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Una generazione più sfortunata?

Ecco il testo introduttivo alla mostra Rizoma, organizzata da Level4. Le immagini dei progetti presentati si trovano su www.presstletter.com .


Credo che esista , almeno in architettura, una legge delle generazioni che recita: ad una sfortunata ne segue una più fortunata e viceversa. La mia, dei cinquantenni, per esempio, seguì quella dei sessantenni che, già in crisi di incarichi, si riversò nell’Università, occupandola.  Rimasero solo posti in seconda fila o negli strapuntini. Non meno disgraziati furono i concorsi di progettazione. Personalmente ricordo di averne vinti tre senza esito, per decidere che avrei fatto meglio ad occuparmi di altro. La generazione che ci seguì, quella che oggi ha tra i quaranta e i quarantacinque anni, ha vissuto una stagione più fortunata dal punto di vista delle occasioni professionali.

Un po’ perché era piena di energie nel momento in cui scoppiò tangentopoli e alcune amministrazioni comunali, soprattutto nel nord, decisero di fare pulizia negli incarichi, di puntare su volti nuovi, di lanciare qualche concorso che poi sarebbe stato realizzato. Un po’ perché i giovani hanno capito, anche grazie ai programmi Erasmus, che bisognava cercare occasioni di lavoro all’estero e che e' definitivamente tramontata l’epoca dell’architetto legato a un particolare contesto geografico. Un po’ perché hanno vissuto i vantaggi dell’effetto Bilbao, un periodo cioè in cui in molti hanno cominciato a credere nell’architettura e se molti incarichi sono andati alle star affermate, qualcuno e' toccato anche ai giovani più promettenti.
Il risultato però e' che i quarantenni hanno fatto piazza pulita degli incarichi su piazza. E hanno lasciato poco e nulla ai sempre più numerosi architetti che li seguivano. Cioè alla generazione dei trentenni. Come testimonia il fatto – che per un critico e' inquietante- che mentre tra i quarantenni non si fa fatica a elencare una cinquantina di gruppi più o meno noti, non si riesce a individuarne tra i più giovani che poche unità.
Quando quindi mi e' stato proposto di seguire, offrendo i canali della presS/Tletter, questa ricognizione di architetti under quaranta, ho accettato con entusiasmo. Ero curioso di sapere e oltretutto mi sentivo in colpa della mia ignoranza. Per tale motivo ho premesso che sarebbe stato meglio alzare – o, meglio, di abbassare- il limite di età agli under trentacinque. Mi e' stato, e non senza ragioni, però fatto notare che con una soglia del genere si correva il rischio di un gigantesco flop. Che gli architetti realizzano tardi, anzi tardissimo, le loro prime opere. Che la stessa rivista Casabella, con il suo almanacco, ha dovuto di fatto annullare i limiti di età sino a immettere gli ultracinquantenni ( tanto più che adesso non si chiama più Almanacco della giovane architettura).
E che in fondo non era un male se poi – come e' successo- accanto a volti nuovi se ne trovassero altri che lo erano meno.
Le osservazioni erano pertinenti: tanto e' vero che il flop non c’e' stato. Tutt’altro. E, inoltre e per fortuna, di progettisti poco conosciuti – almeno da me- se ne sono visti molti e con lavori di ottima qualità. Insomma devo dirlo sinceramente: gli esiti sono stati in gran parte una sorpresa e anche molto piacevole.
Cosa ho notato? Direi quattro cose.
La prima, ed era prevedibile, e' che i lavori presentati sono quasi sempre di piccole dimensioni.  E’ difficile, se non impossibile, che in Italia si abbia il coraggio che si ebbe in Francia quando il museo Pompidou fu affidato a progettisti trentenni. Del resto anche nella vita politica la nostra e' una gerontocrazia e non si vede perché questo desolante squallore non si debba riflettere anche nell’attività del costruire. Ciò che e' però interessante e' che oltre agli arredamenti e alle casette unifamiliari sono stati realizzati interventi puntuali di sistemazione di aree o contesti difficili o degradati. Segno che i giovani si stanno specializzando in una attività che presto fornirà molte occasioni professionali: la riqualificazione dell’ambiente urbano, cioè la cancellazione degli errori del passato, quando si costruiva pensando più alla quantità che alla qualità.
La seconda nota riguarda l’approccio quasi sempre soft  e non privo di valenze ecologiche. Manca, forse per paura di perdere l’incarico tanto faticosamente acquisito, una forte tensione sperimentale. Il gusto per l’eccesso che se a volte produce fallimenti giganteschi, in alcuni casi e' la premessa della grande architettura. Il realismo, infatti, se da un lato produce opere molto ben fatte e credibili, dall’altro si limita a un superficiale buon gusto, che e' uno dei mali endemici della nostra architettura. Non voglio poi pensare a cosa succederà ad alcuni di questi progettisti quando diventeranno più anziani. E, come accade (speriamo che non sia il caso), l’energia creativa si affievolirà per far posto al mestiere.
La terza osservazione riguarda l’uso delle tecnologie. Sembra esauritasi la passione per blob e sfogliatelle digitali e, in genere, l’high tech. C’e' invece molta voglia di lavorare con mezzi semplici. Ciò, ovviamente, non dipende solo da ragioni economiche ma fa parte di una nuova sensibilità formale, forse causata dalla crisi di un certo modello di sviluppo che e' venuto alla luce a partire dall’11 settembre 2001. Pochi però si avventurano nel campo- a mio avviso molto promettente- del low tech.
La quarta osservazione e' di tipo geografico. Se i quarantenni  hanno lanciato la cosiddetta generazione Erasmus, adesso ne sta nascendo una decisamente transnazionale. Forse potremo chiamarla la generazione Europa. Dove gli scambi non sono più episodici ma implicano solide partnership. Almeno il dieci per cento dei gruppi selezionati sono misti. E devo dire che, di regola, sono quelli che producono i risultati più convincenti. Alcuni come Ufo e LAN, Silvio D’Ascia li conoscevo già. Altri quali Nabito, Mab Arquitectura, Load Architecture, Hermanitos Verdes Architetti, sono stati una piacevole sorpresa. Altri quali  Estudio Barozzi Veiga una rivelazione. Per molti di loro, e soprattutto per questi ultimi, non e' difficile prevedere una sempre maggiore notorietà.


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