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Fine della critica?

Come evitare giudizi severi alle proprie architetture? Semplice, sostituendosi al critico.
Era questa la ricetta che avevano messo a punto gli architetti della generazione precedente diventando, oltre che progettisti,  direttori di riviste, giudici di concorsi, promotori di mostre. Questa vergognosa commistione – che non ha un corrispettivo in altri campi artistici- aveva funzionato sino a qualche tempo fa.  E aveva avuto anche qualche merito: per esempio favorire il sorgere , attorno ad alcune figure dominanti, di raggruppamenti culturali che si riconoscevano in posizioni comuni. Chi leggeva la precedente edizione di Casabella, sapeva di incontrare il punto di vista di Vittorio Gregotti e dei gregottiani.

Chi partecipava a una iniziativa di Paolo Portoghesi sapeva di muoversi all’interno di un certo sistema di coordinate ideologiche e professionali.
Oggi, la situazione appare cambiata. Le appartenenze si sono dissolte, gli universi di riferimento si sono sgretolati  e anche quella parvenza di funzione giudicante che nasceva dalla figura ibrida del critico-progettista e' scomparsa.  A testimoniarlo sono le riviste, in profonda crisi, che pubblicano le opere più diverse senza più seguire una apparente linea editoriale. 

Casabella si e' oramai persa dietro lo Star System, facendo convivere la moda sperimentale e quella tradizionalista. Flavio Albanese, il nuovo direttore di Domus, afferma in una recente intervista apparsa su il Venerdì di Repubblica (1033 del 4/1/2008) di non avere un punto cardinale ben definito se non  quello, per la verità un po’ generico, della laicità e della non accademicità.  E, ciononostante, edita un prodotto decisamente migliore di Area, diretta dall’eclettico Marco Casamonti, un progettista rampante che con abilità  - direi berlusconiana- si muove nel panorama professionale.
E quale e' il punto di vista della nuova Abitare, diretta da Stefano Boeri, forse il più intelligente  e spregiudicato direttore di riviste oggi in circolazione? E’ quello che  potremmo definire della lateralità. Consiste nel tralasciare le notizie che abitualmente interessano gli architetti per affrontare argomenti che stanno oltre l’architettura: dalla geopolitica all’antropologia, dalla letteratura all’arte.

Con il risultato che l’architettura diventa un fatto trascurabile. Tanto – e lo dimostra la sempre più florida attività professionale dello studio Boeri- i processi di valorizzazione avvengono in uno spazio della comunicazione che non e' più quello della critica.
E’ la stessa università  che non sforna più figure in grado di valutare l’architettura, avendo perso da tempo la capacità di governare il nesso che lega storia e critica. I numerosi storici che produce, infatti, hanno una formazione di sociologi e di archeologi a cui interessa più l’impatto del manufatto sul contesto sociale che la qualità dell’opera in sé e per sé.

Di questa assenza di prospettiva, di questa incapacità di saper riconoscere il valore artistico, se ne giova l’accademia. Infatti, abbandonato il discernimento c’e' spazio per tutti: per i nuovi e per i vecchi. La Gae Aulenti può valere quanto un creativo autentico. E anche Mario Botta può continuare ad occupare qualche pagina nei libri di storia.

Apparso su Exibart on paper n.47/2008

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