella che io non esiterei a definire una domanda sciocca. Sciocca nel senso che si basa su un concetto vago e ambiguo – quello di distanza critica- passato invece come un indubitabile fondamento che starebbe all’origine di ogni buona architettura.

Per capire che si tratta di un concetto vago e ambiguo, quello che Croce educatamente avrebbe definito uno pseudoconcetto, chiediamoci in che modo un’opera architettonica possa manifestare distanza critica.

Non assecondando le richieste del cliente? Troppo poco, direi. Nessuna buona architettura, in genere, le asseconda pedissequamente. E poi il fatto che le assecondi o non le assecondi, di per sé, non e' indice di niente.

Che ne metta in discussione il gusto? Nel senso, un po’ romantico, che un’architettura fondata sulla distanza critica non piace alla contemporaneità e sarà capita solo in futuro? Anche qui direi di no. A volte capita che le buone architetture siano capite nell’immediato, a volte no.  Alcuni grandi progettisti sono stati osannati solo anni dopo la loro morte, altri in vita. In ogni caso il successo non può essere un criterio di giudizio, né in positivo, né in negativo ( lo stesso Gregotti non gode di grande fama in vita eppure per questo non mi sento di definirlo un buon architetto).

Cosa potrebbe essere, allora, a questo punto la distanza critica? Il rifarsi a una tradizione dell’architettura, rifiutando passi avventati in avanti?

Anche in questo caso mi sembra che non si esca dal buio della genericità. Il rifarsi alla tradizione non e' di per sé un valore, anzi nella maggior parte dei casi e' indice di chiusura creativa. E il puntare all’innovazione non e' di per sé un male, anzi mi sembra che sia l’esatto opposto. Tutti  però concordiamo, senza bisogno di invocare il concetto di distanza critica, che se si utilizza l’innovazione tecnologica in modo sciocco, si produrranno delle architetture sciocche.

In cosa consiste allora questa distanza tanto invocata? Proviamo a guardare le opere dello stesso Gregotti o quelle del suo tanto lodato Tadao Ando, sperando che almeno queste ce lo suggeriscano. Un bisogno di rigore e di severità formale? Direi che anche in questo caso non abbiamo definito un bel niente. Il rigore può generare buona architettura  - qualcuna di Ando penso che lo sia- e squallide. Come la Bicocca, lo Zen, l’ampliamento del Corsera e via dicendo. Un eccesso di rigore, infine, come mostrano gli  anoressici giapponesi e gli ultraminimalisti inglesi, può nascondere un atteggiamento infinitamente formalista. Viceversa alcuni architetti che puntano sulla ricchezza della forma, sino quasi a rasentare la bulimia, producono opere eccellenti. Carlo Scarpa per tutti. O la Hadid con il recente MAXXI.

Parziale conclusione? Buttiamo a mare un concetto così vago e ambiguo come quello di distanza critica e quando qualcuno, con molta prosopopea critica, ne parla, facciamogli una sonora pernacchia. Di critica, oltre tutto, basta e avanza già quella a volte noiosa e fumosa di noi critici (LPP/2009)

 

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