Vorrei spezzare una lancia a favore dei grandi manifesti pubblicitari che compaiono sulle impalcature dei palazzi dei centri storici, piazza di Spagna, piazza San Marco, piazza del Campo comprese. Sin dal primo momento ho pensato che si trattasse di un’ottima idea e non solo dal punto di vista economico, anche se quest’ultimo aspetto non e' irrilevante in una loro valutazione. A me le grandi pubblicità attraggono proprio perché immettono un po’ di inquinamento visivo, sottraendo i centri storici alla loro immagine sempre più imbalsamata.
E fanno finalmente passare in secondo piano quei disgustosi intonaci color pastellino che soprintendenti e studiosi del restauro si sono inventati nel loro processo di ricostruzione fantastica di una città museo che non e' mai esistita.
Inoltre trovo che le grandi gigantografie colorate, che ritraggono telefonini, profumi o generose scollature di attricette, hanno il vantaggio di rispondere perfettamente ai principi della carta del restauro e cioè di essere inserti contemporanei e facilmente rimovibili, quindi tali da non causare danni estetici permanenti.
Come invece e' il caso delle cancellate che da qualche tempo a questa parte recintano i monumenti più celebri o delle paline in stile ottocento le quali senza vergogna ospitano al loro interno un display elettronico che ci comunica – e finalmente- i tempi di attesa dell’autobus .
Ma perché, mi chiedo, tanti benpensanti – e non parlo solo dei soliti reazionari ma anche di intellettuali di un certo valore- vorrebbero vietare immagini così contemporanee e folgoranti adducendo argomenti pretestuosi? Uno dei quali e' che, a causa dei benefici indotti dalla pubblicità, i restauri durano all’infinito con una inversione che non esiterei a definire all’italiana: in cui il mezzo diventa il fine e viceversa. Confondendo due livelli diversi di discorso: quello sui benefici effetti svecchianti della pubblicità e quello del rispetto delle regole le quali , e' quasi inutile dire, vanno rispettate.
Un’ultima osservazione che credo sia risolutiva per far cambiare idea anche ai più decisi tradizionalisti, a coloro che a tutti i costi non vogliono rinunciare al paranoico piacere di vedere i nostri centri storici trasformati in un mieloso presepe. Anche i presepi per essere tali hanno bisogno di qualche imperfezione: un pastore fuori scala o con la faccia del personaggio di turno, Diego Maradona o Vladimir Luxuria, una montagna un po’ rabberciata o un extraterrestre che non c’entra ma e' stato messo lì, per far numero, da un nipotino. Bene, se proprio non vogliamo vederli come segni di contemporaneità, guardiamo a questi cartelloni come alle imperfezioni del presepe necessarie per dargli un po’ di vita e farcelo meglio godere. Naturalmente ciò non vuol dire che non si possa pretendere di più: per esempio affidando le pubblicità ad artisti o a grandi fotografi.
Tempo fa a Palermo fecero scalpore alcune immagini di David La Chapelle proiettate sui muri dei palazzi del centro storico. Ci chiediamo se la strada sulla quale proseguire non sia proprio quella di una maggiore consapevolezza sulla qualità delle immagini.
Apparso su Exibart on paper n.39 - 2007