E’ da qualche anno che si registra un interesse crescente per la figura di Manfredo Tafuri. Di lui negli Stati Uniti sembrano interessarsi gli accademici dei critical studies. Nel 2006 e' uscita una monografia su vita e opere scritta da Andrew Leach, dal titolo Choosing History. Di lui parlano alcuni giovani critici italiani. E, sempre in Italia, e' stato recentemente ristampato il libro Progetto e Utopia, un’opera del 1973 che da tempo non si trovava più nelle librerie.
Chi era Manfredo Tafuri? Per la generazione degli architetti nati tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta, e' stato uno dei più autorevoli critici. In certi momenti anche più importante di Bruno Zevi, quest’ultimo dal dopoguerra il principale punto di riferimento nell’interpretare le vicende dell’architettura. Tafuri, che fu da Zevi messo in cattedra, riuscì infatti ad avanzare un’interpretazione originale e alternativa, che in poco tempo sembrò avere la forza di sbarazzarsi della cosiddetta critica operativa zeviana.
La sua efficacia si basava su due presupposti: una ricostruzione puntigliosa dei fatti permessa da una conoscenza meticolosa dei documenti d’archivio e la rivendicazione dell’autonomia disciplinare.
Il primo ebbe il merito di liquidare l’approssimazione, spesso imperdonabile, delle storie proposte da molti se-dicenti esperti di cose architettoniche. Ma anche – dietro l’affermazione che non esiste critica ma solo la storia- dare la stura a una nuova generazione di eruditi incapaci di vedere oltre il naso delle proprie ricerche. Il secondo permise un’interpretazione delle vicende architettoniche in chiave linguistica e autoreferenziale. Ad interessare le ricostruzioni tafuriane erano infatti gli architetti cosiddetti colti le cui opere , spesso in senso manierista, potevano leggersi invece che come una risposta creativa ai problemi dell’esistenza, come un commento erudito alle vicende della storia dell’architettura. Con il risultato che tra i contemporanei Tafuri aveva una spiccata preferenza per Aldo Rossi e Peter Eisenman, per Ludovico Quaroni e, personalmente non riesco a capire il perchè, per Vittorio Gregotti. Cioè per una architettura generalmente masochista che , nei casi migliori, esprimeva un “progetto di crisi”.
A contribuire al fascino di Tafuri, oltre alla vis polemica che trasformava l’ erudizione in uno strumento terroristico nei confronti degli avversari, era anche un linguaggio oscuro che attingeva ai filosofi poststrutturalisti francesi e, peggio, alla fenomenologia heideggeriana, cioè una visione del mondo reazionaria che però ha mietuto esagerati consensi, soprattutto in Italia, tra gli intellettuali di sinistra.
Morto prematuramente nel 1994, a Tafuri fu risparmiato di assistere al fallimento delle proprie ipotesi critiche, spazzate via da una generazione di architetti che piuttosto che puntare sull’autoreferenzialità del linguaggio optarono per un’architettura che si contaminava – anche se spesso in maniera superficiale ed eccessivamente ottimista- con gli eventi della vita. Da qui un certo oblio della sua opera tra le più giovani generazioni.
La crisi dello Star System, la stanchezza per gli effetti speciali post-Bilbao e un certo masochismo after-the-Twin-Towers oggi spingono, invece, in direzione di una sua rivalutazione. Per noi, però, che abbiamo pagato con anni di sbandamento e di mortificazione creativa l’adesione alle teorie tafuriane, l’idea che possano tornare in auge ci sgomenta.
Pubblicato su Exibart on Paper n.51/2008