home
 
imm da fare

Richard Rogers: opere recenti

Se in Italia chiedete chi ha disegnato il Museo Pompidou la risposta sarà probabilmente: Renzo Piano. Se lo chiedete in Inghilterra la risposta sarà, più o meno con la stessa probabilità: Richard Rogers. Mentre la risposta corretta, come sanno gli storici, e’ Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini. Tralasciamo di interessarci in questa sede del ruolo di Franchini perché ciò esula dall’oggetto dell’ articolo. E chiediamoci: quale e' stato il contributo specifico dell’italiano Piano e quale quello del britannico Rogers?


Probabilmente non sapremo rispondere mai perché entrambi i progettisti, con fair play, evitano l’argomento e affermano che il Pompidou fu un lavoro alla pari. Certo e' che rimane l’interrogativo perché, anche osservando l’evoluzione stilistica dei due, e' difficile trovare progettisti tanto differenti. Elegante e rassicurante il primo, innovativo e inventivo, anche a costo di realizzare opere stridenti e poco canoniche, il secondo.


A segnare la differenza è la tradizione inglese. Quella capacità di realizzare opere di ingegneria che, come ci raccontò nel 1957  il film di David Lean,  Il ponte sul fiume Kwai, e' tale motivo di orgoglio da porre in secondo piano anche interessi vitali. Nel film: costruire, per il nemico di cui si e' prigionieri, un’opera talmente solida da resistere alle incursioni della controffensiva del proprio esercito. Una tradizione di invenzione strutturale e formale che vanta Cedric Price e il gruppo Archigram, per non parlare di Buckminster Fuller che, pur non appartenendovi per nascita, e' diventato uno dei principali punti di riferimento dell’architettura  britannica. Cioè di quella linea di ricerca High Tech che annovera Norman Foster, Nicholas Grimshaw, Michael Hopkins, Jeremy Dixon and Edward Jones e, con declinazioni originali, William Alsop e Future System.


Di tutti gli architetti High Tech, Rogers, insieme con Foster, e' il più rilevante e non solo per il numero di opere costruite.  Si differenzia da quest’ultimo per una maggiore libertà di ricerca. Per Foster, infatti, non e' difficile individuare un canone di opere prevedibili all’interno di  una successione ordinata di fasi stilistiche. Penso per esempio a quella classicista, caratterizzata da oggetti perfettamente rifiniti, che e' culminata con il Carré d’Art di Nîmes. Oppure quella organica e neoecologica caratterizzata da oggetti dalle geometrie curve con opere quali il Reichstag a Berlino o il Gherkin a Londra.


Gli edifici  di Rogers, invece, sono allo stesso tempo prevedibili e imprevedibili anche all’interno di una stessa sequenza temporale. Prevedibili perché ritornano, sin dagli anni settanta, alcuni elementi formali, per esempio gli impianti a vista ( ma, come vedremo, vi sono negli ultimi anni numerose eccezioni). Imprevedibili perché, se il progetto ne consente l’opportunità, Rogers non esita a sperimentare inedite soluzioni formali: penso per esempio a lavori così diversi quali la Millennium Dome a Londra e l’aeroporto di Madrid, i Channel 4 Headquarters a Londra e l’ European Court of Human Rights a Strasburgo.


Un altro aspetto , british, che caratterizza la produzione rogersiana e' il rapporto con l’intorno, costruito o naturale. Che e' contestuale solo per gli aspetti relazionali e poco per i rimandi formali. Diversamente dagli italiani o dagli spagnoli in cui la mimesi e' un imperativo, per lui e' un aspetto trascurabile, se non irrilevante. Come a Berlino, a Potsdamer Plaz, un imponente intervento coordinato da Renzo Piano e nel cui interno sono inseriti, oltre a quello di Rogers,  nuclei realizzati da personalità così diverse come Piano stesso, Isozaki, Moneo, Kolhoff. Mentre gli ultimi due del contesto se ne fanno una malattia con esiti a mio avviso modesti, Rogers se ne infischia con una soluzione tanto originale da compromettere l’aspetto unitario dell’insieme.


I progetti che si presentano in questo numero di And, e che sono tra gli ultimi realizzati, pongono sul tappeto interrogativi sulla direzione di ricerca che assumerà lo studio per il prossimo futuro al quale sta preparandosi attraverso un importante processo di ristrutturazione interna.  Lo testimonia, come il lettore più attento noterà leggendo i credit dei progetti, il cambiamento del nome che da  Richard Rogers Partnership si e' trasformato in Rogers Stirk Harbour + Partners. Con l’ intento di dare più spazio ai partner, preparando il passaggio di testimone ad una generazione più giovane. Nonostante la sua straordinaria vitalità e anche un aspetto fisico che non dimostra gli anni che ha, Rogers si avvia infatti a superare la soglia dei settantacinque, essendo nato nel 1933.


Tra i progetti qui presentati, il quinto terminal ad Heatrow fa pensare ad una linea di sostanziale continuità. Lo si vede dai materiali, ferro e vetro, dalla brillante soluzione inventata per le strutture – una trave a sezione variabile portata a terra da un traliccio di tubi-, dall’attenzione con il quale il progetto e' pensato a partire dalla sezione. Nonché dal disegno degli elementi dinamici, in primis le scale mobili, che conferiscono alla costruzione un vago sapore postfuturista, quello stesso che Rem Koolhaas ha teorizzato – sicuramente ispirato dall’High Tech- quando ha parlato di spazio piranesiano.


Ad una linea di rottura o comunque discontinua fanno pensare, invece, il Maggie’s Centre e le abitazioni a Oxley Park. In entrambi vi e', infatti, un uso discreto della tecnologia e il rifiuto di quegli eccessi di trasparenza e di “tubismo”che caratterizzano l’immaginario High Tech.


Nel primo caso si tratta di un edificio introverso , annesso ad un ospedale, che funge da day center per i malati di tumori. Da una struttura avvolgente alla quale giunge la luce dall’alto, ricorrendo all’artificio del tetto staccato dalle pareti perimetrali e ad alcuni spazi a corte. E dei colori caldi e del legno per gli interni.


Nel secondo caso sembra acquisita dallo studio la consapevolezza che la gente comune preferisca vivere in case  magari un po’ kitsch piuttosto che all’interno di capsule che ricordano le carrozzerie delle automobili o degli aeroplani. Ne deriva un sistema costruttivo avanzato ma non provocatorio, e tale da generare , una volta montato, un insieme vario se non pittoresco per la molteplicità delle forme e dei colori. L’obiettivo e' comunque tecnologico: realizzare abitazioni flessibili o implementabili con l’aggiunta di nuove cubature.


Lungo la stessa linea soft e' anche il complesso di One Hyde Park. I cui edifici a torre appaiono disegnati con un gusto più italiano che britannico e dove le scale di sicurezza esterne sono inserite all’interno del disegno complessivo, quasi ad evitare un impatto traumatico sul contesto circostante.


Le Bodegas Protos in Spagna testimoniano  che nel prossimo futuro anche per lo studio Rogers il tema dell’ecologia e dei materiali naturali diverrà predominante. Ciò avverrà realizzando edifici che alla dimensione verticale prediligono quella orizzontale e che ricorrono a strutture in legno. E’ interessante tuttavia  notare come , a differenza di altre cantine vinicole realizzate in questi anni da architetti di fama, quella di Rogers non rinunci al virtuosismo strutturale e al bisogno di realizzare spazi ampi e articolati. In questo caso una grande piazza coperta che ricorda quella pensata per l’ingresso del centro Pompidou.


I progetti per l’Italia sono due stazioni per la metropolitana risolti con pensiline di ingresso di spettacolare virtuosismo.  Fanno pensare ai merletti che nel meridione sono tessuti con grande abilità. Ma anche alla rilettura strutturale del gotico operata  dai paesi mediterranei: penso per esempio a Gaudì o al migliore Calatrava.

Apparso su And, marzo 2009

testo