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Crisi della critica?

Giocare a tutto campo. Ecco l’imperativo della critica d’architettura di oggi. La quale rifiuta, e giustamente, le divisioni manichee del passato, quando chi apparteneva a una corrente non si sognava non dico di partecipare a una mostra ma neanche di dialogare con l’avversario. E che arriva sino al punto di cambiare continuamente le carte in tavola e i riferimenti.
Tre esempi per tutti. Il Giornale dell’architettura , diretto dal tradizionalista Carlo Olmo, regala , accludendolo al numero di agosto,  un volume stampato dalla fondazione Zevi, uno dei critici che fino alla morte, avvenuta nel 2000, fu impegnato contro  le visioni passatiste in architettura.


Gabriele Mastrigli, che non ha fatto mai mistero delle sue idee revisioniste, propone, in una recente rassegna in corso di svolgimento alla British Academy i neosituazionisti di Emmeazero e cioè uno dei gruppi che in Italia persegue più coerentemente una linea di ricerca d’avanguardia.
E, infine, Francesco Garofalo, che non e' propriamente conosciuto per le sue simpatie per l’innovazione formale,  ha messo in campo per la mostra “L’Italia cerca casa” al padiglione italiano della biennale un gruppo di architetti che va da Cliostraat a Mario Cucinella, da Marco Navarra a Salottobuono, da Italo Rota ad Andrea Branzi. Mentre gli addetti ai lavori non hanno potuto fare a meno di notare che dalla lista sono scomparsi i nomi di progettisti, sicuramente più tradizionalisti, quali per esempio il preside della facoltà di architettura Roma3, Francesco Cellini, che  in precedenti comunicati erano stati annunciati come partecipanti alla mostra stessa.
In un recente libro dal titolo La misura italiana dell’architettura,  Franco  Purini sembra teorizzare l’ approccio eclettico ed inclusivista. Una nuova architettura e una nuova critica devono, a suo parere, far convivere le diversità “ all’interno di un mosaico evolutivo di sistemi concettuali aperti e interrotti e di esperienze interagenti”. L’obiettivo  e' di optare non per l’esclusività, l’aut aut tipico delle scelte di tendenza, ma  per un possibilismo metodologico in cui non occorre “più vincere e neanche convincere, ma convivere in una sostanziale equivalenza delle posizioni”. Insomma accettare un mondo dove Paolo Portoghesi abbia diritto di cittadinanza come Jean Nouvel, Pietro  Derossi come Tom Mayne, Mario Botta come  Daniel Libeskind.
Del resto viviamo in un’epoca post-ideologica. Dove anche in politica sono state abbattute le barricate di un tempo. Oggi Gianni Alemanno chiama Giuliano Amato e Gianfranco Fini vola in Israele. Ma se riconoscere gli errori del proprio passato e' meritorio e se una società con posizioni diverse e' aperta e pluralista, una persona con posizioni contraddittorie e' semplicemente incoerente. 

Apparso su Exibart n.52, Ottobre 2008

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