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High Touch. Design Italiano per tutti
Ecco il testo che ha accompagnato la mostra, organizzata dall'Istituto per il Commercio Estero (ICE), High Touch. Design Italiano per Tutti, allestita alla mediateca di Sendai il 17-4-07 e a Fukuoka il 19-4-07. Nella mostra (video di Stalk Agency, allestimento di Davide Sani) sono stati presentati i lavori di architetti italiani che hanno risolto in maniera formalmente brillante il tema del design per tutti
Progettare per tutti: ecco una sfida che da sempre ha eccitato la creatività degli architetti. Non voglio farvela lunga e quindi non risalirò troppo indietro nel tempo. Anche se sarei tentato di cercare questi principi universali nella progettazione del tempio greco, i cui ordini architettonici erano basati sulle proporzioni dell’uomo, come nel dorico, o della donna, come nello ionico. Oppure negli edifici romani in cui l’ampio uso dell’arco e della volta nonché dei mattoni permettono di realizzare avvolgenti spazi interni finalmente calibrati sulle esigenze dell’uomo.
Mi limiterò ad un rapido accenno al Rinascimento. Ricordandovi una immagine celebre: l’uomo di Leonardo. Tanto emblematica che ne riassume molte altre dello stesso genere elaborate da pittori e architetti negli stessi anni. Cosa esprime Leonardo con tale figura? Che l’uomo e' stato progettato da Dio secondo leggi di perfetta armonia, e cioè proporzionalmente. L’apertura delle braccia e' infatti pari alla altezza ed e' per questo che egli può essere inscritto in un quadrato. I suoi movimenti lo rendono una macchina armonica, tanto che li possiamo concepire come dipartentesi da un centro – l’ombelico- per descrivere un cerchio ideale, la figura più regolare che da sempre simboleggia la divinità. E così, ognuno di noi, indipendentemente da quelle che siano le fattezze particolari racchiude nelle sue proporzioni la perfezione del cosmo. Perfezione che, nelle costruzioni, l’architetto deve rispettare. Progettare per tutti, quindi, per Leonardo e gli architetti della propria epoca, e' molto di più che realizzare spazi funzionali. E’ calare sulla terra quei principi ideali celesti , in base ai quali noi stessi siamo stati progettati, e in cui non possiamo non riconoscerci.
La formula rinascimentale nella sua versione leonardesca nasconde però due problemi. Il primo e' che non fissa misure assolute. Non dice quanto una porta, un ambiente, una colonna debbano essere ma indica che debbano soggiacere a un principio proporzionale e armonico. Ciò consente l’applicazione dello stesso metodo al piccolissimo tempietto di San Pietro in Montorio e al gigantesco spazio della chiesa di San Pietro. Ma, allo stesso tempo, impedisce una standardizzazione dei pezzi e delle misure intesa in senso moderno. Il secondo problema e' che il sistema proporzionale non ammette deroghe. Ciò che non e' proporzionato e' mostruoso. E il mostruoso e' da ripudiare. Mai un artista rinascimentale avrebbe rinunciato a una scalinata pensando che questa avrebbe potuto impedire la fruizione a qualche individuo le cui proporzioni non rispettavano le regole del cerchio e del quadrato.
Per trovare qualche sostanziale passo avanti dobbiamo fare un salto ai primi del novecento, quando,come affermò con una frase incisiva Giedion, la meccanizzazione assunse il comando della nostra civilizzazione. Siamo negli anni in cui Taylor e Ford si pongono il problema della produzione in serie e della catena di montaggio. Per organizzare la quale i principi delle proporzioni non bastano più. Servono standard precisi, misure reali. Le quali non possono che essere prese da quelle dell’uomo tipico. Solo in questo modo si possono ottenere due risultati. In fase di produzione : per realizzare spazi essenziali destinati ai lavoratoro in cui si evita ogni movimento inutile e quindi si ottimizzano i tempi occorrenti per mettere sul mercato i prodotti. In fase di consumo: per avere oggetti che rispondono alle esigenze di un pubblico il più vasto possibile e quindi per ampliare il mercato del prodotto stesso. Una cosa e', infatti, pensare a un bene tagliato su misura per un committente specifico e un’altra a una merce calibrata per il pubblico, cioè per una entità astratta. Dove deve essere collocato il freno? Dove l’acceleratore? Quanto grande e' un sedile e quanto alto da terra? Ecco delle domande che nell’età della meccanizzazione si pongono con una intensità sicuramente diversa da quella in cui l’oggetto era disegnato da un artigiano per un pubblico che spesso conosceva personalmente.
Dicevamo che da questo momento le misure si traggono da quelle dell’uomo tipico. Ma chi e' costui? Ecco una bella domanda che Taylor e Ford devono porsi. La risposta e' ingegnosa: e' l’uomo medio. Quello che nelle statistiche rappresenta il gruppo numericamente più consistente. Il tutto, come spiegano gli statistici, può essere espresso in termini matematici ricorrendo alla curva di Gauss.
Standard= uomo medio. Si compie anche nell’architettura una piccola rivoluzione.
Emblematica del nuovo approccio e' la così detta cucina di Francoforte. Si tratta di una attrezzatura standard di mobili, ideata negli anni Venti, per permettere , all'interno di spazi particolarmente contenuti, le attività connesse con la conservazione, preparazione e consumo dei cibi. Per raggiungere l’ obiettivo, i progettisti studiano e classificano le misure del corpo umano, misurano i movimenti necessari a eseguire le funzioni richieste, eliminano tutte le disposizioni delle attrezzature che richiedevano all'utilizzatore sprechi di energia o inutili sovrapposizioni dei percorsi.
Sempre tra gli anni Venti e Trenta, con lo stesso atteggiamento mentale, si esaminano gli alloggi. Obiettivo: fornire abitazioni piccole e economiche, ma strutturate, divise e organizzate in modo tale da garantire una sufficiente vivibilità.
Il maggiore e più lucido teorico di questo approccio è il Klein. Se vi capita di leggerne gli scritti o osservare i suoi disegni vedrete con quanta cura e acume teutonico egli studi la pianta degli alloggi per poi arrivare alla loro razionalizzazione: rappresentando sotto forma di diagrammi i movimenti tra i vari ambienti, verificando il rapporto tra gli spazi pieni occupati dai mobili e quelli vuoti destinati alla circolazione, graficizzando il rapporto tra le zone in luce e quelle in ombra nelle varie ore del giorno.
Nasce l'ergonomia. Ergonomia vuol dire studio degli accorgimenti che consentono il risparmio e la razionalizzazione dell' energia umana.
I risultati più brillanti di questa nuova disciplina, come abbiamo già visto, sono ottenuti nella semplificazione dei processi produttivi. Ma l'ergonomia studia anche forme e caratteristiche del posto di lavoro dei cosiddetti colletti bianchi, cioé delle persone che lavorano negli uffici, per ridurre la quantità e, insieme, migliorare la qualità degli ambienti. E anche studia la organizzazione degli spazi nei mezzi di trasporto: i treni e le automobili. E, infine, gli alloggiamenti degli animali nelle grandi fattorie: dai polli alle mucche.
La rivoluzione concettuale operata dall'ergonomia è tanto forte che ce la portiamo dietro anche oggi, quasi senza accorgercene. Provate a prendere un qualunque manuale di architettura e la ritroverete con facilità: misure caratteristiche del corpo umano; misure unificate degli arredi; schemi distributivi degli edifici.
Quasi inutile sottolineare i vantaggi dell'approccio ergonomico: ha consentito di unificare la produzione di mobili e attrezzature ( prendete le cucine : oramai tutte viaggiano su moduli ben definiti), ha permesso la razionalizzazione degli appartamenti ( al giorno d'oggi è raro trovare cellule abitative dove gli ambienti sono mal distribuiti o gli spazi sprecati), ha permesso il fiorire di una quantità sterminata di studi distributivi ( dagli fabbriche alle sale da ballo, ogni tipologia è schematizzata e classificata).
A fronte di questi benefici, tre problemi. Uno più grave e urgente dell'altro.
Primo problema: l'attenzione per l'uomo standard ha portato a dimenticare l'uomo concreto. Guardate i manuali di progettazione: misure e spazi sono calibrati su una persona di statura media compresa tra un metro e sessanta e un metro e ottanta, normodotata. Sono dimenticati tutti gli altri. E non sono pochi. Sono: i nani, i giganti, gli obesi, gli amputati, i paraplegici, i tetraplegici, i mancini, coloro che soffrono di cuore, i ciechi, i sordi, i sordastri, i miopi, i daltonici, coloro che soffrono di agorafobia, i claustrofobici, gli squilibrati, i mongoloidi, gli anziani, i bambini, le donne incinte, le persone su sedia a ruote.... Risultato? lo spazio per tutti questi utenti risulta o troppo stretto o troppo largo, o troppo alto o troppo basso, sicuramente pieno di barriere e di ostacoli.
Secondo problema: l'eccessiva attenzione agli standard funzionali ha portato a un progressivo abbattimento della qualità degli spazi. Se nelle periferie contemporanee ha vinto il modernismo, non ha avuto il sopravvento quello poetico di Le Corbusier, di Wright, di Mies van der Rohe, di Aalto, ma quello tecnico riduttivo di Klein. Quello cioé dell'existenz minimum dove l'alloggio è ridotto a una macchina per abitare, non in senso metaforico, ma nel più gretto significato letterale.
Terzo problema: l'ergonomia, che nasce dal desiderio di razionalizzare la produzione industriale, tende a assoggettare l'uomo alle leggi della macchina e non viceversa (vi ricordate i film di Chaplin, in cui l'operaio è anch'egli ingranaggio di un gigantesco sistema industriale?).
E’ negli anni sessanta e settanta che l’impianto modernista , fondato su un’idea astratta di standard viene messo in discussione sia dal punto di vista funzionale che culturale.
E’ proprio in questi anni che la letteratura, la filosofia, le arti visive e anche l'architettura, criticano la civiltà industriale, accusata di aver prodotto uomini a una dimensione ( parafrasiamo il titolo di un celebre libro di Marcuse, che diventerà una sorta di bibbia della contestazione americana), cioé orientati verso il profitto e la razionalizzazione economica e totalmente ostili verso forme non direttamente produtive di conoscenza e di pensiero. In questi anni, sulla scia aperta dagli architetti del Team X, Archigram in Inghilterra, i Metabolisti in Giappone, Archizoom e Superstudio in Italia elaborarono progetti, spesso provocatori e utopici, dove si prefigurava un nuovo rapporto tra uomo e ambiente costruito, tra corpo e spazio. L’uomo non più ingranaggio di una macchina, ma individuo che si muove libero, forse anche a passo di danza.
Bisognerà, però, aspettare il 1977 per vedere la più innovativa opera architettonica prodotta dalla contestazione: il Centro Beaubourg a Parigi. Nasce da un concorso del 1971 vinto da tre progettisti - Piano, Foster, Franchini-trentenni e alle loro prime esperienze: Il progetto è ambizioso e spericolato. Sono abolite le facciate, gli impianti sono a vista, sono previsti piani mobili, pareti spostabili e anche un enorme schermo in facciata su cui proiettare filmati e notizie. Il Beaubourg nega, così, le architetture tradizionali fatta di masse murarie, ambienti ben definiti, rapporti calibrati tra pieni e vuoti. Per una serie di motivi economici ( i piani mobili costano troppo) e di pregiudizi culturali ( la burocrazia diffida di lasciare agli artisti un grande schermo di proiezioni che si affaccia su una pubblica piazza) il progetto originale di Piano, Rogers, Franchini viene eseguito soltanto in parte. Ma, nonostante queste mutilazioni, l'edificio fa scandalo. Sia tra i benpensanti, sia - e questo é più grave- tra i critici. I quali forse intuiscono che dietro questo lavoro si cela una ipotesi incontrollabile e esplosiva: che, d' ora in poi, gli edifici possano essere concepiti come un complesso sistema di nervi che interagiscono con gli utenti, e le loro facciate quasi una pelle che si rapporta con l'ambiente. Detto in altri termini: che la nuova architettura perda la sua storica e tradizionale consistenza e diventi un corpo animato, strettamente interrelato al corpo dei suoi fruitori.
Al di là di quelle che sono le intuizioni culturali degli architetti più illuminati del periodo, sono gli stessi movimenti organizzati, soprattutto quelli dei portatori di handicap,che rivendicano uno spazio più fruibile, privo delle così dette barriere architettoniche. Il fenomeno si manifesta con particolare forza nei paesi del nord Europa, dove da sempre i diritti civili delle minoranze sono stati particolarmente sentiti, e negli Stati Uniti anche a causa del crescente numero di mutilati provocati dalla guerra del Vietnam i quali – proprio perché hanno perso gambe e braccia per servire il Paese- hanno una forza rivendicativa e contrattuale maggiore di quelli che l’handicap se lo portano dalla nascita.
In Italia i primi provvedimenti normativi contro le barriere architettoniche risalgono al 1968 – una data certamente non casuale, se pensate che quelli sono gli anni della contestazione studentesca- anche se bisognerà aspettare sino al 1978 per avere un provvedimento, il DPR 384, che impone l’obbligo a tutti gli edifici pubblici di nuova costruzione o oggetto di ristrutturazione di essere privi di barriere architettoniche.
Il DPR 384 tuttavia nasce vecchio per almeno tre motivi:
1. E’ rivolto solo ai disabili, e soprattutto a quelli che si muovono su una sedia a ruote.
2. Si limita a considerare solo gli edifici pubblici, escludendo quelli privati, che sono la maggioranza.
3. Prevede standard dimensionali rigidi, basati sul concetto dell’uomo medio. E’ come se l’uomo di Leonardo o di Taylor fosse stato messo su una sedia a ruote e in base alle sue misure, imposto agli architetti di progettare.
Inoltre, e questo e' l’aspetto peggiore, la norma viene recepita da molti architetti non come un invito a disegnare in un modo nuovo, diverso e creativo, come uno stimolo a cambiare il proprio punto di vista, ma semplicemente come un insieme di regole da rispettare. Risultato? Si continua a progettare come prima mettendo al più qualche bagno per i disabili e qualche rampa negli ingressi. E poiché queste rampe e questi bagni spesso sono brutti, pieni di maniglioni e di ferraglia, si accredita nell’opinione pubblica l’idea che l’handicap e' una triste necessità con la quale fare i conti ma che occorre il più possibile nascondere o, quantomeno, sottrarre alla vista.
E’ solo nel 1989 che in Italia le cose cominciano a cambiare, grazie a una nuova legge, la numero 13, e a un decreto ministeriale di attuazione, il DM 236, che estende l’obbligo della accessibità anche agli edifici privati. L’effetto positivo delle nuove norme e' soprattutto culturale.
Intanto perché evita di parlare solo di persone su sedia a ruote ma intende il concetto di barriera architettonica in senso ampio. Rientrano, infatti, all’interno delle barriere architettoniche :
a) gli ostacoli fisici che sono di disagio per la mobilità di chiunque e in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente o temporanea;
b) gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature e componenti;
c) la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e , in particolare, per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi.
Un secondo aspetto particolarmente importante del DM 236 e' che non prevede il rispetto di misure rigidamente prefissate, bensì il soddisfacimento di prestazioni. Insomma: non si dice quando grande debba essere una porta e il verso in cui si deve aprire ma che deve essere fatta in modo che tutti, quindi anche una sedia a ruote ,vi possano passare. Similmente non dice quanto debba essere alto un citofono ma che sia fatto in modo che anche chi e' cieco lo possa trovare e chiunque, di qualsiasi altezza sia, possa comunicare. Ai progettisti e' lasciata così ampia libertà e possibilità di invenzione.
Come era da prevedersi i risultati sono stati positivi, anche se , come sempre accade, non sono mancate difficoltà e se c’ e' stato qualche ritardo. Questo mutato e positivo clima culturale non e' da attribuirsi solo alla normativa. Sicuramente ha contribuito un sempre più diffuso atteggiamento che pone l’individuo , con tutte le sue esigenze e diversità, al centro della progettazione. Oggi le richieste dei bambini, degli anziani, delle persone su sedia a ruote sono viste non come elementi di disturbo ma come sfide per affinare le capacità creative e produrre nuovi e più coinvolgenti assetti formali. Vi e' infine l’innalzamento dell’età della popolazione, con un progressivo invecchiamento che ci costringe a pensare a una architettura sempre più user friendly, perché siamo consapevoli che prima o poi ad avere esigenze particolari saremo noi tutti.
I fenomeni che vi sto descrivendo si registrano in tutto il mondo e non solo in Italia. In Italia però – se mi e' consentito fare questa affermazione- da sempre vi e' una attenzione alla qualità del prodotto, una voglia di renderlo attraente e appetibile a tutti. E’ un atteggiamento che ho pensato di sintetizzare nel termine High Touch. La formula ricorda quella famosa dell’ High Tech e nello stesso tempo se ne distacca, sottolineando che i progettisti italiani più che a stupire l’utente mostrandogli il potere della tecnologia tendono ad affascinarlo e a sedurlo, coinvolgendolo sensualmente. Con i colori, con le forme, con il ricorso alla tattilità.
E’ molto difficile – e per molti versi criticamente pericoloso- sintetizzare le caratteristiche tipiche di una nazione. Ma se la Gran Bretagna e' bene espressa dall’ultra tecnologico Foster o da architetture austeramente minimaliste alla Pawson, se l’Olanda ha nell’intellettualistico approccio di Koolhaas la sua punta di diamante, se il Giappone si riconosce nel minimalismo monumentale alla Ando o nella straordinaria estetica del vuoto di Shigeru Ban e della Sejima, i due architetti italiani più conosciuti sono Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, due artefici dell’High Touch il primo nella sua versione più morbida e contestuale, il secondo in quella più hard e scultorea.
High Touch quindi come superamento dello standard, in direzione di una progettazione che si apre all’uomo e ai contesti in cui opera e che fornisce soluzioni – sensuali e non puramente ingegneristiche – per migliorare la qualità della nostra esistenza.
In questa luce ho selezionato i progetti per questa mostra.
Sono divisi in tre sezioni: gli spazi della percorrenza e dell’incontro, gli spazi della crescita e della formazione, gli spazi dell’abitare e gli oggetti del nostro vivere.
A ciascuna sezione corrispondono due parole chiave. Sono: incontrare/muoversi, crescere/imparare, abitare/vivere.
Nella prima sezione sono stati scelti alcuni lavori che investono il tema della mobilità, quali le stazioni ferroviarie e della metropolitana, i ponti pedonali e anche dei luoghi pubblici.
Nella seconda sezione i protagonisti sono i bambini e le strutture di incontro utilizzate soprattutto dai più giovani.
Nella terza l’abitare e' stato affrontato soprattutto dal punto di vista degli anziani e delle persone che hanno problemi. Non mancano due progetti di recupero di quartieri esistenti, un tema rispetto al quale molto ancora si deve fare. Esemplificano come sia possibile migliorare, ricorrendo anche al potere rigenerativo dell’arte ,gli insediamenti realizzati negli anni settanta e ottanta, quando il boom edilizio puntava più alla quantità che alla qualità. Progettare per tutti vuol dire, infatti, non solo tenere in dovuto conto le esigenze funzionali diverse ma anche le aspettative spirituali di differenti culture, religioni e sensibilità, come ci richiedono le nostre società sempre più multiculturali. Il tempio della pace a Yaffa, disegnato da Massimiliano Fuksas, ci sembra che bene esprima questa sempre più attuale necessità.
Luigi Prestinenza Puglisi
curatore
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