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Sulla biennale di Betsky

La biennale di Aaron Betsky e' stata una buona mostra se non altro perché è sfuggita alle trappole nelle quali erano cadute le precedenti tre edizioni della rassegna veneziana: tessere l’elogio del già noto come e' avvenuto con Deyan Sudjic e Kurt Forster o perdersi nella sociologia. Quello della Biennale di Richard Burdett di due anni fa dove il problema architettonico veniva ridotto a puri dati quantitativi e quindi schiacciato da un eccesso di confronto con il reale; perché se e' vero che la buona edilizia può rendere migliori le metropoli e' anche vero che riesce a farlo, quando ci riesce, solo superando difficoltà di ogni genere e in tempi non certo immediati : si pensi a quanto ne sia occorso al Movimento Moderno per agire sulla forma delle città e con quali distorsioni imposte da compromessi e fraintendimenti.

Inoltre Betsky ha evitato l’errore degli errori: farsi imbrigliare dal presente. Eppure sarebbe stato estremamente facile cavalcare il momento di grazia che sta attraversando l’architettura oggi e che vede la realizzazione sulla scena internazionale di centinaia di edifici piacevoli e raffinati, come ci testimoniano le pagine sempre affollate delle riviste.


Ma che, alla resa dei conti,  e' il sia pur felice risultato di un moderno e disimpegnato eclettismo che sempre meno ci comunica idee innovative o forti emozioni. E che si brucia in una koinè che, un po’ come successe con la cultura ellenistica dopo la civiltà greca, invade il mondo all’insegna del virtuosismo e del bello stile.


Su cosa voleva puntare Betsky? Sul pensiero che genera l’idea progettuale. Insomma, come suggerisce il titolo, sull’ Architecture Beyond Building.


Ciò portava a una doppia operazione. Da un lato rintracciare la genesi di un filone di ricerca che alla semplice costruzione anteponeva nuovi paradigmi teorici. E dall’altro trovare quei gruppi che oggi si muovono più sul versante del concetto astratto che della bellezza, più sul versante della sperimentazione che del gusto.


La prima operazione  recuperava il contributo che, a partire dagli anni ottanta, se non prima, hanno dato architetti del calibro di Frank O. Gehry, Zaha  Hadid, Rem Koolhaas, Coop Himmelb(l)au, Massimiliano Fuksas. Ma purtroppo non e' riuscita perché costoro sono stati presentati non tanto per quanto di positivo hanno fatto per la nascita di una nuova tensione sperimentale ma attraverso quegli effetti speciali con i quali, diventati Star e tradendo una certa stanchezza creativa,  hanno risposto alla crescente domanda di incarichi professionali che li ha sommersi a partire dalla fine degli anni novanta.


La seconda operazione, che invece e' riuscita in pieno grazie all’esposizione Experimental Architecture curata da Emiliano Gandolfi, ha portato a scovare a livello internazionale una sessantina di giovani e agguerriti studi sui quali porre le speranze per un prossimo futuro.
Di questo lavoro prezioso i critici reazionari e tradizionalisti, che come sempre sono distratti se non ciechi agli eventi, non se ne sono accorti. Anzi possiamo dire che il fatto che Vittorio Gregotti dalle pagine de La Repubblica abbia tuonato contro le scelte di Betsky e che il Giornale dell’Architettura abbia pubblicato un intero supplemento contro questa biennale sia stata la prova che ai Giardini e alle Corderie di Venezia quest’anno valeva la pena andare.


Anche perché, indipendentemente dalle intenzioni del curatore, in questa biennale si sono delineate tre direzioni di lavoro.


La prima e' ecologica. Lo si vede girando tra installazioni e padiglioni che sviluppano il tema articolandolo in tutte le salse. E così facendo sottolineano il bisogno di puntare a un nuovo modo di intendere il rapporto tra architettura e ambiente.  Dopo questa biennale non si potrà più tornare alla concezione dell’edificio oggetto, dell’edificio scultura.


La seconda direzione e' anch’essa tanto chiara che se e' accorta persino la Parc, una cui esponente  mi  confessava che questa biennale non la capiva proprio (ne potevamo dubitare?) ma era rimasta affascinata dal padiglione giapponese che presenta una installazione di Junya Ishigami, un superanoressico e ultraestetizzante giovane architetto allievo della Kazuyo Sejima del quale presto si sentirà molto parlare. Ci muoveremo, insomma, verso una maggiore sobrietà formale. Magari – auspichiamo- più verso una direzione low tech che semplicemente minimalista.


Ma e' la terza direzione quella che a mio giudizio e' più importante nella sua lapidaria semplicità. L’architetto non può più essere il cantore del sistema, il prestidigitatore di forme tanto vuote quanto incantevoli. Il  padiglione americano, curato da  Bill Menking, e' emblematico in proposito. Mostra come la ricerca architettonica negli USA non sia più prerogativa di Peter Eisenman, Frank O. Gehry o Daniel Libeskind ma quella fatta sul campo dai progettisti che cercano soluzioni per immigranti, fasce sociali deboli e senza dimora. Fine quindi dei capricci dello Star System e inizio di un maggior coinvolgimento con i temi politici e sociali, alla ricerca di relazioni  – cioè, secondo la illuminante equazione di Gregory Bateson- di forme più aderenti ai reali problemi della nostra contemporaneità .
Apparso su L'Architetto Italiano 2009

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