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Due sfide per Piano
La sistemazione del waterfront di Genova e l’ampliamento della Columbia University ad Harlem rappresentano per Renzo Piano due tra le sfide più difficili della sua brillante carriera. Si tratta in entrambi i casi di progetti le cui problematiche vanno oltre l’architettura. Quello per il porto di Genova perché propone una visione unitaria della città che mette in discussione le infinite mediazioni che hanno portato alla redazione dei precedenti piani urbanistici. Una città che funziona, sembra dire Piano, non e' generata da aggiustamenti e compromessi ma da una coraggiosa idea unitaria che o la si ha o non la si ha: per esempio spostando l’aeroporto su un’isola artificiale e ridisegnando l’intero affaccio sull’acqua. E se questa idea viene proprio da un genovese che e' tra i più famosi progettisti a scala planetaria e che, oltretutto, un aeroporto su un’isola artificiale lo ha già costruito in Giappone, vi potete immaginare quanto possa essere dirompente nei suoi contenuti ma soprattutto nei suoi presupposti. Infatti a essere rimesso in discussione e' proprio il ruolo dell’architetto: non più esecutore di assetti già decisi a tavolino da altri ma inventore di programmi strategici, con buona pace di ruoli e gerarchie che nel tempo si sono stratificati e consolidati.
Non minore rilevanza politica ha l’ampliamento della Columbia ad Harlem, dove Piano cerca di indagare sino a che punto l’architettura possa mediare i conflitti causati dalla contrapposizione tra le mire di espansione urbana dell’università e le paure della comunità dei residenti, la quale teme che il risanamento dell’area porterà all’ennesimo processo di gentryfication, con la conseguente moltiplicazione dei valori immobiliari e l’espulsione dei ceti economicamente più deboli.
In una società democratica il problema non e' da poco ed ha preoccupato tanto le autorità della Columbia da consigliare l’adozione di una linea soft fatta di dialogo e concessioni. Da qui la scelta di organizzare incontri con i residenti, di approntare un sito dove sia pure in maniera diplomatica ed elusiva sono illustrati i progetti (www.neighbors.columbia.edu) e infine di chiamare, insieme ai pratici e commerciali progettisti dello studio SOM, il più persuasivo e affascinante degli architetti presenti sulla scena internazionale: Renzo Piano, appunto. Ne e' venuto fuori uno schema di progetto in cui il piano terreno e' conservato agli usi cittadini, vi e' un rapporto equilibrato con il contesto urbano, sono valorizzate le preesistenze, e' previsto l’uso di materiali caldi e umani, e' ricercato il feedback degli utenti, secondo dei precedenti messi a punto sin dagli anni ottanta dalla Renzo Piano Building Workshop con i laboratori di quartiere.
Riuscirà Renzo Piano, grazie anche alla sua straordinaria retorica neo-umanista e accortezza tattica e comunicativa da manuale, a vincere le due sfide? E' ragionevole prevedere, per la minore posta in gioco e per un contesto normativo, politico e ambientale più favorevole, che sarà più facile ad Harlem che a Genova. Per un architetto e' sempre più facile spuntarla quando si lavora a fianco dei poteri forti che in concorrenza ( o almeno: in concorrenza a una parte di essi). Entrambi i progetti saranno comunque per l’architetto genovese l’occasione per proseguire nel lavoro di messa a punto della propria strategia progettuale.
Forse per chiarire a se stesso se procedere in direzione di una maggiore umanizzazione dello spazio, approntando composizioni aperte e informali, ovvero della sua classicizzazione, facendo prevalere impianti semplici, stereometrici ed elementari. Sono due tendenze queste attualmente compresenti nell’opera dell’architetto, anche all’interno di uno stesso progetto, come e', per esempio, evidente nell’auditorium a Roma o nel contrasto tra piante e sezioni della Columbia.
Altro nodo da dipanare e' la coesistenza tra nuovo e antico, a partire dalla scelta dei materiali. Nella lista di quelli scelti per Harlem figurano cotto, pietra, legno oltre al ferro e al vetro. Adesso se e' vero che le realizzazioni di Piano sfuggono sia al pericolo della freddezza High Tech sia a quello della asfissia neoregionalista, grazie alla compresenza di grane diverse e all’uso innovativo di materiali tradizionali (come le pietre precompresse o i cotti delle facciate ventilate), non sempre l’ accostamento ha prodotto risultati convincenti: come nel museo Beyeler a Basilea dove un pesante basamento murario si contrappone alla copertura vetrata, facendola apparire sin troppo leggera. Vi e' infine il problema della assenza di unità stilistica che in passato ha pesato non poco sul giudizio sull’architetto: si pensi per esempio alla piazza antistante il Beaubourg di Parigi sulla quale affacciano il Beaubourg stesso, l’Ircam e la ricostruzione dell’atelier Brancusi che, disegnati dalla stessa mano, addirittura paiono non dialogare tra loro. Oggi le opere di Piano tendono maggiormente a parlare un medesimo linguaggio, se non altro quello delle forme che vogliono entrare in empatia con la sensibilità dei propri utenti suggerendo un’idea di partecipazione, permeabilità e convivialità. Se ciò – come e' prevedibile- avverrà anche con questi due progetti, sicuramente il quartiere di Harlem e la città di Genova ne avranno tutto da guadagnare.
Apparso su L’Arca febbraio 2007
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