Mi chiedo perché Vittorio Gregotti abbia deciso di licenziare un libro con un titolo talmente ostico quale l’architettura nell’epoca dell’incessante. Forse per far sapere al potenziale lettore, sin dal momento in cui decide di dare un’occhiata alla copertina, che il suo e' un attacco e tra i più decisi all’architettura contemporanea, vista come produttrice di composizioni spericolate, storte e sghimbesce, generate da uno Star System la cui colpa sarebbe quella di accettare supinamente lo spirito del tempo, cioè in ultima istanza quello della comunicazione di massa, del facile edonismo, dei miti pubblicitari e della novità a ogni costo. Un’architettura, insomma, trasformata in design, in un gioco di forme edoniste, che evitano l’imperativo della vera arte: costituire una distanza critica dal mondo, evocando ciò che “e' invisibile o in nessun modo presente”.
E in effetti nelle 143 pagine di questo scritto, a tratti interessante, a tratti ridondante, non mancano richiami ai principi rinascimentali e albertiani, all’idea della tettonica –la disciplina che teorizza che l’edificio debba esprimere, rendendoli visibili, i principi costruttivi ad esso soggiacenti- ed alla problematica delle misure e delle distanze cioè, mi sembra di capire, alla congruenza dimensionale dell’edificio rispetto al contesto che lo circonda e dell’uomo che ne fruisce. Principi alcuni dei quali innegabilmente conservano una loro validità – anche se e' banale dire che una costruzione debba stare in piedi, essere fatta a misura d’uomo, rispondere a requisiti funzionali ed economici - ma che poco possono convincere un lettore, che abbia a cuore la contemporaneità, che bastino, da soli, a realizzare oggi della buona architettura.
Sin troppo duro contro le preferenze di quella che – con estremo snobismo- chiama la maggioranza rumorosa la quale, a suo dire, in questo momento sembra dominare la scena architettonica, il libro incappa in tre equivoci abbastanza diffusi nella cultura tradizionalista e neoconservatrice, della quale Gregotti e' uno degli esponenti. Il primo e' che oggi, a differenza del passato, si cerchi la novità per il gusto della novità, per cui tutto va bene purché stupisca. Adesso se e' pur vero che alcuni progettisti si divertono con gli effetti speciali e' altrettanto vero che altri puntano alla ricerca, linguistica e tecnologica, la quale produce risultati spesso inaspettati ma non per questo arbitrari. Negare all’arte la strada dell’invenzione per l’idiosincrasia verso la novità porta, invece, alla ripetizione dell’identico e alla sfiducia in qualunque idea di progresso, oltre che a una posizione epistemologicamente insostenibile che nessuno si azzarderebbe mai di sostenere in altri campi, per esempio in quello scientifico. Il secondo equivoco e' che l’architettura oggi si gingilli troppo con l’effimero, il mutevole e, peggio, l’irrilevante.
Anche in questo caso l’obiezione e' scontata: una cosa e' che l’architettura affronti il tema della banalità, altra cosa e' che sia banale. Non distinguere i due piani del discorso porta a squalificare ricerche estremamente interessanti sul recupero di etimi e materiali tratti dalla realtà di tutti i giorni, prime tra tutte quella del cheapscape gehriano e della generic city koolhaasiana. Il terzo equivoco e' che esiste uno statuto disciplinare dell’architettura e che quella contemporanea se ne stia distaccando. L’ipotesi non è nuova. Negli anni settanta e ottanta il così detto problema dell’autonomia disciplinare era, infatti, ricorrente in tutti i dibattiti e incombente in ogni testo critico. Ma in che cosa consistesse questa autonomia, questo statuto disciplinare, nessuno sapeva dire con esattezza. E anche nelle pagine del libro di Gregotti una convincente definizione non emerge. Anzi si può dire che i capitoli in cui l’Autore affronta il tema sono tra i più ostici e contraddittori. Tanto che, alla fine, perdendosi tra autonomia e eteronomia, Gregotti stesso parla per ossimori, cioè frasi i cui termini sono tra loro contraddittori.
C’era da aspettarselo perché, come la moderna filosofia della scienza ha da tempo dimostrato, qualsiasi posizione essenzialista – cioè che punta a trovare l’essenza delle cose o peggio di una disciplina- e' destinata a naufragare in un mare di vuote parole.
Nonostante questi aspetti problematici, il libro e' da leggere perché, diversamente da altri della pubblicistica corrente, propone un punto di vista con il quale confrontarsi. Noi però continueremo a pensare che l’architettura contemporanea goda di un meritato stato di ottima salute, e che forse ciò e' dovuto dal fatto che si trovi ad operare non nell’epoca dell’incessante e basta, ma nell’epoca dell’incessante divenire.
Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza, Bari 2006, pagg.143, €15.
Apparso su Edilizia e territorio, n.5 febb.2007