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Ancora su Vema

Ecco un botta e risposta con Franco Purini , a proposito del Padiglione italiano per la biennale di Venezia e della proposta per la città di Vema, un insediamento ideale da realizzzarsi tra Verona e Mantova. Il dibattito, che ha interessato anche altri critici, si trova per esteso sulla rivista L'Arca n.219 (ottobre 2006) e 221 ( gennaio 2007).

Perché questa biennale veneziana è un fallimento? Direi per tre ragioni.
La prima è che non ha un progetto culturale unitario: le mostre di Burdett, di D’Amato e di Purini parlano linguaggi tra loro intraducibili. Che senso ha affrontare il tema delle metropoli contemporanee, postindustriali, e poi affiancare loro una mostra sulle città di pietra? E che senso ha mostrare le metropoli di oltre tre milioni di abitanti e poi proporre la costruzione di una città come Vema che di abitanti a malapena ne fa trentamila?
La seconda è che le tre iniziative, viste singolarmente, non convincono ( speriamo che la quarta, quella sulle città d’acqua a Palermo curata da Rinio Bruttomesso, che, al momento in cui scrivo non si è ancora inaugurata, sia migliore). La mostra di Burdett perché evita di indicare soluzioni e di sporcarsi le mani con l’architettura. Quella di D’Amato perché propone modelli obsoleti. Quella di Purini perché versa il vino nuovo della giovane architettura in botti vecchie cioè all’interno di un’ipotesi culturale continuista in cui avanguardia e tradizione coesistono a-problematicamente.
La terza ragione è che D’Amato e Purini continuano a praticare una commistione di ruoli tipicamente italiana in cui  giudice e giudicato, curatore e selezionato coincidono. D’Amato nella sua mostra propone anche i propri progetti, Purini  realizza il masterplan di Vema e cita i propri lavori tra i modelli delle città italiane a cui ispirarsi. Ci si dirà: ma così fan tutti. Certo, ma questa non è una buona ragione per continuare a sbagliare.
Luigi Prestinenza Puglisi

... Quelle del brillante critico catanese-romano sono vere e proprie parole in libertà. Vorrei infatti capire in che cosa Vema sarebbe tradizionalista, se nella sua idea generale, se nel suo tracciato o nelle sue singole parti. Oltre tutto, adottare ancora il modelllo concettuale avanguardia-tradizione è, questo si, un vezzo vetero-moderno. Inconsistente è poi il rimprovero che mi muove per il fatto di avere incluso alcuni dei miei progetti come antecedenti di Vema. Si tratta di un'osservazione priva di senso che sottintende l'obbligo, per un architetto che fa ricerca, di non reputare significativo l'esito dei suoi studi. Credo, come chiunque sia consapevole dellle sue intenzioni e abbastanza costante nel perseguirle, nelle mie idee e ne rispondo nel merito proponendole con decisione se lo ritengo necessario...
Franco Purini

Caro professor Purini, la ringrazio per la sua risposta e cerco subito di controbatterla.
Prenderò il discorso su VeMa un po’ alla larga esaminando non solo il plastico della cittadina ma l’operazione culturale nel suo insieme da lei proposta nel Padiglione Italiano. Credo infatti che i pannelli delle città ideali, il video e il plastico di VeMa nonché il catalogo della mostra facciano parte di un unico disegno culturale. La reputo troppo acuto per pensare che si tratti di frammenti tra loro non collegati, messi alla bene e meglio come solo avrebbe potuto fare un dilettante alle prime armi, che lei certamente non è.
Partiamo dalle città ideali illustrate nei pannelli: ne compaiono di ogni tipo, tutte accostate e senza un minimo commento, un giudizio di valore. Come e' possibile mettere insieme la Dikaia di Paolo Portoghesi e  la No-stop city di Archizoom, come e' possibile accostare città sperimentali e altre prammatiche o puramente speculative, alcune appartenenti alla Tendenza e altre al futurismo?
La spiegazione viene dal video: occorre – a suo giudizio- ricostruire un filo conduttore dell’architettura italiana in cui le differenze si affievoliscono per  evidenziare invece i caratteri nazionali comuni: quali il senso della misura e altri che adesso non ricordo. E arriva a sostenere che in questo quadro occorre rivalutare anche Marcello Piacentini. Non rammento le parole testuali ma lei, più o meno, afferma che si tratta di un personaggio da riconsiderare a prescindere dalle idee politiche. Purtroppo non riesco a pensarla così. E non perché ancora accuso Piacentini per il suo credo ideologico o i misfatti legati al ruolo di primo piano che ebbe durante il fascismo. Noi italiani – e io sono tra questi- in fondo abbiamo perdonato e dimenticato anche di peggio. Ma Piacentini non va bene proprio per le idee architettoniche. E nessuno mi convincerà mai che le sue opere possano stare insieme a quelle dei maestri del razionalismo o, anche, che siano solo accettabili da un qualsiasi altro punto di vista: per me sono sciocche, retoriche e monumentali. Il Rettorato della Sapienza e' una delle cose più insulse che conosca e altre sue realizzazioni, quali la Chiesa del Cristo Re o via della Conciliazione, sono ancora peggiori.
Ma torniamo alle idee, alle sue idee, come appaiono espresse nella mostra e nel video. Si potrebbero riassumere così: superiamo le divisioni e troviamo un nuovo cammino che contemperi Gregotti e Piano, Rossi e Fuksas, Portoghesi e Michelucci, i giovani tradizionalisti e i più sperimentali. In politica si chiamerebbe la teoria del grande centro. La democrazia cristiana di questa ideologia ne fece un’arte. In fondo anche Piacentini, ai suoi tempi, giocò lo stesso stratagemma mettendosi in mezzo tra Brasini e Pagano, tra Bazzani e Terragni, tra l’accademia e gli sperimentatori. E la stessa Città Universitaria di Roma, a pensarci bene, fu il frutto della stessa strategia in cui si diceva: ma si, tutto va bene, mettiamo insieme il nuovo e il vecchio in nome dell’identità italiana. E siamo arrivati a VeMa. Cosa fa, professor Purini? Coinvolge i giovani all’interno di un disegno  stile anni ottanta. Invita un po’ di tradizionalisti e un po’ di sperimentatori, allettandoli con la partecipazione a una mostra così prestigiosa. Tanto, in ogni caso, come successe nell’operazione di Piacentini per la città universitaria, alla fine poco importano le singole opere: e' il disegno complessivo che vince. E quale? Quello di un’architettura in cui  tutte le vacche sono nere, in cui come appunto mi rimprovera lei stesso,  il modello avanguardia-tradizione e' ridotto a un vezzo vetero-moderno. Caro professor Purini, me lo lasci dire, preferisco questo vezzo, che comunque mi guida nel distinguere ciò che innova e ciò che invece ripete stancamente la nenia della tradizione, piuttosto che quello in cui si mette tutto e di più, per paura di scoprirsi da un lato verso la accademia, della quale lei e' un autorevole esponente, e dall’altro verso sperimentali e creativi dei quali lei, da accademico, vorrebbe essere la guida.
Date queste premesse, il progetto di VeMa non poteva essere che poco convincente. Personalmente lo trovo insoddisfacente per almeno cinque motivi: perché VeMa e' troppo piccola e in breve tempo o si espanderebbe oltre i propri confini oppure diventerebbe la cittadina satellite di altre realtà; perché a VeMa manca l’effetto città: sembra un quartiere dormitorio di una megalopoli e non ha quel carattere urbano che si richiederebbe a un piccolo centro ( allora, a questo punto – tradizione per tradizione- funziona meglio  la Poundbury di Leon Krier e del principe Carlo); perché VeMa pur avendo trentamila abitanti sarebbe una città vivibile con l’automobile che sola permetterebbe di attraversare, soprattutto la notte, le grandi zone di verde che dividono più che unire tra loro le aree residenziali e di servizio: il piano, nella peggiore tradizione anni settanta e ottanta, e' tracciato in pianta e non pensato nello spazio; perché VeMa e' fatta di moduli sostanzialmente intercambiabili che soccombono rispetto al disegno viario il quale, a sua volta, sembra rispondere più a un’istanza di forma che ad esigenze legate alla mobilità ( in questo senso VeMa e' l’ennesima dimostrazione che un carente piano urbanistico non può essere riscattato da qualche buona architettura); la quinta ragione, che le riassume tutte, e' che a VeMa non si respira la vita, sembra una città per i morti, tanto che non a caso l’esposizione dei lavori al Padiglione Italiano cominciava proprio con il suggestivo progetto del cimitero.
Riguardo alla cattiva abitudine che il curatore si metta in mostra, credo che derivi dalla non chiarezza dei ruoli. Motivo per il quale in Italia gli architetti fanno anche i critici e la critica la usano a proprio esclusivo beneficio. Nei casi più gravi- non e' il suo- c’e' un problema di conflitto di interessi. Sempre, comunque, vi è una questione di stile: quando si fa il critico si fa un passo indietro rispetto a se stessi, non si citano i propri libri né tanto meno le proprie opere; quando si cura una mostra non ci si presenta in alcun modo se non nella veste di curatore. Ma, come dicevo, questo non e' un peccato solo suo, e' una pessima abitudine ampiamente diffusa nel nostro Paese.
Cordialmente, Luigi Prestinenza Puglisi


     
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