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Back to Basics

Cosa ci aspetta dopo la bulimia? Il precipitare nell’anoressia. E difatti, da un po’ di tempo a questa parte sembra che gli edifici esuberanti e ultra-disegnati prodotti dalle archistar abbiano perso il loro fascino. Ed e' dalla caduta delle Twin Towers che una crescente schiera di critici - a volte con toni eccessivamente apocalittici- denuncia i pericoli di un gioco al rialzo suicida che produce opere sempre più ipertrofiche. 

Allo stesso tempo si registra nei circoli radical chic una crescente infatuazione per i lavori degli architetti rigoristi. Lo testimonia lo stesso Rem Koolhaas, sempre in anticipo nell’annusare i segni dei tempi, che dopo anni di manifesti fondati sull’estetica del caos e della contraddizione, sta puntando decisamente verso il recupero delle forme primarie.

“ Il  21 secolo – sostiene l’architetto olandese nella relazione di uno dei suoi ultimi progetti negli Emirati Arabi – nel disperato tentativo di differenziane un edificio dall’altro ha prodotto una pazzesca quantità di forme stravaganti. Paradossalmente il risultato e' uno spazio pubblico sorprendentemente monotono, dove ogni differenza affoga all’interno di un mare di architetture senza senso. Mentre questo lavoro punta a ottenere una forma architettonica che si distingua: non creando la prossima immagine bizzarra, ma promuovendo il recupero alla forma pura”

Protagonisti del ritorno all’ordine sono i giapponesi. In particolare il duo Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa. Delle loro sempre più numerose opere affascina il carattere quasi ideogrammatico, l’assenza di apparati tecnologici in vista, la purezza del disegno che ricorre al montaggio per accostamento di figure geometriche primarie. Il recente New Museum of Contemporary Art a New York, per esempio, rassomiglia a un insieme di scatole poste distrattamente una sopra l’altra in uno stato di precario equilibrio. In altre loro opere quali il 21st Century Museum of Contemporary Art a Kanazawa in Giappone il volume e' smaterializzato dall’uso di grandi vetrate.

A fare il punto su questa nuova passione per il miesiano quasi nulla e' stato un numero della rivista inglese The Architectural Review, emblematicamente intitolata “ Japan: Back to Basics”. Dove basic e' da intendersi in due sensi: come riduzione formale ma anche come volontà di no-logo, tentativo di sfuggire dalla produzione di oggetti rifiniti e superflui delle grandi firme. Un po’ come propone di fare la catena Muji che sulla semplicità, il riuso e l’azzeramento linguistico sta costruendo la propria fortuna commerciale.

Finalmente un po’ di aria fresca e pulita, si dirà. Ma e' realmente così? Naturalmente no. Perché l’estetismo che si cela dietro l’anoressia e' non meno ingombrante di quello che esplode con le intemperanze bulimiche. E la strategia di Muji non e' meno logo-oriented di quella di altre firme del circo della moda. Intendiamoci: niente di male. Di un back to basics si sentiva il bisogno. E, poi, perché avercela tanto con le mode?  In fondo, e per fortuna, siamo un po’ tutti come da Fulvia il sabato sera.

Pubblicato su Exibart on paper n.48/ 2008

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